di Lars Conrad, portfolio director del team fixed income di Flossbach von Storch
Gli investimenti in obbligazioni tornano a essere interessanti. Un esempio mostra come, nella pratica, sia possibile bilanciare rendimento e rischi.
Il tasso d’interesse è tornato: “bonds are back”. Le obbligazioni celebrano un ritorno in auge, così si sente dire (e si legge) sempre più spesso. E in effetti: attualmente ci sono molti argomenti a favore di questa classe di investimento che, dopo lunghi anni di tassi zero o negativi, sta gradualmente scrollandosi di dosso la reputazione di “Cenerentola” dei mercati.
Oltre a cedole interessanti garantite (anche per emittenti con il massimo merito di credito), che gli investitori incassano ogni anno fino alla scadenza dell’emissione, esistono numerose altre fonti di rendimento. Le obbligazioni sono negoziate quotidianamente su un mercato libero e ciò apre opportunità di guadagno in conto capitale quando il prezzo che gli acquirenti sono disposti a pagare supera la quotazione di acquisto originaria.
Allo stesso tempo, la pazienza viene premiata: le curve dei rendimenti presentano una forte inclinazione e le scadenze lunghe sono nuovamente remunerate in modo nettamente migliore rispetto a quelle brevi. Dopo un anno positivo per le obbligazioni, come è stato il 2025, in cui i fondi attivi e bilanciati (fondi a gestione attiva, in opposizione agli Etf) hanno potuto ottenere rendimenti soddisfacenti, vediamo buone opportunità anche per il 2026.
UN’ASSET CLASS COMPLESSA
Tuttavia il problema è che il mercato obbligazionario è altamente complesso. Ogni singolo titolo deve essere sottoposto a un’attenta analisi rischio-rendimento. Bisogna rispondere a tutta una serie di interrogativi. La solidità dell’emittente è adeguata e giustifica il prezzo dell’obbligazione? Esistono eccessi sui mercati dai quali gli investitori flessibili possono trarre vantaggio? I rischi di cambio sono stati presi in considerazione?
Non da ultimo, la diversificazione deve essere corretta. Infatti, i portafogli obbligazionari attivi arrivano rapidamente a comprendere 200–300 singoli titoli, che devono essere calibrati con precisione sulla strategia del fondo. Negli anni più turbolenti per le obbligazioni, l’intero portafoglio può essere ribilanciato due o tre volte.
Ma come si riconoscono le opportunità di mercato? Vorremmo spiegare, attraverso un esempio concreto, che titoli selezionati trovano la loro collocazione all’interno di un portafoglio obbligazionario, senza fornire raccomandazioni di acquisto. Anzi, sconsigliamo vivamente il bond picking ai piccoli investitori: gli investimenti hanno senso solo all’interno di un portafoglio diversificato.
UNA PROTEZIONE UTILE CONTRO L’INFLAZIONE
Gli inflation linker (obbligazioni indicizzate all’inflazione) includono una funzione assicurativa, in quanto coprono l’inflazione effettivamente realizzata. A differenza di una pura polizza di protezione dal rischio, offrono però anche un rendimento reale (real yield), che attualmente è storicamente elevato. Diversamente dalle obbligazioni governative che prevedono una cedola fissa, i rendimenti delle obbligazioni indicizzate all’inflazione derivano da due componenti: una cedola più bassa (la cosiddetta “cedola reale”) cui si aggiunge un adeguamento per l’inflazione effettivamente maturata (misurata tramite un indice dei prezzi definito in modo preciso).
La differenza di rendimento (al netto dell’inflazione) di un linker rispetto a un’obbligazione nominale con la stessa scadenza rappresenta la cosiddetta “aspettativa di inflazione implicita” attesa dal mercato (detta anche breakeven). Se l’investitore ritiene che l’inflazione effettiva nel periodo residuo sarà superiore a quella già scontata dal mercato, allora il linker risulta l’investimento più vantaggioso (da qui il termine breakeven).

