A colloquio con Mauro Giangrande, head of Etf sales Southern Europe di Dws.
Dal punto di vista dei mercati finanziari, che cosa pensa che ci abbiano insegnato questi due anni di pandemia?
«L’avvento del Covid ha rappresentato senz’altro qualcosa di unico, sia per la rapidità con cui il mondo si è trovato a fare i conti con una crisi che nessuno poteva prevedere, sia per gli effetti che ne sono scaturiti. Dopo le prime settimane di altissima volatilità e rendimenti negativi pressoché in tutte le asset class, la ripresa ha interessato i vari comparti dell’economia in maniera non uniforme per magnitudo e per la capacità di invertire il trend. È stata proprio la dispersione dei rendimenti tra i diversi settori che ha caratterizzato in maniera significativa questi due anni; basti pensare che la differenza tra il migliore e il peggiore settore dell’indice Msci World, rispettivamente information technology (+31%) ed energy (-36%), nel solo 2020 ha raggiunto il 67%. L’energy, però, verso la fine del 2020 e in concomitanza con i primi progressivi allentamenti dei lockdown, ha invertito completamente la rotta e nel 2021 è stata addirittura il migliore comparto, registrando una performance superiore al 40%. Stesso identico ragionamento può essere fatto in merito agli stili di gestione, visto che in una fase iniziale del post pandemia sono stati i titoli growth a beneficiare dei rialzi più significativi, mentre, più di recente, abbiamo rilevato un crescente interesse nei confronti dei titoli value e dei settori più ciclici».
E sul reddito fisso quali sono i cambiamenti più significativi?
«È in effetti interessante osservare anche ciò che è successo nell’ambito del fixed income. Le principali banche centrali si sono mosse chiaramente a supporto dell’economia adottando politiche estremamente accomodanti. Successivamente, però, la ripresa economica, la crescita dei prezzi degli idrocarburi e il sorgere di colli di bottiglia nella catena degli approvvigionamenti hanno generato un surriscaldamento dei prezzi e quindi la necessità di studiare una via d’uscita senza causare eccessivi scossoni alla ripresa. Le aspettative d’inflazione sono salite di conseguenza, ma per diverso tempo la maggior parte degli investitori ha condiviso l’idea che potesse essere un fenomeno transitorio; la spinta al rialzo dei tassi è stata quindi caratterizzata per tutto il 2021 da una volatilità elevata. La robusta ripresa economica post Covid ha inciso positivamente anche sulle probabilità di default dei titoli corporate, quindi gli spread si sono mantenuti a livelli storicamente bassi. Nonostante ciò, i rendimenti a fine 2021 sono stati negativi per gli indici obbligazionari societari investment grade, proprio per l’incremento dei tassi d’interesse».
Se dovesse evidenziare i trend più importanti che sono emersi in questi due anni, quali indicherebbe?
«Il post pandemia ha determinato importanti conseguenze dal lato degli investitori. Prima di tutto la consapevolezza di non potere prescindere dai mercati azionari, a maggior ragione se l’obiettivo è generare rendimenti interessanti nel medio-lungo termine e difendersi dall’inflazione. Non solo perché i principali indici equity hanno mostrato una resilienza innegabile in uno dei momenti più difficili della storia recente, ma anche e soprattutto perché il 2022 potrebbe davvero rappresentare un punto di svolta per le politiche monetarie delle banche centrali, con una più che prevedibile ripercussione negativa sulle performance dei titoli obbligazionari. Il tutto dopo anni di politiche monetarie ultra-espansive. La seconda conseguenza, forse ancora più rilevante, è la definitiva consacrazione degli approcci d’investimento improntati alla sostenibilità. Nel 2021, anno record per la raccolta degli Etf in Europa, con circa 160 miliardi di euro di flussi netti, oltre il 40% del totale ha interessato Etf classificati art. 8 o 9 della Sustainable finance disclosure regulation (Sfdr). Risulta evidente quanto ciò sia di vitale importanza in vista del raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione fissati, sia dall’Accordo di Parigi adottato nel dicembre 2015, sia dal Green deal europeo. La rivoluzione verde interesserà tutti i settori, dalla produzione di energia ai trasporti, dall’agricoltura ai processi manifatturieri, e la pandemia ha sicuramente contribuito a fare crescere la consapevolezza che non è più possibile rimandare. Sono quindi necessari miliardi di euro di investimenti ogni anno, che il settore pubblico non può affrontare autonomamente. C’è bisogno del contributo di tutti e il ruolo degli asset manager è proprio promuovere una maggiore consapevolezza tra gli investitori e veicolare il più possibile risorse nei confronti delle aziende che più si stanno impegnando nel processo di transizione. Ed è ciò che sta avvenendo».
Quali Etf pensa che abbiano, prospetticamente, maggiore forza e sono per voi strategicamente importanti?
«In generale stiamo osservando un mercato degli Etf in perfetta salute. La raccolta cresce anno dopo anno in tutti i comparti in maniera esponenziale; i motivi sono diversi e vanno ricercati non solo nei bassi costi, ma anche nel fatto che l’utilizzo degli Etf permette riallocazioni veloci ed efficienti soprattutto in condizioni di mercato volatili come quelle che abbiamo vissuto nel post-pandemia. Il nostro impegno continua quindi a essere di mettere a disposizione dei nostri clienti tutte le soluzioni utili al raggiungimento di questo scopo con una gamma il più possibile completa, che spazia dai prodotti più tradizionali, ai settori, ai fattori e ai tematici. Nel tempo si è poi aggiunta un’altra esigenza, altamente strategica, che è estendere il più possibile l’offerta di Etf Esg. Al momento, siamo già tra i principali provider in Europa con oltre 30 Etf sostenibili, sia azionari, sia obbligazionari, e quasi 14 miliardi di euro di masse in gestione, ma per il prosieguo dell’anno abbiamo pianificato numerose altre emissioni. L’ultima in ordine di tempo è stata il lancio, a gennaio su Borsa Italiana, di uno dei primi Etf governativi globali che premia i paesi con alte prestazioni ambientali, sociali e di governance, a discapito di quelli caratterizzati da punteggi di sostenibilità inferiori. La metodologia mira a fornire un significativo orientamento alla sostenibilità utilizzando 41 indicatori Esg e un set di dati esterni ampiamente riconosciuti».

