a cura di Pinuccia Parini
Quest’anno, il Nobel per la Pace è stato assegnato a due giornalisti, Maria Ressa e Dmitry Andreyevich Muratov, «per i loro sforzi nel salvaguardare la libertà di espressione, alla base della democrazia e di una pace duratura». Il Comitato per il Nobel ha dichiarato che il premio ha riconosciuto nei due vincitori i rappresentanti di tutti i giornalisti che svolgono la loro attività in un mondo in cui «la democrazia e la libertà di stampa affrontano condizioni sempre più avverse». Maria Ressa è una nota giornalista d’inchiesta, di origine filippina e naturalizzata americana. Cresciuta negli Usa, nel 1987 è tornata nel suo paese d’origine e ha lavorato come corrispondente estero e capo dell’ufficio di Manila e Jakarta per la Cnn. Ha poi diretto la divisione notizie del più grande canale di notizie Tv delle Filippine, Abs-Cbn. Nel 2012 è stata co-fondatrice con altre tre giornaliste del sito di notizie Rappler, che ha ricevuto diversi riconoscimenti nazionali e internazionali.
Lo scontro con Duterte
La sua attività e quella del sito sono state prese di mira dall’attuale presidente filippino, Rodrigo Duterte, per avere acceso i riflettori sul suo operato, in particolar modo sulla gestione della campagna contro gli spacciatori di droga e i tossicodipendenti. Maria Ressa è stata oggetto di diversi procedimenti penali ed è stata anche arrestata due volte, proprio a causa della sua lotta contro la corruzione e la violenza del governo filippino. Lo stesso sito Rappler, con i suoi giornalisti, è stato accusato di molteplici reati, tra cui evasione fiscale, frode e “diffamazione informatica”.
Rodrigo Duterte è conosciuto per non nutrire un grande amore e rispetto nei confronti dei giornalisti ma, soprattutto, è una figura politica molto discussa per le sue posizioni, intrise di forte populismo e di un linguaggio non consono a chi ricopre la carica più alta del Paese. Nel 2018, la Corte penale internazionale ha appunto aperto un’inchiesta sul suo operato nella guerra contro la droga, dove sono stati utilizzati metodi molto discutibili: dalle liste di proscrizione a vere e proprie esecuzioni.
Alla fine del mandato
A sorpresa, Duterte ha annunciato di ritirarsi dalla politica e di non correre più, come in precedenza annunciato, per la vicepresidenza nelle elezioni del 2022 (la costituzione consente ai presidenti di esercitare un solo mandato di sei anni). Le motivazioni addotte dal capo dello stato in carica fanno specifico riferimento a una mancanza di consenso tra la popolazione che lo stesso si è sentito in dovere di rispettare, decidendo di uscire di scena. La decisione è stata presa mentre alcuni pensano che sua figlia, attualmente sindaca della città meridionale di Davao, potrebbe candidarsi alla presidenza. L’annuncio di Duterte va quindi preso con le pinze, perché non è la prima volta che si avventura in dichiarazioni d’intenti poi smentite dai fatti e, nei prossimi mesi, non sono da escludere altri colpi di scena.
Un’economia vivace
Ciò che preoccupa, in generale, sono le condizioni economiche del Paese, che prima del Covid-19 era una delle economie più dinamiche della regione. La crescita media annua, secondo i dati della Banca mondiale, è aumentata del 6,4% nel periodo 2010-2019, da una media del 4,5% tra il 2000 e il 2009. Con l’aumento dell’urbanizzazione, una classe media in crescita e una popolazione numerosa e giovane, la vitalità economica delle Filippine ha forti radici nella crescente domanda dei consumatori, sostenuta da un vivace mercato del lavoro e da consistenti rimesse. Tra le varie attività, si rilevano prestazioni notevoli nel settore dei servizi, tra cui l’outsourcing dei processi aziendali, il settore immobiliare, il turismo e le industrie finanziarie e assicurative. L’economia filippina ha anche compiuto progressi nella realizzazione di una crescita inclusiva, evidenziata da un calo dei tassi di povertà e dal suo coefficiente di Gini. La povertà è scesa dal 23,3% nel 2015 al 16,6% nel 2018, mentre il coefficiente di Gini è sceso da 44,9 a 42,7 nello stesso periodo.
