L’outlook 2022 di Elena Bossola, head of third party distribution di Edmond de Rothschild Asset management.

Dopo la ripresa della crescita economica, sostenuta da piani di stimolo fiscale e da politiche monetarie ultra-espansive, come si presenta il 2022?

«La variante Omicron, che è arrivata di recente, rappresenta un importante reminder che l’epidemia è ancora un fattore di rischio. È troppo presto per misurarne l’impatto, ma ciò che è certo è che la ripresa sarà posticipata rispetto alle aspettative. Le previsioni degli utili rimangono rassicuranti, mentre a preoccupare sono le aspettative di inflazione, variabile che manca da così tanto tempo che per molti investitori rappresenta solo un vago concetto. Il dibattito attuale è tra un’inflazione legata alla temporanea interruzione della catena di produzione globale (inflazione di breve) o, all’opposto, un’inflazione spinta dall’eccesso di domanda. Probabilmente quest’ultimo è il caso degli Stati Uniti, dove potremo quindi aspettarci politiche monetarie più restrittive. In ogni caso, siamo convinti che persisterà la volatilità che abbiamo visto quest’anno, dovuta anche alle diverse scadenze politiche in programma, principalmente le elezioni presidenziali in Francia, gli strascichi della Brexit, le tensioni in Ucraina e a Taiwan. In questo contesto preferiamo i mercati azionari a quelli obbligazionari con un’allocazione bilanciata tra i diversi paesi. I mercati emergenti presentano valutazioni relative interessanti, ma li sovrappeseremo solo nel momento in cui ci sarà maggiore visibilità sull’inflazione e sulle aspettative delle banche centrali. L’Europa rappresenta ancora un’opportunità da tenere in considerazione grazie alle politiche monetarie accomodanti e alla capacità delle aziende di partecipare alla ripresa globale. Sui mercati obbligazionari preferiamo un approccio flessibile in questo contesto fluido con un focus su strumenti a duration breve e sul debito finanziario subordinato».

Qual è la vostra strategia sul reddito fisso?

«Per prima cosa dobbiamo capire quali variabili sono già scontate nelle valutazioni attuali e un buon punto di analisi è costituito dai credit spread, che includono non solo il rischio di default, ma anche il rischio paese, settoriale, di regolamento e, non meno importante, la volatilità. Al momento, non ci aspettiamo un aumento dei tassi di default. La crescita a livello globale rimane solida, sia in Europa, sia negli Stati Uniti, mentre è in rallentamento in Cina, ma non nel resto dei mercati emergenti: pertanto non ci dovrebbero essere impatti negativi sugli spread. La variabile da monitorare, come già sottolineato, rimane l’inflazione e se il suo livello è sotto controllo o no. Ciò che è sicuro è che l’incertezza sta creando alcuni punti di entrata molto favorevoli sui prodotti a spread. Pensiamo, ad esempio, agli spread nei settori Covid sensitive, come quello dei trasporti aerei, dove i differenziali si sono allargati di 100 bp nel giro di pochi giorni. Lo stesso nell’industria chimica per gli elevati costi di trasporto. Pertanto, nel mercato del reddito fisso la nostra strategia è di cautela nel breve termine, ma dinamica, selettiva e opportunistica nel 2022. Tra i segmenti di mercato che stiamo monitorando più da vicino, ci sono le obbligazioni corporate high yield sui mercati emergenti, soprattutto America Latina, i subordinati finanziari con una preferenza per il settore dei Coco bond e le obbligazioni corporate ibride. Quest’ultimo segmento in particolare, ancora sottopesato nei portafogli degli investitori, sta crescendo in termini di dimensioni (circa 200 miliardi di euro rispetto a praticamente zero dieci anni fa), sia di diversificazione: storicamente dominato da utility e telecom sta ora interessando tutti i settori. Sostanzialmente offre un rendimento pari al segmento BB, ma con un rischio simile all’investment grade».

Quali sono i temi che ritenete continueranno a guidare il mercato?

«Rimaniamo focalizzati sui temi di lungo periodo che la pandemia ha reso ancora più interessanti. Mi riferisco, in particolare, ai big data, all’accelerazione tecnologica dei settori tradizionali (finanziario e healthcare sopra tutti) e all’investimento sullo human capital. A questo proposito, pensiamo, infatti, che un catalizzatore importante sarà il piano di Biden per le infrastrutture, che prevede la creazione di 2 milioni di nuovi posti di lavoro in settori innovativi come l’hi-tech e le energie rinnovabili, che richiederanno un consistente programma di training per i dipendenti per sviluppare nuove competenze. Attualmente, gli Stati Uniti investono solo lo 0,1% del Gdp in corsi di formazione, una percentuale molto bassa, se comparata al 2% della Danimarca o all’1% della Francia. Pensiamo quindi che ci sia un ampio margine di crescita per le aziende nei settori education & training. Ultimo, ma non per importanza, l’Esg. Pensiamo che sempre più il percorso sia tracciato verso investimenti (sia liquidi, sia illiquidi) che generino non solo performance, ma un impatto positivo nel mondo in cui viviamo».

Perché preferite mid e small cap?

«Negli ultimi cinque anni le small e mid cap hanno visto performance molto interessanti. Se torniamo al 2016, quattro small cap e 13 mid cap dell’epoca sono ora tra i primi 100 titoli dell’Eurozona. Ad esempio Sartorius Stedim, uno dei principali fornitori di materiale farmaceutico del mondo, ha visto la sua capitalizzazione passare da 5,5 miliardi di euro a 47, grazie alla crescita strutturale del settore bio-farmaceutico.  L’universo delle small e mid cap europee è stato rinforzato negli ultimi due anni da oltre 100 Ipo, soprattutto in settori innovativi di nicchia, candidati quindi a sovraperformare il mercato. L’indice Msci Emu Small Cap presenta una crescita degli utili attesa per il 2022 del 24%, decisamente maggiore a quanto previsto per le large cap. Dall’altro lato, le valutazioni sono elevate, se consideriamo il premio per il rischio attuale (5% contro una media storica del 23%); di conseguenza una volta di più, la selettività è d’obbligo. Ultimo tema a sostegno del segmento è il grande numero di fusioni e acquisizioni: dal 1990 a oggi circa il 90% dei deal ha coinvolto società con capitalizzazione inferiore a 5 miliardi di euro, per cui ci aspettiamo un impatto positivo anche per il 2022. Prevediamo, infatti, un’accelerazione dell’M&A, sostenuta da cash flow elevati, dal basso costo del funding e dalla ricerca di leve di crescita addizionali prima del ritorno a un contesto economico di normalità».

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