L’outlook di Fidelity international, intervista a Andrew McCaffery, global cio asset management, Romain Boscher cio global equity e Steve Ellis, cio global fixed income.
Quello trascorso è stato l’anno della ripresa economica, ma alcuni dubbi si stagliano all’orizzonte.
McCaffery: «Il 2021 è stato l’anno della ripresa che molti auspicavano. Le aziende hanno riaperto i battenti, i pendolari sono tornati alle loro scrivanie e i più coraggiosi sono anche andati in vacanza. Tuttavia, non possiamo certo descriverlo come un vero e proprio ritorno alla normalità, dati i prezzi dell’energia alle stelle, i livelli del debito alti e una crescita che ha ormai superato il picco. Questa situazione alimenta il rischio di un errore politico nei prossimi 12 mesi, mentre governi e banche centrali cercano di districarsi senza perdere la fiducia dei mercati. Un primo dilemma è come avviare una politica monetaria più restrittiva e tenere sotto controllo l’inflazione senza abbattere la ripresa. Un altro è capire come gestire l’aumento dei prezzi dell’energia durante la transizione verso un’economia a basso impatto di carbonio. Sintonizzare al meglio le diverse politiche per risolvere queste dinamiche conflittuali non sarà un compito facile».
Pensa che l’inflazione sia un fenomeno transitorio?
McCaffery: «Nonostante la retorica delle banche centrali in merito alla transitorietà delle pressioni inflazionistiche, alcuni rincari sembrano destinati a persistere a causa delle interruzioni delle filiere e della deglobalizzazione in atto e, più a lungo termine, per i costi associati all’azzeramento delle emissioni nette. Lasciarsi sfuggire di mano l’inflazione andrebbe solamente ad aggravare il problema in seguito; dall’altra parte, ridurla in maniera aggressiva potrebbe ostacolare una crescita già piuttosto stagnante. Nel complesso, ci aspettiamo che i tassi di interesse rimangano ridotti ancora a lungo, nonostante il rincaro dei prezzi e il desiderio delle banche centrali di ridimensionare gli acquisti di asset in maniera relativamente tempestiva. Sono necessari tassi estremamente ridotti per mantenere a galla il sistema, ora che il livello del debito è superiore a quello registrato durante la seconda guerra mondiale».
In termini di crescita, emerge sul mercato qualche preoccupazione sulla Cina.
McCaffery: «La Cina sembra determinata a passare a un modello economico orientato verso l’economia reale, ridimensionando il debito e le disuguaglianze, piuttosto che reagire ai ribassi degli asset finanziari. E questo fatto dovrebbe aiutare i mercati nel lungo periodo, incrementando le azioni opportunistiche e consentendo agli investitori di valutare più accuratamente gli asset. Ciononostante, la posizione politica del Paese potrebbe pesare in negativo sulla crescita globale nel 2022 e le previsioni di consensus potrebbero essere riviste al ribasso»
Il cambiamento climatico è diventato un tema imprescindibile anche nelle decisioni di asset allocation.
McCaffery: «La necessità di pensare all’impatto dei fattori climatici sull’asset allocation si è fatta più pressante nel 2021 e lo sarà ancora di più nel 2022. Gli importatori di combustibili fossili desiderano migliorare la sicurezza energetica, mentre gli investitori ricercano soluzioni per il clima e nuove tecnologie in vista di un riposizionamento più radicale dell’economia. I governi nazionali hanno preso ampiamente coscienza dei cambiamenti climatici e le politiche per il clima stanno proliferando, sebbene non sia possibile garantire una cooperazione globale. Ciò, tuttavia, non semplificherà le difficoltà associate all’evoluzione dei comportamenti di consumo e prevediamo numerosi ostacoli nel percorso verso lo zero netto, alcuni dei quali non sono ancora stati scontati. Data la possibilità di una maggiore correlazione tra i titoli quotati nel 2022, riteniamo che i mercati privati possano continuare a offrire profili di crescita alternativi per gli investitori orientati al lungo periodo, soprattutto nel segmento del “rinverdimento” dei brown asset. Specifiche obbligazioni e azioni asiatiche dovrebbero fungere da elementi di diversificazione, mentre alcuni segmenti (orientati al valore) dei mercati azionari sviluppati e l’immobiliare potrebbero offrire una copertura contro una moderata inflazione».
