Da una decina di anni è in atto una vera e propria rivoluzione nel mercato dei fondi: l’affermazione degli Etf. Dapprima in maniera silenziosa, poi in modo sempre più forte, stanno sbaragliando il mercato tradizionale dei fondi attivi. Grazie ai loro costi nettamente inferiori, talora quasi inesistenti, hanno fatto registrare performance superiori rispetto a quelle delle soluzioni attive. Nell’ambito della consulenza finanziaria, questa tendenza ha evidenziato un problema molto difficilmente risolubile: per i professionisti tradizionali le commissioni fornite da questa asset class non sono certo comparabili alle retrocessioni che tradizionalmente le case trasmettono alle reti, ma anche chi opera in consulenza evoluta, con una fee fissa, qualche problema comincia ad averlo. Infatti, per quanto la remunerazione sul portafoglio sia contenuta, innalza in maniera molto sensibile i costi degli exchange trade fund. Diverse reti si sono difese non offrendo questi strumenti ma, andando avanti, sta diventando sempre più difficile questa politica, visto che gli Aum dei prodotti passivi hanno superato quelli dei prodotti tradizionali.
Ad avere aperto con energia questo tema è stato Emanuele Maria Carluccio, docente di economia degli intermediari finanziari presso l’Università di Verona e soprattutto presidente di Efpa Europe e membro del Comitato scientifico di Efpa Italia: in pratica un uomo collegato molto direttamente ad Anasf, visto che la fondazione Efpa in Italia è controllata direttamente dall’associazione che rappresenta la quasi totalità dei consulenti finanziari.
L’affermazione dei prodotti passivi può portare a una fortissima riduzione del numero di professionisti che operano in questo settore?
«Nel febbraio del 2017 il Moody’s Investors Service aveva previsto che, entro la fine del 2024, nel mercato statunitense gli Aum dei prodotti passivi avrebbero superato gli Aum di quelli gestiti attivamente. Una previsione praticamente perfetta; nel febbraio del 2025, infatti, nel mercato statunitense, per la prima volta, i net asset degli Etf hanno superato quelli dei fondi tradizionali gestiti attivamente. Analogo il fenomeno, a livello globale, nel comparto dei fondi azionari, nel quale già dalla fine del 2023 i prodotti passivi avevano superato, come masse in gestione, i prodotti attivi. A livello europeo il fenomeno non è ancora così marcato, ma il trend è del tutto analogo; infatti, mentre alla fine del 2015 la quota dei fondi passivi non superava il 14% del totale degli attivi, già alla fine del 2025 era salita al 30%, con un ritmo di crescita costante e continuo che non lascia spazi a possibili inversioni di tendenza. Ma quanto qui velocemente ricordato era inevitabile che accadesse; nei mercati efficienti, in realtà, è alquanto difficile, se non del tutto impossibile, che un gestore attivo riesca a performare più del benchmark di riferimento in modo continuo e persistente; se poi la politica di gestione del gestore attivo viene gravata anche da maggiori costi, quelli necessari per remunerare il lavoro di chi porta le masse (i consulenti/collocatori) allora la sfida con gli Etf risulta inesorabilmente già persa in partenza. Quali conseguenze attendersi da questo trend in atto? Sul fronte degli asset manager, allo scopo di ridurre il gap di performance con i gestori passivi, ci si deve inevitabilmente attendere una pressione sui costi di gestione e, conseguentemente, sulle retrocessioni riconosciute ai collocatori/distributori; sul fronte dei consulenti ci si deve aspettare una crescente presenza degli Etf e, più in generale, dei prodotti gestiti passivamente all’interno dei portafogli dei loro clienti, con una conseguente riduzione graduale e continua dei loro pay-in».

