Che cosa attendersi dalle piazze finanziarie, dopo una prima parte dell’anno in cui la geopolitica è stata una dei protagonisti dello scenario globale, è la domanda che Fondi&Sicav ha posto a Ben Jones, global head of research, strategy & insights di Invesco.
Che cosa è successo nei mercati finanziari nel primo semestre dell’anno?
«La performance degli asset globali nei primi sei mesi del 2026 è stata in gran parte positiva, nonostante gli shock geopolitici e di offerta. All’inizio dell’anno ci aspettavamo una sovraperformance degli asset ciclici ed è ciò che si è verificato, con in testa materie prime e azioni quotate. Il dollaro Usa si è rafforzato modestamente rispetto alle valute dei mercati sviluppati, come l’euro, e risulta in rialzo. È comunque importante notare la discontinuità nella performance coincisa con l’inizio del conflitto in Medio Oriente. Da allora, i prezzi dell’energia sono stati il principale motore dei guadagni degli indici delle materie prime. L’oro è sceso dall’arrivo del conflitto, ma resta al di sopra dei livelli di inizio anno. Le azioni statunitensi hanno guidato i mercati azionari dalla fine di febbraio. Riteniamo che ciò sia dovuto in parte alla convinzione che l’economia americana sia in una certa misura protetta dalla crisi energetica, vista la sua indipendenza in questo ambito. Pensiamo che la performance nel resto dell’anno dipenderà in larga misura dagli eventi in Medio Oriente e dalla ripresa del traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, che sarà probabilmente accompagnata da un forte rimbalzo ciclico, guidato dai mercati emergenti e da quelli europei».
La crisi energetica ha visto il rafforzamento del dollaro. Vi aspettate che continui?
«Uno dei principi del nostro outlook per il 2026 era l’aspettativa di un indebolimento del dollaro nel corso dell’anno. Manteniamo questa opinione anche oggi, perché, secondo la nostra analisi, il dollaro resta una delle valute più sopravvalutate in base alla maggior parte degli indicatori. Per gran parte dell’ultimo decennio, il biglietto verde ha rappresentato un elemento centrale dei portafogli, offrendo, sia rendimento, sia protezione nelle fasi di stress di mercato. Oggi, però, questo ruolo viene messo in discussione. Non esiste ancora un’alternativa credibile al dollaro americano come valuta di riserva globale e riteniamo che alcune narrazioni sulla “de-dollarizzazione” siano eccessive. Tuttavia, qualcosa sembra cambiato. A nostro avviso, oggi i fattori contrari a questa divisa superano quelli favorevoli. La valutazione è un buon punto di partenza: anche dopo il calo del 2025, il dollaro resta su livelli elevati rispetto all’intervallo osservato dopo il 2008, in termini reali e ponderati per gli scambi commerciali. Un indebolimento del dollaro non richiede necessariamente una crisi: può realizzarsi anche attraverso un graduale riequilibrio delle posizioni. Per anni, i capitali globali sono confluiti verso gli asset americani, lasciando gli investitori fortemente esposti agli Stati Uniti. Perché il dollaro possa rafforzarsi in modo significativo, riteniamo che questi afflussi debbano proseguire. Però le tensioni commerciali, l’incertezza sulle politiche economiche e alcune proposte potenzialmente sfavorevoli per gli investitori esteri potrebbero spingere i capitali a cercare opportunità altrove. Continuiamo ad aspettarci una divergenza nei percorsi dei tassi di riferimento. Inoltre, differenziali di tasso a breve termine più contenuti dovrebbero ridurre il costo sostenuto dagli investitori esteri per coprire la loro esposizione al dollaro e una maggiore attività di copertura dovrebbe esercitare pressione al ribasso sulla valuta americana. Nel complesso, riteniamo che queste dinamiche indichino un indebolimento del dollaro nel resto del 2026».

