Intervista a Kevin Daly, gestore Frontier markets debt di abrdn.

Quello degli emergenti di frontiera è un universo decisamente ampio e variegato, come approcciate tale asset class?

«In questo universo vi sono circa 80 paesi in cui è possibile investire. Generalmente operiamo un’analisi approfondita dei principali 45-50 emittenti ogni sei settimane: si tratta di un intervallo temporale sufficientemente ampio per riscontrare cambiamenti rilevanti, come si è sperimentato di recente. Tutto il nostro team si riunisce per tre giorni e, a volte, come ad esempio nella fase attuale a causa della guerra in Ucraina, anche più a lungo, per fare una panoramica di come sono mutate le cose per ciascun paese preso in esame. Costruiamo la nostra analisi sulle prospettive macro, sull’atteggiamento della Banca centrale, sulla stabilità della divisa locale e su tutta un’altra serie di parametri. Elaboriamo poi la nostra previsione di rendimento per la moneta e per i bond benchmark locali. Ovviamente il livello delle valutazioni delle diverse obbligazioni ha un peso importante.  Concludiamo, infine, queste tavole rotonde con la definizione di uno scenario centrale, uno pessimista e uno ottimista, al quale si accompagnano eventuali raccomandazioni di riduzione o di aumento dell’esposizione a un determinato titolo. Come si può vedere, si tratta di un approccio incentrato sull’accesso a una grandissima quantità di dati, ma che a sua volta, per certi versi, è più un’arte che una scienza, a causa della diversità di fondamentali che caratterizza questo gruppo di economie». 

Gli ultimi mesi hanno visto eventi di portata molto significativa: da una parte la Federal Reserve è sempre più aggressiva, dall’altra si è verificato il ritorno dei conflitti armati in Europa. Qual è stato l’impatto sugli emergenti di frontiera?

«Gli emergenti di frontiera tendono a mostrare un maggiore grado di caratteristiche idiosincratiche e una minore correlazione con l’andamento dei tassi di interesse statunitensi e il rendimento dei Treasury, rispetto ai mercati emergenti. Con ciò, ovviamente, eventuali sorprese nell’ambito della politica monetaria americana hanno il loro peso. Infatti, dopo l’ultimo meeting della Fed, non è successo molto sull’obbligazionario globale, perché gli investitori avevano già incorporato la previsione di sette rialzi dei tassi per il 2022. È stato solo successivamente, con le dichiarazioni particolarmente aggressive di Powell e la possibilità di vedere ritocchi verso l’alto dei Fed Funds di 50 punti base alla volta, che si è avuto un incremento degli spread. Questi ultimi probabilmente vedranno un certo livello di volatilità nel corso di quest’anno, anche se a marzo i differenziali di rendimento delle obbligazioni degli emergenti di frontiera sono diminuiti. Su essi, infatti, nel complesso, ha avuto un effetto molto maggiore lo shock ai prezzi delle materie prime, in particolare quelli delle derrate agricole».

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