Il 2025 si è chiuso complessivamente in positivo per l’Europa e sicuramente meglio di quanto non facessero presagire i primi mesi dell’anno.

Gli alti e bassi della nuova amministrazione americana hanno sicuramente creato scompiglio, ma, in un quadro molto complesso per il Vecchio continente, con il trascorrere del tempo hanno iniziato a emergere alcune tendenze che sembrano aprire una nuova fase di crescita. A fare da traino a questo cambiamento c’è la Germania che, dopo anni di stagnazione economica, ha varato un ingente piano di stimolo alla propria economia. A ciò si è aggiunto un aumento della spesa militare per il resto del continente che potrebbe fare da volano a una ripresa economica su più ampia scala

Europa: il 2025

Poteva andare peggio. Queste tre parole rendono l’idea di che cosa è stato il 2025 dell’Europa, specialmente se si torna con la memoria al clima generale del dicembre 2024. In quel periodo, infatti, Donald Trump era già stato eletto, ma non aveva ancora iniziato la sua controversa azione di governo, anche se l’amministrazione entrante godeva di un autentico entusiasmo da parte degli investitori che vedevano nel  presidente degli Stati Uniti un campione delle politiche pro-crescita. Inoltre, la Cina appariva già in piena ripresa, persino psicologica: DeepSeek stava per arrivare, mentre erano già state varate importanti misure di sostegno al consumo e l’equity locale aveva preso a risalire con una certa intensità. 

Msci Europe

Il Vecchio continente, invece, sembrava attanagliato dai soliti problemi, peraltro sottolineati con un’inusuale spietatezza dal rapporto Draghi. Questo fosco quadro trovava conferma in un incremento del Pil di appena lo 0,7% nel corso del 2024. Anche le performance degli asset rischiosi riflettevano la modestia del tutto: l’Msci Europe aveva chiuso l’anno con un rendimento, in dollari, del 2,43%. In concreto, un livello umiliante, non solo se si usa come metro di paragone l’S&P 500 (addirittura uno stellare +23%), ma anche se si guarda ai mercati emergenti: nel 2024 questi ultimi hanno generato +7,5%.

Il Pil

Il 2025, invece, si è rivelato un’annata contraddittoria e curiosa, ma, tutto sommato, non negativa. Innanzitutto, il Pil dei paesi dell’unione monetaria complessivamente dovrebbe avere accelerato fino a +1,4%, mentre l’equity europeo nei primi 11 mesi di quest’anno ha fornito un rendimento del 31,44%, anche se questa performance è anch’essa espressa in dollari ed è stata in parte gonfiata dalla debolezza della divisa americana. I numeri da soli, però, restituiscono un quadro parziale: infatti, l’elemento più interessante, se si vuole analizzare le prospettive su questo lato dell’Atlantico, è da ricercare nella maniera in cui questa mini-ripresa è avvenuta.

La fine del rally del value

L’esplosione del protezionismo statunitense la scorsa primavera ha decretato la parola fine di un relativamente lungo rally del value europeo, che è stato il fattore che ha tenuto a galla i listini continentali nelle fasi più cupe a partire dall’ultimo trimestre del 2022. Inoltre, la ripresa dai minimi di aprile è stata indubbiamente meno robusta rispetto all’incredibile ritorno dei giganti del tech made in Usa e alla ritrovata e continua forza relativa che ha caratterizzato diverse piazze emerging.

La Germania

Questi sviluppi, in realtà, non sono sorprendenti: l’Ue si è trovata, infatti, a fare i conti con l’esaurimento del proprio modello mercantilista, attaccato da una parte dalle tariffe trumpiane e dall’altra dalla sempre più potente e avanzata macchina da esportazioni cinese. Al centro di questa crisi c’è la maggiore potenza del Continente: la Germania. Il Paese, che tra gli stati ad alto reddito, è quello che ha maggiormente puntato sulla manifattura, ha passato l’ultimo triennio fra recessione e stagnazione, con aperte discussioni sul rischio di assistere a uno sterminio dei propri comparti chiave da parte della concorrenza della Repubblica Popolare. Al contempo, però, hanno cominciato a essere chiaramente visibili alcune tendenze sorprendenti, che hanno stimolato l’avvio di qualcosa che non si vedeva da decenni: la ricerca da parte dell’Europa di un sentiero endogeno di crescita. Non potendo contare più di tanto sui mercati di sbocco delle due superpotenze, si è decisa, dunque, a fare da sola. 

 

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