A colloquio con Vittorio Gaudio, Direttore Asset Management & Advice di Banca Mediolanum
Le prospettive per i mercati finanziari sembrano orientate verso un 2026 positivo per gli investitori. Dopo le performance degli ultimi anni, nutre qualche perplessità in merito?
«Ritengo sia abbastanza legittimo, dopo tre anni consecutivi di performance a doppia cifra degli indici azionari globali, nutrire cautela sulle prospettive future. Per quest’anno, ad esempio, intravedo possibilità concrete di un ulteriore rialzo, ma più contenuto, e, soprattutto, più faticoso, con possibili episodi di volatilità marcata. Tuttavia, sottolineo che gli elementi di supporto che hanno spinto al rialzo le borse negli ultimi 12 mesi sussistono ancora».
Che cosa la porta a fare quest’ultima affermazione?
«Le politiche monetarie dovrebbero sostenere ancora le piazze finanziarie, sia negli Stati Uniti, sia in Europa, ma la spinta maggiore verrà dallo stimolo fiscale che diversi governi hanno implementato e il cui impatto dovrebbe diventare molto più visibile quest’anno. Questa affermazione vale per il Big beautiful bill act, per il budget su infrastrutture e difesa tedesco e per il consistente pacchetto di stimoli del Giappone. In altre parole, i sostegni per l’economia reale e per i mercati finanziari sono diversi e non possono essere ignorati semplicemente perché le borse hanno offerto ritorni significativi nel triennio precedente. Come sempre, bisognerà prestare attenzione all’andamento degli utili aziendali, soprattutto per alcuni titoli tecnologici che hanno conosciuto un forte apprezzamento del loro valore».
Nessuna particolare preoccupazione per il mercato obbligazionario?
«Gli stimoli fiscali potrebbero creare tensioni sulla traiettoria del debito pubblico nelle economie avanzate, che si tradurrebbero in un ulteriore irripidimento della curva dei rendimenti obbligazionari per le scadenze più lunghe. Lo si è visto di recente in Giappone, dove si è assistito a un riprezzamento proprio di questo segmento dei governativi a causa, prima, dell’orientamento fiscale espansivo del governo, e, poi, dell’annuncio delle elezioni anticipate. In precedenza, nel 2022, un episodio ben più grave provocò panico sui mercati: le dimissioni della premier inglese di allora, Liz Truss, quando annunciò un piano di tagli delle tasse ritenuti eccessivi dai mercati. La situazione negli Usa non è fuori controllo, ma se il rendimento del Treasury decennale americano toccasse il 5%, delle ricadute sui mercati, azionario compreso, sarebbero inevitabili».
Sempre per quanto riguarda questa classe di attivo, come valuta le attese inflazionistiche?
«C’è rischio che l’inflazione possa risollevare la testa in un contesto in cui gli stimoli fiscali sono così elevati, in particolare in concomitanza con politiche monetarie molto accomodanti, ma al momento non ci sono segnali che vanno in questa direzione. Attualmente gli investitori sono posizionati sulla parte a breve della curva, con cui giocare la riduzione dei tassi di interesse. Se i tassi arrivassero, come prima menzionato, al 5%, in assenza di una ripresa dell’inflazione, ci potrebbe essere l’occasione per allungare la duration all’interno dei portafogli, un’operazione che oggi non trova certo grande consenso».

