Pietro Di Leo, responsabile gestione prodotti Esg di Fideuram Asset Management, partecipa al Focus Sostenibilità

Investimenti sostenibili e mercati emergenti. Qual è la situazione attuale?

«I mercati emergenti sono indietro rispetto all’Europa nello sviluppo di un framework idoneo a supportare gli investimenti sostenibili, tuttavia non vediamo in quell’area gli stessi blocchi ideologici cui stiamo assistendo negli Usa. I mercati asiatici, in particolare, hanno un approccio molto concreto alla questione: soprattutto sul tema della decarbonizzazione vedono un’opportunità di eccellere e di superare blocchi operativi, come può essere una dipendenza energetica da altre aree. È sorprendente assistere allo sviluppo di schemi regolamentari sulle emissioni di CO2 sul modello europeo, come, ad esempio, nel caso dell’Indonesia. Certamente, non c’è ancora una copertura per molte aree merceologiche e i prezzi sono tuttora scarsamente disincentivanti per rendere antieconomiche attività fortemente emissive, tuttavia sono primi passi che vanno vissuti con entusiasmo e che non erano immaginabili solo fino a un paio di anni fa. È chiaro che le evoluzioni dipendono dal contesto politico di riferimento e, a questo proposito, basterebbe guardare alla svolta ecologica del Brasile con la nomina di Lula. A livello aziendale, un passo importante nella disclosure può certamente arrivare dalla definitiva stesura degli standard Issb, che saranno di prossima pubblicazione. Possiamo aspettarci, che di fronte a un framework internazionale stabilizzato sul fronte della reportistica emissiva, molti paesi, anche emergenti, lo renderanno obbligatorio per le proprie giurisdizioni. Dove vediamo ancora un ritardo nelle economie in via di sviluppo è sui temi sociali e di governance. Aspettiamo ancora una volta che sia l’Europa ad aprire la strada, come sta facendo con le recenti direttive, e speriamo che ciò dia un impulso a uno sviluppo positivo anche sui paesi emergenti». 

Quali sono, al momento, le vostre attese per le emissioni di Gsssb?

«Il 2023 dovrebbe essere un anno di ripartenza delle emissioni di obbligazioni sostenibili. Vale però la pena precisare che il 2022 non è stato un anno negativo in termini di emissioni, con circa 800 miliardi di dollari di obbligazioni sostenibili portate sul mercato. È stato sì il primo anno di contrazione in un trend secolare, ma bisogna valutare il contesto congiunturale nel quale si è operato, con diffusi rialzi nei tassi e, soprattutto, per il raffronto sfavorevole con dodici mesi precedenti di estrema bonanza per i titoli sostenibili. Il 2021 ha fatto infatti registrare emissioni ben sopra i 1.000 miliardi di dollari, oltremodo aiutate da tutte le emissioni sociali post pandemia dell’Unione Europea. Nel 2020, il valore aveva superato appena 500 miliardi di dollari. 

Per quanto riguarda l’anno in corso, vediamo un rinnovato interesse per i sustanability linked, dove il risparmio di tasso in emissione può essere concreto, purché siano raggiunti gli obiettivi definiti dall’emittente; viceversa, la tenuta del cosiddetto “greenium”, ovvero lo sconto di tasso sull’emissione sostenibile tradizionale rispetto a un’obbligazione ordinaria dello stesso emittente, appare molto volatile e dipendente dalle circostanze di mercato. Tuttavia, il vero tema resta definire un framework operativo certo, che ancora una volta è nelle mani dell’Ue. L’introduzione di un green bond standard farebbe un gran bene al mercato per potere cominciare a distinguere tra emissioni allineate e non. Oggi il mercato è pieno di titoli di scarso valore, con clausole legali difficilmente opponibili in riferimento all’uso del denaro raccolto, mancanza di valutazioni di terze parti e penalità sui linked bond fin troppo leggere. Il mercato va certamente regolamentato e il 2023 potrebbe essere, a tale proposito, un anno cardine per la regolamentazione». 

Quali sono i temi di engagement più importanti per il 2023? 

«Due sono i temi per il 2023: protezione della biodiversità e rispetto dei diritti umani. Il primo è rimasto un poco nell’ombra rispetto a quello climatico in generale, ma è, in realtà, estremamente connesso alle questioni del surriscaldamento del pianeta: si pensi, ad esempio, al rischio di deforestazione e al fondamentale contributo offerto dalla vegetazione come elemento naturale di cattura dell’anidride carbonica. Il problema è che il tema non è facilmente quantificabile come quello delle emissioni. Tuttavia, il recente summit sulla biodiversità, tenuto congiuntamente da Cina e Canada, ha stimolato il dibattito e aperto la strada alla Tnfd (Taskfoce on nature-related financial disclosure), che ha proprio il compito di definire parametri di valutazione delle ripercussioni sulla natura procurato dalle attività economiche. A prima vista, viene da dire che gli impatti più misurabili sono quelli sulla modifica di ecosistemi marini o terrestri, come lo scarico di emissioni in corsi d’acqua o lo sviluppo di sistemi circolari e di riciclo. Un’area particolarmente importante e abusata è però quella dei carbon off-set, ovvero quei certificati che le aziende comprano per bilanciare le proprie emissioni di gas serra. Generalmente, sono legati a progetti di riforestazione o di evitata deforestazione, ma il settore è al momento poco regolamentato e i partecipanti al mercato abusano della mancanza di regole. Riuscire a mettere ordine nel settore sarebbe di grande beneficio per il tema della biodiversità, ma anche per un riequilibro socio-economico nelle aree emergenti. In questo senso, per stimolare la sensibilità del mondo aziendale, gli investitori dovrebbero essere particolarmente inquisitivi sulle politiche di off-set adottate dalle aziende. 

Il tema dei diritti umani è un argomento di engagement molto vivo nei nostri portafogli e trova ultimamente conforto negli interventi del legislatore europeo, che, attraverso varie direttive, sta forzando un aumento di disclosure e di due diligence aziendale. L’obiettivo primario è forzare le aziende a guardare con più attenzione alla struttura delle proprie supply chain. Da un engagement fatto con le società alle quali partecipiamo tramite i nostri fondi articolo 9, abbiamo notato che raramente si avvalgono di auditor esterni per valutare le proprie catene di approvvigionamento: i rischi di pratiche di lavoro e ambientali poco sostenibili sono oggettivamente alti e con essi anche le ricadute reputazionali».  

Qual è l’impatto della transizione digitale sugli investimenti sostenibili?

«La transizione digitale ha un ruolo critico nell’analisi degli investimenti sostenibili: basti pensare allo sviluppo di sistemi di efficientamento energetico, che permettono di gestire il flusso di generazione elettrica in maniera multidirezionale attraverso i dati o le tecniche di agricoltura di precisione che favoriscono semine e irrigazione a basso consumo idrico. Sono migliaia gli esempi che potremmo fare sui benefici che elaborazione di dati e sviluppi dell’Ai apportano al mondo della sostenibilità. Molto importante è potere ricorrere ai dati per individuare emittenti e temi sostenibili o per analizzare controversie potenzialmente dannose per la sostenibilità. Tuttavia, crediamo che nel campo degli investimenti sostenibili sia fondamentale anche metterci la testa, oltre che l’analisi del dato: l’ingaggio con le aziende o la ricerca con un approccio quasi giornalistico aiutano a individuare temi, sia in termini positivi, sia di esclusione».

Leggi gli altri contributi