C’è un altro tema, oltre all’intelligenza artificiale, che ha attratto l’attenzione degli investitori: la difesa europea. Le ragioni sono da rintracciare nella riconfigurazione delle dinamiche geopolitiche e nel cambiamento degli equilibri internazionali. In questo contesto, è necessario che l’Europa torni a investire negli armamenti per proteggere la propria sovranità ed essere pronta a intervenire nel caso che la situazione lo richieda. La debolezza sui mercati negli ultimi mesi dei titoli appartenenti a questo settore ha fatto sorgere il quesito se i livelli attuali siano attrattivi in termini d’investimento, con le le debite distinzioni tra domanda strutturale e capacità delle imprese di soddisfarla nei tempi richiesti. Si sta assistendo all’impiego dell’intelligenza artificiale e di altre nuove tecnologie in un comparto che, di fatto, rientra nell’industria pesante: è un connubio atipico, ma che è figlio dell’era che si sta faticosamente vivendo
I mercati azionari da tre anni e mezzo sono focalizzati con un’attenzione ai limiti dell’ossessione sull’intelligenza artificiale. A volte, però, ci si dimentica dell’altro grande tema di questi anni: la difesa europea, il vero grande growth adiacente alla tecnologia che è presente nelle piazze del continente. Per dare un’idea dell’importanza della questione, conviene partire da qualche dato: alla vigilia dell’invasione dell’Ucraina l’indice Stoxx Targeted Defence, che racchiude i 27 principali titoli del comparto, scambiava intorno a 940 punti. Ai picchi registrati lo scorso gennaio, era stata superata quota 6.700. Da allora, però, l’entusiasmo, peraltro già provato da un 2025 comunque volatile, si è raffreddato. Paradossalmente, il conflitto Usa-Iran ha dato il via a una robusta, ancorché non tragica, correzione. I corsi sono infatti calati fino a 5.400, per poi riprendersi, dopo la tregua, sopra 5.800 registrato negli ultimi giorni di maggio.
Valutazioni ora accettabili
In pratica, più prima che poi, si dovrebbe tornare a riconoscere che il paradigma di pace armata emerso negli ultimi anni non è superabile. A questo punto, vale la pena chiedersi se la volatilità e i cali delle ultime settimane non abbiano in realtà creato una buona occasione per posizionarsi su un insieme di asset in precedenza troppo cari. La risposta al quesito è sostanzialmente un “dipende”, virante verso il sì. Ovviamente il giudizio poggia sull’assioma della remilitarizzazione dell’Unione Europea descritto in precedenza. All’interno di questo paradigma, senz’altro i multipli attuali, per quanto non siano da saldo di fine stagione, sono comunque più che accettabili. Dmitrii Ponomarev, product manager di VanEck, snocciola diversi interessanti dettagli: «I driver strutturali non sono cambiati. I membri della Nato si sono impegnati a innalzare le spese militari fino al 5% del Pil entro il 2035. Il Sondervermögen tedesco, l’aggiornamento del Lpm francese e l’allocazione polacca nella difesa superiore al 4% dell’economia sono impegni di legge. Non si tratta di spese discrezionali sensibili agli andamenti geopolitici di breve periodo. Il portafoglio ordini delle imprese continentali del settore rimangono a livelli record o vicino a essi. A essere stata ricalibrata non è la stima della domanda, ma il premio in termini di valutazioni che le intense previsioni di crescita avevano contribuito a creare negli ultimi 18 mesi».
Correzione significativa
Aggiunge poi Ponomarev: «Operare questa distinzione è importante, perché ciò permette di stabilire come la correzione sia stata significativa rispetto, per dire, all’inizio di marzo. Il P/E di Thales, ad esempio, è passato da 50x a 27x, quello di Leonardo da 27x a 22x, mentre nel caso di Saab si è scesi da 53x a 40x. Nello stesso tempo gruppi britannici come Bobcock scambiano a livelli modesti, con un P/E nella fascia “teen” della doppia cifra. Si tratta di una valutazione del mercato storicamente conveniente: parliamo, infatti, di società con una forte visibilità dei risultati, generata da contratti pubblici. I multipli si sono contratti al punto da offrire oggi un punto di entrata più equilibrato rispetto all’inizio dell’anno».
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