a cura di Mark William Lowe

Nel novembre 2026, il Bangladesh lascerà ufficialmente la lista dei paesi meno sviluppati (least developed countries, Ldc) delle Nazioni Unite. Questo passo chiude un lungo capitolo della storia economica del Paese e ne apre uno più impegnativo.

L’uscita graduale da questa categoria viene spesso presentata come un evidente successo, ma in realtà segna l’inizio di un periodo in cui il Bangladesh dovrà competere sui mercati globali con meno protezioni e meno vantaggi automaticamente garantiti. Per gli investitori e i decisori politici, il 2026 non è un evento da festeggiare: è una prova di stress per la competitività del Bangladesh, le sue capacità di gestione macroeconomica e di operare senza privilegi commerciali.

Non più aiuti all’export

Negli ultimi 30 anni il Bangladesh ha subito una profonda trasformazione economica.

Un tempo fortemente associato alla dipendenza dagli aiuti, il Paese ha costruito una grande economia orientata alle esportazioni. Il settore manifatturiero, guidato principalmente dall’industria dell’abbigliamento, ha sostituito l’agricoltura come motore principale della crescita. I servizi si sono espansi costantemente, sostenendo l’urbanizzazione e i consumi interni. Il Bangladesh è oggi il secondo esportatore mondiale di abbigliamento dopo la Cina.

Il settore impiega milioni di lavoratori e genera la maggior parte dei proventi delle esportazioni. Questo successo è stato sostenuto da un accesso preferenziale al mercato, in particolare all’Unione Europea, e da finanziamenti agevolati legati allo status di paese meno sviluppato. La gradualità comporta una riduzione di questo quadro di sostegno e, nel tempo, la sua completa eliminazione.

Che cosa cambia realmente

L’uscita dallo status di paese meno sviluppato limiterà gradualmente l’accesso alle esportazioni esenti da dazi e alle quote e inasprirà le norme in materia di sostegno al commercio e alla proprietà intellettuale. La preoccupazione immediata è la competitività, soprattutto nel settore dell’abbigliamento, dove i margini sono ridotti e la sensibilità ai prezzi è sempre più elevata. Sono già state messe in atto alcune misure di aiuto alla transizione: il Giappone, ad esempio, ha confermato che il Bangladesh manterrà l’accesso esente da dazi al suo mercato per tre anni dopo l’uscita dallo status di paese meno sviluppato.

Accordi temporanei simili esistono in altri mercati, tra i quali l’Unione Europea. Sebbene queste misure riducano il rischio di uno shock improvviso, sono temporanee per loro natura e come tali devono essere interpretate. Mentre questi sostegni provvisori rimangono in vigore, la sfida per il Bangladesh è passare rapidamente da un modello economico basato sulla produzione a basso costo e sulle preferenze commerciali a uno fondato sulla produttività, la conformità e l’affidabilità.

Il dividendo demografico

Secondo le ultime statistiche del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa), con quasi 170 milioni di abitanti, il Bangladesh è uno dei paesi più densamente popolati al mondo. I dati dell’Unfpa indicano che circa il 10% dei bengalesi ha un’età compresa tra 15 e 19 anni, mentre circa il 65% rientra nella fascia di età lavorativa (da 18 a 60 anni).

Questa struttura demografica rimane una delle risorse più importanti del Paese. Una forza lavoro giovane sostiene il settore manifatturiero, i servizi e la domanda interna e offre un potenziale di crescita a lungo termine se la qualità dell’occupazione migliora. Le industrie ad alta intensità di manodopera hanno assorbito milioni di lavoratori, tra i quali una percentuale significativa di donne che sono entrate nel mondo del lavoro formale. Ciò ha contribuito alla crescita e al cambiamento sociale, ma la creazione di occupati non è più sufficiente: la prossima fase dello sviluppo economico del Bangladesh dipenderà dall’aumento delle competenze professionali, dal soddisfacimento dei requisiti di formazione e dall’incremento della produttività.

Se la forza demografica non è accompagnata da una forza lavoro a maggiore valore, rischia di diventare una fonte di pressione più che un vantaggio.

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