Quali sono i rischi che intravede per i mercati azionari?
Boscher: «Al momento, i rischi principali sono il rallentamento della crescita degli utili, l’aumento dell’inflazione e dei tassi di interesse, l’interruzione delle filiere, gli elevati livelli del debito e la tempesta normativa in Cina. Alcuni di questi rischi, come la solida domanda di beni e servizi trainata dalla riapertura dell’economia e i colli di bottiglia delle filiere, sono più transitori, mentre altri, come l’inflazione salariale e le politiche sul cambiamento climatico, potrebbero rivelarsi più strutturali. I rischi principali a carico dei mercati azionari sono le valutazioni elevate e la leadership ristretta. I multipli di valutazione sono alti, ma non a livelli record, considerando le alternative limitate. Le valutazioni si attestano, comunque, sull’estremo più alto dello spettro in base a diversi indicatori e ciò potrebbe innescare una correzione. La leadership del mercato è concentrata in un gruppo ristretto di titoli ed eventuali indebolimenti del sentiment potrebbero determinare una rotazione».
Quale tipologia di portafoglio azionario consiglia in un simile contesto?
Boscher: «Un atterraggio morbido appare l’esito più probabile per l’azionario nel 2022. Ciononostante, dati i numerosi rischi, riteniamo prudente costruire portafogli più solidi con una propensione per qualità e leva limitata. Siamo selettivi per quanto riguarda le azioni value, preferendo i titoli ciclici e gli industriali, ma rimanendo cauti sulle banche. Siamo inoltre prudenti sulle società growth con le valutazioni più costose, come la tecnologia e i software high-end. Preferiamo, in alternativa, le opportunità tech nei mercati emergenti, dove è emerso un buon valore in seguito alle correzioni del mercato del 2021».
Pensa che il 2022 sarà un anno difficile per le banche centrali?
Ellis: «Nel 2022, le banche centrali dovranno combattere una guerra economica su due fronti: l’inflazione è tornata alla carica e la crescita ha evidenziato un rallentamento dopo il rimbalzo post-Covid. Se è vero che gli investitori possono aspettarsi un certo irrigidimento, i vertici politici non possono permettere un rialzo eccessivo dei tassi di interesse reali a causa dell’indebitamento generale elevato e interverranno, se necessario. Tutto ciò dovrebbe mitigare il rischio di un calo nei prezzi delle obbligazioni determinato dall’aumento dei rendimenti; per questa ragione, gli investitori obbligazionari non dovrebbero adottare un approccio troppo ribassista a livello di duration».
Che cosa vi attendete dal dollaro?
Ellis: «Prevediamo che il dollaro si avvii su una traiettoria di indebolimento a lungo termine nel 2022, che potrebbe favorire i mercati emergenti, nonostante alcuni abbiano già dovuto alzare i tassi a fronte della crescita dell’inflazione. Nel 2021, la Fed potrebbe avere adottato un tono più aggressivo rispetto alla Banca Centrale Europea e alla People’s Bank of China, sostenendo così il rafforzamento del dollaro, ma il disavanzo simultaneo del saldo di bilancio e delle partite correnti rimane un ostacolo di lungo periodo per la valuta statunitense».
Dove investire nel reddito fisso?
Ellis: «Gli spread creditizi hanno poco spazio per contrarsi ulteriormente e ciò pone maggiore enfasi sulle cedole. In caso di limitazione all’aumento dei rendimenti, sarà importante focalizzarsi sul reddito e individuare asset che scambiano con rendimenti interessanti. Ciò comporta una preferenza per le obbligazioni high yield, dove quest’anno il tasso di default per gli emittenti Usa è rimasto inferiore all’1%, ma gli investitori non dovrebbero adottare un approccio troppo ribassista nemmeno per quanto riguarda l’investment grade. I rendimenti nominali potrebbero rimanere vicini ai livelli attuali, anche se l’inflazione sarà più persistente di quanto inizialmente previsto, perché i rendimenti reali dovranno essere spinti continuamente al ribasso per mantenere gestibili i tassi di rifinanziamento».

