La view di Michele Scolletta, managing director di Allianz Global Investors

Che cosa pensa che ci abbiano insegnato questi due anni di pandemia?

«Un aspetto che penso sia focale e caratterizzi ciò che è successo durante i due anni di pandemia, che stiamo ancora vivendo seppure con minore intensità, è il ruolo che hanno assunto le banche centrali. Senza di esse, probabilmente, non saremmo stati in grado di superare quanto accaduto. Sono state adottate politiche monetarie straordinarie di allentamento quantitativo, studiate nei manuali di macroeconomia come misure possibili ma, nei fatti, improbabili, che hanno avuto un impatto notevole sul contesto economico e finanziario. È stata l’aggressiva riduzione del costo del denaro, tanto da portarlo in territorio negativo, che ha permesso agli stati e alle imprese di superare un momento di crisi che avrebbe potuto avere risvolti tragici. Ciò che abbiamo sicuramente imparato è che l’azione delle banche centrali, nel proteggere l’attività economica, ha fatto emergere, in modo distintivo, la necessità di una risposta da parte delle imprese per migliorare le loro competenze. In altre parole, se le misure ultra-accomodanti hanno permesso alle aziende di continuare a operare, ciò deve essere considerato un’opportunità che le società devono fare propria per produrre reddito in maniera stabile e solida. Chi l’ha saputa cogliere avrà la possibilità di diventare il leader del domani. Credo, quindi, che da questi due anni abbiamo tratto un insegnamento che vale forse molto di più per l’economia reale che per i mercati finanziari».

Da questo punto di vista, riscontra analogie tra la situazione attuale e quella del 2008?

«Allora ci furono diverse aziende che scomparvero dal mercato, perché prive di un solidità finanziaria e patrimoniale, mentre sono sopravvissute le realtà che hanno dimostrato di avere un valido modello di business e alcune di queste hanno conquistato una leadership di mercato. La lezione che l’economia reale impara dalla crisi pandemica è simile a quella di allora: l’importanza di avere robusti processi produttivi e forte governance. Oggi, probabilmente più di quanto non fosse accaduto durante la grande crisi finanziaria, è diventato fondamentale per le aziende fare propri i principi di sostenibilità. Il rapporto con gli stakeholder e con gli aspetti sociali legati all’attività di un’azienda, insieme all’attenzione nei confronti dell’ambiente, sono due pilastri che non possono mancare nella pianificazione della crescita futura di un’impresa. L’attenzione che deve essere prestata a questi due aspetti, oltre a motivazioni di carattere etico e sociale, trova giustificazione nella necessità di mitigare i rischi e sostenere la crescita».

Grande attenzione quindi al ruolo delle imprese

«Ci concentriamo sempre sui mercati finanziari, ma alla fine questi ultimi riflettono ciò che è l’economia reale ed è su quest’ultima che dobbiamo porre tutta la nostra concentrazione per prendere le decisioni di investimento. Ed è ovvio che, se le aziende sono sane, ciò sarà riflesso nell’andamento dei corsi in borsa. Se così non fosse, ci sarebbe il rischio di ricadere ancora nella bolla speculativa del dot-com, agli inizi del 2000».

Mettere l’economia reale al centro delle riflessioni su cosa si è appreso dai due anni di pandemia significa anche cogliere una serie di cambiamenti che hanno modificato le nostre abitudini di vita.

«Basta pensare a come sono cambiate le abitudini delle persone nel fare acquisti, grazie ai progressi tecnologici o, sempre grazie a questi, l’aumento dell’offerta formativa online. Le aziende che hanno saputo cogliere queste nuove tendenze del mercato hanno certamente dimostrato di essere lungimiranti. Credo che i momenti di crisi servano a cercare nuove risorse cui attingere per poterli superare. Così facendo si dà vita a un processo rigenerativo e si produce innovazione, cercando di trarre il meglio dalle condizioni date. Ritorniamo così alle considerazioni precedenti sul ruolo delle banche centrali e sul loro impegno a mantenere un contesto all’interno del quale la liquidità e le opportunità di finanziamento per le imprese non sono mancate. Certo, spetta poi alla singola attività imprenditoriale sfruttare queste condizioni per crescere, anziché usarle per ripianare una posizione finanziaria».

