a cura di Pinuccia Parini

Alcuni eventi creditizi in Corea del Sud sono stati fonte di preoccupazione per l’economia del paese. Non si intravede una crisi del credito come scenario di base, ma se il nervosismo del mercato perdurasse, alcune perdite sarebbero inevitabili. Gli operatori di mercato indicano, come causa scatenante dell’accaduto, l’annuncio, lo scorso ottobre, della provincia di Gangwon di non volere rimborsare il debito della Gangwon Jungdo Development Corp, che è di proprietà della provincia e ha sviluppato il parco divertimenti Legoland Korea Resort. Ciò ha spinto le agenzie di rating a declassare l’obbligazione da un rating A1 a D, mettendo in dubbio decine di obbligazioni simili con merito creditizio elevato. Si è così assistito a un aumento dei rendimenti delle obbligazioni societarie e dello spread, con ricadute anche sui bond offshore delle aziende coreane.

La stessa Korea Electric Power Corp, la più grande compagnia elettrica del paese con un rating AAA, ha raccolto sul mercato obbligazionario solo la metà dei fondi cui mirava. Per calmare il mercato, il governo del presidente Yoon Suk-yeol e la Banca di Corea (BoK) sono stati costretti a intervenire. Con il programma di immissione di liquidità, l’esecutivo ha iniziato ad acquistare corporate bond e commercial paper attraverso un fondo di 20 mila miliardi di won ed è stato raddoppiato il programma di acquisto di obbligazioni statali, portandolo a 16 mila miliardi di won. 

Incertezze sull’economia

In base al report pubblicato lo scorso dicembre dalla Bok, che al meeting di novembre ha ulteriormente aumentato i tassi di riferimento portandoli al 3,25%, l’economia è prevista in rallentamento. La crescita del Pil dovrebbe scendere all’1,7% nel 2023 dal 2,6% nel 2022. I consumi privati porrebbero continuare la loro tendenza alla ripresa, sostenuti dall’effetto di una domanda repressa, ma è probabile che il ritmo diventi gradualmente più lento a causa della diminuzione del potere d’acquisto reale e dai tassi d’interesse in aumento. Gli investimenti in strutture e costruzioni dovrebbero restare fiacchi, per via del calo della domanda globale e dell’indebolimento dell’edilizia abitativa e si prevede che la crescita delle esportazioni rallenti in modo significativo. Le prospettive di crescita sono caratterizzate da forti incertezze per rischi endogeni ed esogeni. L’inflazione dei prezzi al consumo dovrebbe scendere al 3,6% nel 2023 dal 5,1% del 2022. La Banca di Corea continuerà a condurre una politica monetaria volta a stabilizzare l’inflazione dei prezzi al consumo al livello obiettivo (2%) in un orizzonte di medio termine, monitorando la crescita economica e prestando attenzione alla stabilità finanziaria, e ritiene giustificato, per il momento, mantenere la sua posizione di rialzo del tasso di base, poiché si prevede che l’inflazione rimanga elevata, sostanzialmente al di sopra del livello obiettivo. 

Fatturato in lenta crescita

Per quanto riguarda lo stato di salute delle aziende, nel terzo trimestre del 2022 il fatturato è salito a un ritmo più lento, in parte a causa della frenata dell’economia globale. Il dato su 3.907 società soggette a revisione contabile esterna è cresciuto del 17,5% su base annua nel periodo luglio-settembre, rallentando rispetto all’aumento del 20,5% del secondo trimestre, secondo i dati della Bok. L’istituto centrale ha dichiarato che le vendite totali sono migliorate grazie, all’incremento dei prezzi dei prodotti, ma il ritmo di crescita più lento rispetto a tre mesi prima è dovuto in parte alla minore domanda causata dal rallentamento dell’economia globale. I produttori manifatturieri hanno registrato un aumento del giro d’affari del 18,2% su base annua, in calo rispetto al +22,2% del trimestre precedente. Anche il dato dei non manifatturieri è sceso da +18,2% a +16,7%. La risalita dei prezzi delle materie prime ha intaccato la loro redditività. Il margine per le aziende manifatturiere e non-manifatturiere si è attestato, rispettivamente, al 5,4% e al 4%, in discesa rispetto al 9,6% e al 5,1% di un anno prima. 

Uno scarso consenso

La Corea è probabilmente ancora alla ricerca di un modello di crescita che, oltre a esprimere al meglio le proprie potenzialità, offra un nuovo schema di sviluppo. Tuttavia, uno degli aspetti che pesano sul futuro del paese è la debolezza della politica. Le speranze suscitate dall’agenda pro-business del presidente Yoon Suk-yeol si sono spente. Eletto lo scorso marzo come candidato del People Power Party, anche se con un margine esiguo, la sua vittoria è stata considerata un risultato significativo, vista la sconfitta del partito conservatore subita cinque anni fa a causa di una serie di scandali che hanno portato all’impeachment della presidente Park Geun-hye (2013-2017). 

