Mauro Giangrande, head of passive sales EMEA South di Dws, partecipa al Focus Trend.

Nella sua precedente intervista ha affermato che una delle conseguenze della pandemia, per i mercati finanziari, è stata la consapevolezza di non potere prescindere dai mercati azionari. Potrebbe contestualizzare questa sua considerazione?

«Il tasso d’inflazione ha recentemente raggiunto picchi che negli Stati Uniti non si osservavano da oltre 40 anni. Anche nell’Eurozona il surriscaldamento dei prezzi è una realtà, prova ne è che, dopo anni di politiche monetarie ultra-espansive, la Bce ha annunciato che a marzo terminerà il programma di acquisto titoli Pepp (acronimo di Pandemic emergency purchase programme), grazie al quale, durante il periodo peggiore della pandemia, ha acquistato titoli di stato per un valore di circa 60-70 miliardi di euro ogni mese. L’inflazione più elevata cui abbiamo assistito nell’ultimo decennio non può essere ignorata dagli investitori, sia perché la liquidità lasciata sui conti correnti subisce inevitabilmente una svalutazione sotto forma di perdita di potere d’acquisto, sia perché l’incremento dei tassi d’interesse genera una riduzione del valore di mercato delle obbligazioni in circolazione. In un tale contesto, l’aumento, seppure moderato, della porzione di portafoglio investita in azioni può rappresentare una forma di protezione, che però deve essere valutata nel medio-lungo termine. L’investimento azionario, infatti, si associa necessariamente a una crescita della volatilità: pensiamo a ciò che sta succedendo in seguito all’inasprirsi della crisi in Ucraina. Di conseguenza, i risparmiatori devono attuarlo sempre con l’aiuto del proprio consulente e calibrando attentamente i rischi con i benefici di lungo periodo».  

Qual è la vostra lettura dell’attuale contesto inflativo?

«La view di Dws è cautamente ottimistica sul livello del tasso d’inflazione, che potrebbe stabilizzarsi intorno al 2,3% già a partire dal 2023. Ciò in ragione del fatto che gli attuali picchi sono stati generati anche da fattori di natura più contingente, quali la crescita dei prezzi dell’energia e le interruzioni della catena di approvvigionamento globale. Situazioni che potrebbero migliorare con il graduale ritorno alla normalità nel dopo-Covid. Certo, il conflitto in Ucraina ha aggiunto complessità e va valutato con molta attenzione, soprattutto per gli effetti che potrebbe avere sulle quotazioni del gas e di importanti materie agricole come il grano. In sintesi, nei prossimi anni non ci aspettiamo un’inflazione al 5%, ma gli investitori dovranno comunque accettare un contesto in cui la crescita dei prezzi possa attestarsi a livelli superiori a quelli cui si erano abituati».  

Pensa che l’inflazione possa essere amica o nemica dei mercati?

«Quando si valuta come calibrare i portafogli alla luce di un tasso di inflazione in crescita, non è sufficiente prevedere l’evoluzione dei prezzi, ma è importante osservare anche che cosa succede dal punto di vista del sentiment macroeconomico. Una situazione in cui l’incremento dell’inflazione coincide con una rapida ripresa del mercato del lavoro e, in generale, della produttività, è infatti molto diversa da quella in cui l’inflazione si accompagna ad aspettative di un eventuale rallentamento economico. Nel primo caso riteniamo che l’inflazione possa essere considerata un’amica dei mercati equity. In questo contesto, infatti, gli investitori tendono a incrementare le esposizioni in titoli azionari value, settori più ciclici, mercati emergenti e commodity, come abbiamo osservato nella seconda parte del 2021 e nei primi due mesi del 2022. La pressione all’aumento dei tassi, inoltre, penalizza i titoli governativi e può invece favorire posizionamenti su spread di credito sufficientemente alti come i corporate high yield, allo scopo di compensare, con il cosiddetto carry, l’effetto negativo sui prezzi delle obbligazioni determinato dall’aumento dei rendimenti. Quando però il sentiment macro è meno favorevole, il quadro cambia in maniera considerevole».

Non esistono quindi soluzioni a prova di inflazione che funzionano in ogni contesto?

«Purtroppo no, anche perché oltre a inflazione e sentiment bisogna tenere in debito conto un terzo importante fattore, ossia le politiche monetarie adottate dalla banche centrali. Analizziamo, ad esempio, due papabili evergreen, i titoli di stato indicizzati all’inflazione e l’oro. Nel 2021 gli inflation linked si sono comportati molto bene: l’indice globale replicato dallo Xtrackers Global Inflation Linked di Dws ha, infatti, registrato una performance in euro superiore al 10%. Un contesto estremamente favorevole determinato proprio dalla condotta delle banche centrali, le quali hanno mantenuto i tassi reali in territorio negativo per evitare effetti avversi sulla ripresa. Le recenti dichiarazioni di una politica più restrittiva hanno in parte modificato questo quadro, proprio intervenendo sulle aspettative e quindi sui tassi di breakeven inflation, ai quali gli inflation linked sono direttamente connessi. Lo stesso si può dire degli Etc sull’oro fisico, che performano storicamente molto bene quando i mercati si fanno un po’ più nervosi, ma le cui valutazioni sono generalmente negativamente correlate con un aumento dei tassi, soprattutto di quelli reali. Entrambi questi strumenti, quindi, possono esprimere tutto il loro potenziale solo nell’ambito di un portafoglio composito. La diversificazione, combinata a orizzonti temporali di investimento di lungo termine, costituisce probabilmente l’unica arma efficace a disposizione degli investitori. In ciò gli Etf possono giocare un ruolo fondamentale, anche perché offrono esposizioni estremamente diversificate con costi di gestione molto contenuti».  

Alla luce di quanto descritto, quali flussi state osservando sui vostri Etf da inizio anno?

«Il mercato è caratterizzato da una volatilità molto elevata, quindi le cose possono cambiare da un momento all’altro, anche alla luce dell’escalation militare in Ucraina. Però, ciò che abbiamo osservato sinora sui nostri Etf ci dice che gli investitori per il 2022 mantengono prospettive di crescita positive. Otto dei primi dieci Xtrackers Etf per raccolta da inizio anno sono tutti azionari e, coerentemente con lo scenario sopra descritto di “good inflation”, si focalizzano nell’area dei paesi emergenti, come l’Etf Xtrackers CSI300 Swap e l’Etf Xtrackers Msci Emerging Markets, e in quella dei titoli e settori più value, come l’Etf Xtrackers Msci World Value e l’Etf Xtrackers Msci World Financials. Continua, inoltre, la transizione dei nostri clienti verso gli investimenti sostenibili, come testimoniano gli oltre 700 milioni di euro di raccolta netta positiva registrata da inizio anno dall’Etf Xtrackers Msci Usa Esg».

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