Nelle sue considerazioni non ha parlato del ruolo che i governi hanno avuto nello stimolare l’economia. Non lo ritiene importante?

«Penso che il ruolo dei governi, seppure formalmente co-protagonisti, sia stato minore, quasi da beneficiari dei vantaggi creati dalle misure adottate dalle banche centrali, grazie alle quali è stato possibile redigere piani di stimolo fiscale. I piani fiscali sono finanziati dal debito, quello stesso debito che poi le banche centrali acquistano sul mercato».

Quali pensa che siano le tendenze che devono essere guardate con attenzione nel prossimo futuro?

«Penso che, dopo questo periodo di forte performance dei mercati finanziari, seppure con le dovute differenze tra le diverse asset class, bisogna procedere focalizzandosi sul tipo di approccio all’investimento e sugli strumenti da utilizzare. Per quanto riguarda il primo aspetto, una strategia barbell è quella che potrebbe essere più funzionale al contesto attuale, allo scopo di cogliere le opportunità che emergono dal mercato. Nello specifico, all’interno di questa strategia bilanciata, bisognerebbe prevedere nella parte obbligazionaria una ridotta esposizione al rischio tasso, dove il cash deve essere considerato una modalità per fare risk management e permette di cogliere, là dove il raggiungimento di alcuni livelli renda ragionevole farlo, l’opportunità di utilizzarlo per investire nei risky asset. È inoltre necessario un approccio dinamico, che privilegi le gestioni flessibili, focalizzate sulla qualità dei titoli sottostanti, dove si fa pura estrazione di alpha. In merito, invece, agli strumenti, si possono elencare gli investimenti Esg, le strategie allineate agli Sdg dell’Onu, il mercato cinese. Gli investimenti Esg vanno visti da due punti di vista: da quello dell’investitore, che deve prediligere le aziende che sviluppano ottima capacità di governance, rispetto per l’ambiente e attenzione al sociale, e da quello dell’imprenditore, che deve abbracciare questi principi affinché possa attrarre l’interesse di chi decide di finanziare la sua attività. L’allineamento agli Sdg è un’altra strategia che permette di misurare quanto l’attività di un’impresa risponda agli obiettivi presenti nell’Agenda 2030. Per quanto riguarda la Cina, l’attrattività è data da un lato dalle potenzialità di crescita del paese, superiore a quella delle economie avanzate, dall’altro dal fatto che il mercato è stato trascurato dagli investitori. È presente un’elevata volatilità, ma se si guardano gli ultimi 20 anni di performance, le azioni cinesi hanno fatto meglio dell’indice Msci World».

Grande attenzione alla generazione di alpha, quindi…

«Direi di sì, oggi più che mai, soprattutto se si prevede che la volatilità possa ritornare sui mercati, il che sconsiglierebbe di avere un beta elevato. Inoltre, l’attenzione all’alpha rende possibile la creazione di portafogli anticiclici, con grande attenzione nei confronti del valore e della qualità del titolo in cui si va a investire. In questo contesto diventa ancora più importante la delega della gestione a chi ne ha fatto una professione».

E per quanto riguarda i temi di investimento?

«Abbiamo visto negli anni emergere diversi trend sul mercato e, tra questi, riteniamo che quello socio-sanitario e quello tecnologico continueranno a essere dominanti. Prestiamo molta attenzione alle evoluzioni che si riscontrano in questi due ambiti, con un’attenta analisi delle aziende presenti, che nel tempo possono mutare il loro profilo di business, rafforzarsi o lasciare il passo a new entrant. Studiamo come si articola il loro processo produttivo e verifichiamo che alla loro attività sottenda un modello di crescita sostenibile, guidato dai criteri che io amo definire “Gse”, ovvero “governance, social, enviroment”, perché penso che sia la governance il motore di tutto. Investiamo a livello globale, perché riteniamo che i temi che esaminiamo siano non solo secolari, ma riguardino il mondo e perché ciò ci permette di investire in quelle regioni in cui si intravedono le maggiori potenzialità».

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