a cura di Pinuccia Parini
Ad Aldo Pigoli, docente presso l’Università Cattolica di Milano ed esperto di analisi di intelligence, delle relazioni internazionali e dei mercati, Fondi&Sicav ha chiesto alcune riflessioni sull’attuale situazione geoeconomica.
Lo scenario internazionale sta diventando sempre più complesso da leggere e interpretare. A suo parere, che cosa sta avvenendo?
«Occorre fare una premessa. Quando si guarda all’evoluzione del sistema internazionale, considerando i rapporti di natura economico-produttiva, commerciale e finanziaria, è possibile vedere uno scenario che, oramai da diversi anni, è sempre più caratterizzato da uno spostamento del baricentro geoeconomico. Dalla conferenza di Bretton Woods, del 1944, l’ordinamento mondiale è stato governato da alcune economie occidentali, soprattutto dagli Stati Uniti per la loro forza economica, con il dollaro americano che è diventato la valuta di riferimento per gli scambi commerciali e le transazioni finanziarie. Da quel momento il sistema geoeconomico è stato guidato da un insieme di paesi, che sono quelli rappresentati all’interno del G7, accomunati da una serie di punti in comune: sono produttori ed esportatori di beni, hanno sviluppato consistenti investimenti esteri e hanno caratterizzato lo sviluppo economico internazionale sino a circa 25 anni fa. Da allora, la loro capacità di determinare in modo significativo le dinamiche economiche, commerciali e finanziarie è andata progressivamente diminuendo».
Che cosa è successo un quarto di secolo fa?
«Sono comparsi sul palcoscenico internazionale altri attori, tra i quali la Cina che, sin dagli anni ’90, ha cominciato a sviluppare la propria forza economica. Dal 2013 la Repubblica Popolare Cinese è diventata il maggiore paese esportatore al mondo di beni e anche la quota dei servizi sta progressivamente aumentando. Non è ancora la più grande economia commerciale, perché questo primato è degli Stati Uniti, ma il suo ruolo è cresciuto tanto da diventare protagonista sulla scena mondiale: la Cina è il primo partner commerciale di circa 130 paesi, mentre gli Stati Uniti lo sono per meno della metà. Insieme a essa si sono rafforzate anche altre economie: i cosiddetti paesi emergenti. Lo sviluppo di queste realtà, la cui potenzialità all’inizio era stata probabilmente sottostimata, ha provocato un cambiamento negli equilibri internazionali. Il mondo circoscrivibile al G7 sta progressivamente lasciando il passo, in termini di dimensioni economiche, alla somma dei paesi emergenti: dai Brics all’Arabia Saudita, dall’Indonesia alla Turchia. In altre parole, si è creata una massa critica che, in termini produttivi, di scambi commerciali e di apporto finanziario nelle operazioni di investimento, è diventata rilevante».
È il Global South che fa sentire il proprio peso in misura più consistente?
«Non amo molto utilizzare questo termine, perché penso si rifaccia a una visione in cui il mondo viene diviso in due parti, Nord e Sud, che ritengo storicamente e geograficamente superata. Ciò che si ha di fronte, oggi, è una sfida strutturale alla governance del G7 che appare non più in grado di gestire negozialmente l’evoluzione del sistema internazionale, perché è diminuito il suo peso relativo, tant’è che ormai si parla sempre più spesso di G20 o di altri fora che coinvolgono un numero di paesi più ampio. Inoltre, sono cambiate le dinamiche produttive e commerciali e le filiere di approvvigionamento, che non sono più governate solo dal mondo occidentale: frequentemente si trovano aziende cinesi, indiane o turche che le controllano da monte a valle (vedi ad esempio il ruolo della Cina nella filiera produttiva delle auto elettriche)».
Che cosa comporta ciò che ha appena descritto?
«I vecchi modelli d’analisi, pur non essendo desueti, devono confrontarsi con l’evoluzione della situazione. Per quanto riguarda il futuro, c’è chi propugna una de-occidentalizzazione del sistema economico-finanziario, tema sempre più dibattuto a diversi livelli e diventato più che mai attuale. Tuttavia, nonostante questo percorso sia possibile da un punto di vista economico-commerciale, manca un importante ingrediente perché possa essere completato: la governance».
Questi paesi non potrebbero adottarne una?
«Nel mondo c’è stato per lungo tempo un controllo prevalentemente degli Usa e dell’Europa occidentale, che hanno condiviso una visione di fondo, hanno pacificato i loro rapporti e sono stati abbastanza uniti. Quando si parla di G20, è difficile trovare lo stesso tipo di coesione e la governance non solo non è condivisa, ma c’è competizione tra i vari membri. La Cina e l’India non hanno un sistema economico-produttivo e finanziario integrato, così come l’Europa ha avuto con gli Usa e con il Giappone. È difficile pensare che i paesi emergenti riescano a creare un sistema simile perché, se anche la stessa Cina decidesse di assumere il ruolo da protagonista, ammesso che sia tra i suoi desiderata, non penso che gli altri paesi glielo lascerebbero fare, perché molti sono i conflitti di interesse. Inoltre, l’evoluzione geoeconomica del sistema internazionale, dalla seconda rivoluzione industriale a oggi, si è basata su un elemento di garanzia e omogeneità, che è la valuta: la sterlina prima e il dollaro poi. Qual è la divisa dei paesi emergenti che potrebbe sostituire il biglietto verde, visto che anche la stessa Cina non ha ancora liberalizzato pienamente il capital account?»