L’impatto della pandemia
Nel 2020, tuttavia, il Pil si è contratto del 9,6%, entrando in territorio negativo per la prima volta dal 1999 e segnando una delle cadute più profonde nell’Asean (Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico). Secondo le previsioni dell’Fmi, la crescita nel 2021 dovrebbe essere del 3,2%, una ripresa che si presenta meno forte nella seconda metà di quest’anno, a causa delle rinnovate preoccupazioni sulla diffusione della pandemia, e del 6,3% per l’anno prossimo. In un discorso tenuto lo scorso 19 ottobre (speech of Bsp governor Benjamin E. Diokno for Mufg Insights 2021: Virtual Economic Briefing Session -https://www.bsp.gov.ph/SitePages/MediaAndResearch/SpeechesDisp.aspx?ItemId=858), il governatore della Banca centrale delle Filippine (Bangko Sentral Ng Pilipinas-Bsp), Benjamin E. Diokno ha affermato che, come per la maggior parte delle economie di mercato emergenti, potrebbe volerci del tempo prima che le Filippine tornino alla loro originale traiettoria di crescita pre-pandemia. Tuttavia, Diokno ha sostenuto che alcuni indicatori chiave suggeriscono che è si è sulla buona strada per la ripresa.
Segnali di ripresa
La crescita del Pil, nel secondo trimestre del 2021, è stata ampia (11,8%), con quasi tutti i settori che hanno registrato un rimbalzo. Sebbene ciò sia in parte dovuto agli effetti di base, secondo il governatore, è stato anche il risultato della graduale riapertura dell’economia e dell’adozione di lockdown granulari a Metro Manila. Il recupero del Pil nel secondo trimestre è stato accompagnato da un miglioramento delle condizioni di lavoro. La Banca centrale ha inoltre rilevato che questi sviluppi positivi sono stati accompagnati da un generale miglioramento del sentiment, sia dei consumatori, sia delle imprese.
Sul fronte monetario, l’inflazione viene ritenuta gestibile: a ottobre è diminuita al 4,6%, con una media da inizio anno del 4,5%, che è sopra l’obiettivo ufficiale del governo del 3% più o meno un punto percentuale quest’anno. La Banca centrale si attende comunque che vi sia una stabilizzazione vicino al punto medio dell’intervallo target nel 2022 e nel 2023, supportato dall’attuazione continua e tempestiva di misure non monetarie per affrontare le pressioni dal lato dell’offerta sui principali prodotti alimentari.
Anche la situazione del settore bancario sembra non destare particolari preoccupazioni: le risorse complessive sono aumentate, mentre la qualità degli attivi è rimasta gestibile. I suoi coefficienti di adeguatezza patrimoniale sono al di sopra delle soglie regolamentari fissate dall’Istituto di emissione e dalla Banca dei regolamenti internazionali. La bilancia dei pagamenti del Paese per il periodo gennaio-agosto 2021 ha registrato un deficit di 253 milioni di dollari da un avanzo di 4,8 miliardi di dollari per lo stesso periodo dello scorso anno. Ciò è stato in parte attribuito dal governo nazionale a un disavanzo commerciale più ampio e a un indebitamento estero netto inferiore, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Il disavanzo commerciale delle merci si è ampliato poiché le importazioni di beni hanno superato le esportazioni a causa della ripresa del commercio internazionale e del ritorno della domanda globale e interna. Anche altre fonti strutturali di valuta estera sono state resistenti. Le rimesse in contanti sono cresciute del 5,7% a 20,4 miliardi di dollari da gennaio ad agosto di quest’anno rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Nello stesso periodo, gli investimenti diretti esteri sono aumentati del 43,1%, raggiungendo 5,6 miliardi di dollari Usa rispetto allo scorso anno. Nel frattempo, le riserve internazionali lorde sono aumentate del 6,7% a 107,2 miliardi di dollari a settembre. A questo livello, possono coprire 10,8 mesi di importazioni e sono equivalenti a cinque-otto volte il debito estero a breve termine. Tutti questi indicatori, ha rimarcato Diokno, mostrano un miglioramento dell’attività economica. Ma permangono rischi significativi.
