Potrà sembrare curioso che, in tempi in cui l’intelligenza artificiale troneggia su tutto, si parli di un segmento che, forse erroneamente, viene associato alla “old economy”. Ma il settore bancario europeo negli ultimi cinque anni ha conosciuto, borsisticamente parlando, una grande crescita, un vero e proprio bull market trainato dai fondamentali: i tassi più alti hanno permesso un aumento del margine di interesse, il modello di business è stato rivisto con una presenza più consistente delle attività che generano commissioni, i bilanci sono stati non solo ripuliti, ma ne è stata aumentata la qualità. Non è un caso che il Roe del settore abbia raggiunto livelli che non si vedevano da 20 anni. Tutto ciò è avvenuto in un contesto economico in cui, seppure modestamente, il Vecchio continente è cresciuto da un punto di vista economico. Dopo un periodo ricco di soddisfazioni per gli azionisti, il punto di domanda è quali saranno le forze trainanti degli istituti di credito e se, in termini di valutazioni, potrebbero conoscere un rerating

Il settore bancario europeo rappresenta quasi un autentico miracolo che nessuno aveva previsto, quanto meno non con l’intensità che si è avuta nell’ultimo triennio. Le banche sono state la vittima principale della Grande crisi finanziaria del 2008, subendo anche il double tap del quasi default di diversi membri dell’Eurozona nei primi anni ‘10. Ma, superato in qualche modo il picco della crisi, nel decennio successivo le quotazioni dei titoli azionari dei maggiori istituti di credito del Vecchio continente hanno sostanzialmente oscillato all’interno di un vasto trading range, dopo una lunga emorragia che era arrivata a spazzare via più dell’80% della capitalizzazione borsistica complessiva del comparto. Essenzialmente, la stabilizzazione degli anni ‘10 si è quasi sempre configurata come un’occasione tattica di tipo deep value da ridurre al primo alito di risk-off. In pratica, per oltre un decennio il paradigma che prevedeva nei confronti delle maggiori banche un’esposizione sistemica solo attraverso il reddito fisso (spingendosi al massimo nel territorio dei Coco) è stato quasi un articolo di fede. Una regola aurea che si è protratta fino a pochissimo tempo fa, dopo che si era affermata un’epoca in cui si viveva ormai in un mondo completamente diverso rispetto al 2008-2012. Fa impressione rilevare che lo Stoxx 600 Banks ha toccato alla fine del terzo trimestre del 2020 un minimo ancora più basso rispetto a quello messo a segno durante la crisi sovrana. Una fase in cui i mercati stavano già anticipando l’uscita definitiva dal Covid, con tecnologia e commodity in piena ripresa.

Da allora i cambiamenti sono stati radicali: nel quinquennio che va dalla fine del primo semestre del 2021 al giugno 2026 le quotazioni dell’indice bancario sono più o meno triplicate, mentre nei 12 mesi terminati anch’essi all’inizio del secondo semestre di quest’anno è stato registrato +45,5% circa. Anche la guerra fra Usa e Iran non ha scalfito più di tanto il bull market: dopo una correzione di circa il 15%, i corsi si sono ripresi vigorosamente e rapidamente, mettendo a segno un nuovo massimo dai picchi pre-collasso del 2008.

I rendimenti appena elencati assumono uno spessore ancora più rilevante, se paragonati a quanto accaduto all’equity europeo in generale. Lo Stoxx 600, infatti, si è fermato circa a +18,5% nei quattro trimestri fino all’inizio di luglio del 2026, mentre su un intero lustro non è comunque andato oltre +40% circa.  Una crescita umiliante, se si considera che cosa hanno fatto altre piazze, inclusi diversi emergenti.

I driver del bull market

I driver che hanno innescato il bull market degli istituti di credito sono abbastanza evidenti: in primis la presenza di tassi di interesse più elevati rispetto all’era del quantitative easing. Un fenomeno che, comunque finisca la questione di Hormuz (ammesso che mai si vedrà l’ultimo capitolo), è destinato a perdurare per anni. La Bce ha infatti, probabilmente per l’ultima volta in questo ciclo, alzato il costo del denaro di 25 punti base. Ciò nonostante, è alquanto irrealistico ipotizzare un ritorno alle politiche monetarie di un decennio fa, a causa di un’inflazione comunque non ancora domata. Il che significa che le banche dell’Ue e britanniche potranno contare su un margine di interesse ormai stabilmente più che decoroso.

Tutto ciò dopo avere passato anni a ridurre la leva, aumentare la qualità dei bilanci e orientare sempre di più il proprio modello di business, anche attraverso un marcato processo di consolidamento, ad attività che generano commissioni. A questo scenario si somma un altro fattore: un andamento tutto sommato non drammatico, per quanto mediocre, del Pil reale (e non solo nominale) dell’Ue. Se si fa mente locale alle scosse telluriche che hanno dovuto superare economie come Francia, Italia e Germania a partire dallo scoppio della pandemia, il fatto di non avere assistito a nuovi round di crisi del debito sovrano o a un significativo deterioramento dell’esposizione al settore corporate costituisce un mezzo miracolo. Il risultato di tutto ciò ha generato un clima di fortissima fiducia nei confronti del segmento creditizio, anche se sicuramente non mancano le incognite per il futuro.

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