Non si è quindi di fronte a un processo di de-dollarizzazione?
«C’è una narrazione della de-dollarizzazione, ma quando sarà possibile che ciò avvenga? Le quote di controllo finanziario del dollaro, sia pubbliche, sia private, sono ancora elevate, nonostante siano diminuite rispetto al passato. L’idea che il Dragone tra 50 anni faccia una nuova Bretton Woods e il renminbi possa assurgere a contraltare del biglietto verde è un’ipotesi ancora tutta da dimostrare. Inoltre, Pechino sarà in grado di creare un consenso come Washington ha saputo fare? Rispondere a questi quesiti significa tracciare concretamente le prospettive di evoluzione futura».
Rimangono però tante incertezze…
«Sì, ma non vedo un futuro guidato dalle potenze emergenti, bensì un contesto in cui i membri del G7 continueranno a essere rilevanti e la resilienza economica degli Stati Uniti lo dimostra. La ragione è nel fatto che non c’è una convergenza strutturale e strategica tra Cina, India, Russia e Turchia, per citare alcuni stati, se non un racconto anti-occidentale, che è molto forte e vincente. Al momento attuale, il soft power cinese non può essere equiparato alla leadership statunitense. Siamo in una fase di transizione nella quale, relativamente parlando, è indubbio che stanno avvenendo cambiamenti importanti».
Si sta andando verso un nuovo modello di governance?
«Credo che si stia andando verso un sistema più anarchico e complesso, così come lo dimostrano le crisi geopolitiche cui stiamo assistendo. Non è nella “vision” cinese governare il sistema internazionale, così come lo è stato per gli Stati Uniti, che sono nati con una concezione messianica del mondo portata avanti per tutto il ‘900 e nel secolo attuale. La Cina vuole diventare la prima potenza economica entro il 2049, centenario della nascita della repubblica e questo è il suo obiettivo prioritario».
Non ritiene che ci siano elementi per dire che si sta assistendo a una decadenza dell’occidente?
«Sono tra coloro che sostengono che demograficamente, economicamente, politicamente e militarmente l’occidente sta decadendo rispetto al resto del mondo: non si può più pensare a Roma caput mundi! Ciononostante, non sono certo di quale sarà la governance futura, perché proprio i due attori maggiormente protagonisti della crescita economica mondiale attuale, la Cina e l’India, sono concorrenti tra loro e hanno due visioni diverse del mondo. E lo stesso tipo di considerazione può essere fatta anche per altri paesi del blocco emergente: ciascuno cammina lungo la propria strada senza una strategia di lungo periodo. Ne consegue che, anche da un punto di vista geoeconomico, non è chiaro dove si stia andando, perché l’attore che si contrappone agli Stati Uniti non ha sino a oggi mostrato di volere guidare il sistema internazionale e come farlo».
C’è però un tema al quale tutti i paesi sono chiamati a dare risposte concrete: la transizione ecologica. Chi farà da guida affinché gli obiettivi che ci si è dati siano rispettati?
«È un’emergenza e, anche in questo caso, c’è un problema di governance. Sarà curioso vedere che cosa accadrà durante la Cop 28 di Dubai, perché in quell’occasione sarà possibile constatare che anche in quella parte del mondo, il cui sviluppo è stato guidato dalla produzione ed esportazione di idrocarburi, viene percepita la necessità di andare verso un azzeramento delle emissioni di carbonio. Inoltre, gli Emirati Arabi sono un paese che è un esempio della trasformazione geoeconomica del mondo. Detto ciò, chi guida la transizione è chi ha le risorse per poterlo fare? Al momento, l’area in cui l’efficientamento energetico e il tentativo di stabilire limiti significativi alle emissioni di CO2 sono più evidenti è l’Unione Europea, che in questa partita si gioca il suo futuro. Se la Ue sarà capace di rappresentare il modello da seguire, potrà acquisire una leadership, ma, allo stesso tempo, per rispettare i limiti che si è imposta, andrà incontro a un indebolimento».
Perché pensa che ci possa essere un indebolimento del Vecchio continente?
«Perché fissare dei vincoli limita la crescita economica, almeno nel breve-medio periodo, e andare verso la svolta green significa cambiare la struttura geoeconomica del mondo, con la preminenza di nuove filiere di approvvigionamento che sono diverse da quelle che sinora l’occidente ha controllato. Stiamo vivendo ancora la transizione ecologica come una questione etico-morale, senza renderci pienamente conto dei mutamenti in atto. Se si passa da un sistema produttivo a un altro, la domanda da porsi è chi ne controlla i gangli. Da questo punto di vista, la Cina è già palesemente avvantaggiata e bisogna interrogarsi su tutti gli altri paesi. Tuttavia, la grande differenza rispetto al modello che ha caratterizzato lo sviluppo degli ultimi 70 anni è che, anche in questo caso, non è chiara la governance».
Fa paura un mondo senza una governance?
«Sì, perché l’anarchia porta verso “bellum omnium contra omnes”(“la guerra di tutti contro tutti”). Quando le regole non sono più condivise fra tutti, ma frutto di patti tra un numero limitato di controparti all’interno di un sistema globale, si creano attriti e tensioni. ciò, però, fa parte della storia del mondo: le transizioni sono sempre state critiche e conflittuali. Oggi siamo in una fase di passaggio che è molto rapida e ha, al suo interno, un elemento nuovo: la tecnologia, che velocizza e radicalizza tutto. Indubbiamente, viviamo in un mondo più complesso».