Una lettura critica
Una lettura critica della situazione nelle Filippine è offerta da Ronald U. Mendoza, rettore e professore all’Ateneo di Manila, in un paper intitolato “The Philippine economy under the pandemic: From Asian tiger to sick man again?”. Nella sua riflessione, Mendoza si interroga sul futuro di un paese che, nel 2019, è stato quello con l’economia con il più alto tasso di crescita, spazzando via la reputazione di “malato del continente asiatico”, che gli era stata attribuita durante il collasso economico alla fine del regime di Ferdinand Marcos alla metà degli anni ’80. Al rinascimento economico, avvenuto nel decennio prima della pandemia, è sopraggiunto un brusco risveglio che ha mostrato come un modello di crescita guidato dai servizi e dalle rimesse non funzioni molto bene quando scoppia una crisi pandemica globale. Mentre il governo prevede un leggero rimbalzo nel 2021, alcuni analisti sono preoccupati per una ripresa incerta e debole, a causa del prolungato blocco del Paese e dell’incapacità di passare a una strategia di contenimento più efficiente, visto il diffuso impiego di misure draconiane in vaste aree delle principali città e nei centri di diffusione ogni volta che arriva una nuova onda dii Covid-19 e minaccia di sopraffare il sistema sanitario.
Per Mendoza, la debolezza della situazione economica, anche in termini di ripresa dalla contrazione dello scorso anno, non può essere ascritta solo alla pandemia. Egli, infatti, sottolinea che un sistema economico costruito sulla mobilità delle persone, quindi con una crescita alimentata dal turismo e dai servizi, è molto vulnerabile ai lockdown causati dal Covid e alla discesa dei consumi. Fortunatamente, il settore dell’esternalizzazione dei processi aziendali (business process outsourcing) sta dimostrando una certa resilienza, essendo riuscito ad affrontare, rafforzando le proprie competenze, le nuove condizioni di mercato. Lo studioso sottolinea, inoltre, che anche la gestione della pandemia è stata problematica, perché i lockdown non sono stati utili a fare guadagnare tempo al Paese per rafforzare i sistemi sanitari e i sistemi di test-traccia-trattamento. Lo dimostra la difficoltà incontrata nell’appiattimento della curva dei contagi. La continua intermittenza dei lockdown non solo ha creato problemi al tessuto economico, ma anche alla popolazione, che ha ricevuto dal governo solo due mesi di trasferimenti sociali (ayuda) durante i 16 mesi di blocco, provocando così ulteriore pressione sulle persone già molto provate. Infine, le Filippine hanno sofferto di ritardi nel lancio della vaccinazione e della persistente esitazione nei suoi confronti.
Secondo Mendoza, per fare sì che la ripresa economica abbia successo, le Filippine devono affrontare tre importanti questioni. Innanzitutto, costruire una strategia di contenimento più efficiente, in particolare contro la minaccia di possibili nuove varianti, principalmente rafforzando il sistema test-trace-treat. In secondo luogo, rafforzare la sufficienza e la trasparenza della protezione sociale diretta, per dare un sollievo immediato alle famiglie povere e a basso reddito già gravemente colpite dalla cattiva gestione della pandemia. Infine, creare una strategia di ricostruzione migliore, ancorata all’assistenza sanitaria universale e inclusiva.
Un futuro incerto
I suggerimenti di Ronald U. Mendoza hanno una valenza cruciale per il futuro del paese, che sta attraversando una fase delicata e si sta avvicinando a un confronto politico in un contesto ancora molto incerto. La parabola di Duterte sembra in discesa, ma è ancora presto per dire che sia fuori dai giochi: il suo populismo gli ha permesso di vincere cinque anni fa, il suo autoritarismo lo ha penalizzato. Nel 2018 la Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aja ha aperto un’inchiesta sui suoi presunti crimini contro l’umanità commessi nell’ambito della sua “guerra alla droga”. La risposta di Duterte è stata non riconoscere più lo statuto di Roma, ovvero l’accordo che ha istituito il Cpi. La giornalista Maria Ressa ha affermato che le elezioni del 2022 sono «esistenziali per la democrazia». La giornalista ha detto di non fidarsi della dichiarazione di Duterte di ritirarsi dalla politica, visto che lo aveva già affermato nel 2016, per poi candidarsi alla più alta carica del Paese. «Siamo sull’orlo di un precipizio…chiunque vinca determinerà se avremo lo stato di diritto, se la nostra economia potrà crescere, se potremo sopravvivere al virus, se la nostra società potrà guarire».

