Dopo la decisione della Bce, che ha fatto da apripista, è arrivato l’atteso taglio dei tassi anche da parte della Fed e la possibilità che l’economia americana vada verso un atterraggio morbido sembra sempre più concreta.

In un simile contesto, il mercato del reddito fisso ha attratto ulteriore liquidità che ha riguardato anche i paesi emergenti.Queste economie, dopo essere state severamente colpite dalla pandemia, hanno dovuto affrontare diverse difficoltà, che, però, buona parte delle nazioni coinvolte è riuscita a superare brillantemente

Gli ultimi mesi hanno portato a una forte evoluzione della propensione globale al rischio. Il rientro dell’inflazione e la breve fase di paura durante l’estate hanno spinto le maggiori banche centrali del pianeta a dare il via finalmente a manovre di rientro del costo del denaro. Alla fine, nonostante voci e dati contraddittori (un’abitudine ormai consolidata), è stata la Bce a dare il via al taglio dei tassi di interesse, cui ha fatto seguito a settembre la sforbiciata di 50 punti base da parte della Fed. La concreta possibilità di riuscire a schivare una recessione in America e nel resto del globo, rientrando quindi nell’andamento definito di “Goldilocks” che tanto ha viziato gli investitori negli anni ‘10, ha attirato una grande quantità di liquidità su diversi segmenti del reddito fisso. In particolare, il clima è cambiato in direzione decisamente positiva nei confronti del variegato insieme del fixed income delle economie emergenti. 

Un gigantesco carry trade

I problemi che a partire dal Covid queste ultime hanno dovuto affrontare sono molti: innanzitutto si tratta di un gruppo di paesi che, durante la pandemia, non ha potuto (e in molti casi neppure voluto) spendere risorse comparabili a quelle messe in campo dalle nazioni avanzate. Inoltre, lo scoppio dell’inflazione, a partire dalla seconda metà del 2021, ha generato un gigantesco carry trade sugli asset statunitensi, che ha indotto svalutazioni e volatilità per le attività e le divise di molti emerging. Tutto ciò si è tradotto in una situazione di dissesto per diversi emittenti di frontiera le cui popolazioni si sono viste costrette ad affrontare l’ennesimo round di sacrifici durissimi. Se però ci si concentra su sistemi relativamente più maturi e solidi, si trova un quadro profondamente diverso: l’andamento dei due anni e mezzo che vanno dagli ultimi mesi del 2021 ai primi del 2024, infatti, sono il risultato di un coacervo di contraddizioni che si possono spiegare con un miscuglio di ragioni psicologiche e di opportunismo di breve periodo. Nel primo insieme rientra la concezione dura a morire che assegna ai mercati sviluppati il ruolo di rifugio sicuro. Nel secondo il desiderio (da parte soprattutto di investitori asiatici e del Golfo) di sfruttare il già citato ricco carry trade sul dollaro, un atteggiamento probabilmente rafforzato dalla convinzione che un simile livello di rendimenti sul reddito fisso made in Usa costituisse un’occasione irrinunciabile e dalla vita breve. Infatti, dal punto di vista strettamente dei fondamentali, lo scenario relativo non è mai stato così favorevole agli emergenti più competitivi come oggi.

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