Tuttavia, l’agenda politica di Yoon, che prevedeva di stimolare la crescita economica riducendo la regolamentazione per le aziende e le tasse, di affrontare la carenza di alloggi e i prezzi alle stelle, con un allentamento delle restrizioni sui prestiti e delle norme sul mercato degli affitti nel settore privato, e di attuare una riforma del mercato del lavoro, non ha prodotto alcun risultato significativo. Una delle ragioni è che il parlamento è ancora controllato dal partito di opposizione, il Minjoo, ma ha pesato anche il crollo dell’indice di gradimento personale dello stesso presidente. Ciò detto, sono forse proprio la spaccatura netta all’interno del paese e la forte contrapposizione tra i due maggiori partititi a creare una situazione di stallo sul progresso delle riforme e il miglioramento della competitività. Le visioni opposte degli schieramenti vedono la sinistra sottolineare la necessità di contenere il potere delle imprese con maggiori controlli normativi, mentre la destra sostiene che, solo liberando la vitalità del settore privato, la Corea del Sud può sperare di competere nel mondo. 

Quale futuro

La storia contemporanea della Corea del Sud è contrassegnata dal riscatto di un paese che, uscito devastato dalla guerra, è diventato in breve tempo una potenza industriale globale. Come afferma Ku-hyun, professore emerito dell’Università Yonsei ed ex presidente del Samsung Economic Research Institute, «l’hard power da solo non spiega il successo economico della Corea del Sud. Molti altri fattori hanno contribuito, tra i quali l’ondata di crescente soft power sudcoreano, il ripristino della democrazia nel 1987, la decisione di liberalizzare completamente le importazioni nel 1989 e l’adesione all’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico nel 1996 (…). L’insieme di questi sforzi ha innescato un effetto a cascata su tutta l’arena politica, economica, socioculturale e tecnologica del paese». 

Tuttavia, la nazione «deve affrontare anche sfide senza precedenti, tra le quali: le conseguenze demografiche del tasso di fertilità più basso al mondo e di una delle società che invecchiano più rapidamente, la concorrenza economica a tutto campo della Cina, le catene di approvvigionamento vulnerabili e i tassi di crescita molto più bassi. Come se non bastasse, i sudcoreani devono anche confrontarsi con la vicina Corea del Nord, dotata di un crescente arsenale di armi nucleari, e con una forte presenza militare cinese nelle vicinanze. Con l’intensificarsi della competizione tra Stati Uniti e Cina, la Corea del Sud si trova a cavallo di una linea di faglia precaria». Ciò è quanto sostiene Chung Min Lee, senior fellow del Programma Asia della Carnegie ed esperto di sicurezza, difesa, intelligence e gestione delle crisi in Corea e nel Nordest asiatico, rimarcando come essere una società super-connessa e competitiva non basta per la prosperità a lungo termine (rif.: Rethinking South Korea’s National Security Paradigm-How South Korea Is Honing a Competitive Edge-Carnegie Endowment for International Peace). 

Negli anni, il tessuto industriale è cambiato e, accanto al potere dei grandi gruppi, noti come chaebol, si sono aggiunte anche startup che sono diventate motori di crescita, seppure in un contesto altalenante. Se, nel 2011, tutte le prime 10 aziende del paese per capitalizzazione di mercato erano chaebol e consociate, dieci anni dopo, startup come Coupang e Naver sono entrate nella top ten, seguite da vicino da Celltrion (undicesima) e Kakao (dodicesima) (rif.: The Changing Face of South Korea’s Business Sector Amid Global Competition-How South Korea Is Honing a Competitive Edge-Carnegie Endowment for International Peace-22 novembre 2022). Ma, se la politica ricopre un ruolo decisivo nell’ambito delle riforme strutturali, il suo peso non è certo inferiore in termini di relazioni interazionali.

Il pressing degli Usa

La competizione a livello tecnologico delle grandi potenze mondiali è un tema ampiamente dibattuto, su entrambe le sponde dell’Oceano. Non è un caso che Joe Biden abbia deciso pochi giorni dopo l’insediamento del nuovo presidente coreano di visitare ufficialmente il paese. Due sono i significati che si possono evincere da questa visita. Il primo riguarda il mantenimento del legame tra Usa e Corea del Sud in tema di sicurezza internazionale, il secondo la sicurezza economica. Biden, all’indomani della sua elezione, ha subito sottolineato il valore strategico di semiconduttori, batterie per veicoli elettrici, forniture mediche e minerali di terre rare, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dalla Cina. Da questo punto di vista, una reiterazione dell’alleanza dei due paesi appare come un atto necessario per perseguire la strategia Usa nei confronti di Pechino. 

Inoltre, gli Stati Uniti stanno facendo pressione affinché la Corea del Sud aderisca a un’alleanza strategica sui chip, chiamata appunto Chip 4. Quest’ultima dovrebbe coinvolgere quattro potenze mondiali nel campo dei semiconduttori: Corea del Sud, Stati Uniti, Taiwan e Giappone. La formula proposta è un partenariato, ma traspare chiaramente la volontà di contrastare, con questa mossa, la strategia cinese di sviluppare una propria industria tecnologica. A dicembre dello scorso anno, il ministro del commercio, dell’industria e dell’energia Lee Chang-yang aveva dichiarato che il governo stava valutando la possibilità di aderirvi. Ma la situazione è molto delicata, visto che Cina e Hong Kong importano quasi il 60% del totale dei chip prodotti dalle aziende coreane. Sarà interessante vedere quale sarà la scelta di campo di Seoul.

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