a cura di Pinuccia Parini

Sebbene in questo momento la guerra e i prezzi altissimi delle materie prime energetiche abbiano messo abbastanza in crisi la battaglia per un mondo in tutti i sensi più pulito, da parte di tutti gli asset manager presenti al Salone del risparmio è venuta una risposta chiarissima sull’Esg: si va avanti a tutta forza. Nessuno ha intenzione di abbassare la guardia su questo punto, nemmeno in un momento difficile come l’attuale. Al contrario, proprio oggi è più che mai necessario puntare con decisione a raccogliere quanti più fondi possibile per arrivare a un mondo meno inquinato, a rapporti sociali più giusti e a una trasparenza societaria molto maggiore. 

Anche nel dibattito organizzato da Fondi&Sicav, cui hanno partecipato Donato Giannico, country head Italy di Raiffeisen Capital Management, e Corrado Gaudenzi, responsabile long term sustainable strategies di Eurizon, questi temi sono usciti in maniera netta. E, se in alcuni casi ci sono state critiche nei confronti delle autorità di controllo, è stato solo perché non sono state ancora capaci di avviare una politica più forte in questo ambito.

I mercati continuano a essere sotto pressione. La crescita globale viene rivista al ribasso e le attese inflazionistiche permangono. Da un punto di vista dell’asset allocation tattica, nell’attuale fase di mercato, quali sono le vostre indicazioni per proteggere i portafogli?

Corrado Gaudenzi (Eurizon): «Vediamo rischi sulla crescita importanti, abbinati a un’inflazione elevata, che possono quindi prolungare la fase attuale di incertezza. Per questa ragione, suggeriamo un posizionamento a bassa direzionalità, neutrale su tutte le asset class. Di recente c’è stata una revisione riguardante la componente obbligazionaria, nella quale la duration da breve è stata appunto portata a neutrale. Detto ciò, le indicazioni possono differire su prodotti con specifiche strategie orientate al valore, per le quali la debolezza dei corsi dei mercati azionari può essere colta come un’opportunità di acquisto. Il parametro di riferimento, utilizzato in tale contesto, è lo Schiller P/E (il rapporto prezzo utili medi dei  titoli degli ultimi 10 anni rettificati per l’inflazione), che ha visto diverse correzioni a partire dallo scorso gennaio. Per alcune di queste strategie, l’indebolimento è stato colto come opportunità di accumulo, pur mantenendo un posizionamento improntato alla cautela».

 

Donato Giannico (Raiffeisen Cm): «Il rialzo dei tassi è il fattore che, a nostro parere, sta avendo più impatto sulla componente rischio dei mercati e ci suggerisce cautela, sia per quanto riguarda l’asset class azionaria, sia per quella obbligazionaria. Ipotizziamo, infatti, alcuni rialzi futuri e, proprio per questa ragione, manteniamo nei portafogli obbligazionari una duration corta, che in alcuni momenti è stata anche negativa. Nell’asset class azionaria, monitoriamo con attenzione l’andamento dei corsi e, pur nell’attuale contesto, viene valutata l’opportunità di acquistare, in modo selettivo, quando vengono raggiunti determinati livelli di valutazione. Ci sono poi alcuni prodotti specifici, come è il caso dei portafogli risk parity, dove l’allocazione nelle diverse classi di attività viene corretta sulla base della volatilità, per i quali è già iniziato il riposizionamento. Riteniamo, comunque, che nei prossimi mesi vi possano essere alcune decisioni delle banche centrali che avranno potenziali ricadute sui mercati finanziari: tra queste vorremmo osservare da vicino il quantitative tightening da parte della Fed». 

Lo scorso 22 aprile è stata la Giornata della terra. Che cosa vuole dire investire nel nostro pianeta? E, a questo proposito, quali sono le soluzioni di investimento su cui puntare?

Donato Giannico (Raiffeisen Cm): «Noi siamo paladini della sostenibilità e il nostro compito è avere portafogli che siano genuinamente improntati a questo valore. Il nostro approccio potrebbe essere definito quasi integralista, perché pensiamo che, quando si abbracciano i principi legati alla sostenibilità, non vi debbano essere scorciatoie nel rispettarli e nel metterli in pratica. È per questa ragione che, ad esempio, quando la Commissione europea ha approvato che, nella classificazione delle attività economiche, potesse essere considerato sostenibile il nucleare, seppure “a determinate condizioni”, Raiffeisen Capital Management, insieme all’Austria, ha espresso la sua contrarietà per i rischi connessi a questa fonte energetica. Abbiamo alcuni punti fermi, sui quali non transigiamo, consci che, quando si applicano i criteri Esg alle decisioni di investimento, si devono considerare le variabili coinvolte, sia nella loro interezza, sia nelle loro interconnessioni: sono vasi comunicanti che interagiscono al loro interno e non possono essere considerati compartimenti stagni. Per noi, investire sul pianeta significa considerare diversi ambiti, che vanno dalla tecnologia alla salute, tenendo in considerazione le ricadute delle nostre decisioni e l’impatto generato: è fondamentale che nell’approccio adottato esista verticalità. Per fare un esempio, il 2% del Pil dedicato alle spese per la difesa, diventato un tema di grande attualità, non è per noi un ambito d’investimento, perché le armi non convenzionali e l’allocazione di risorse a esse legate hanno indirettamente un impatto sul contesto in cui viviamo. Non accettiamo compromessi nella gestione di un portafoglio e non siamo alla ricerca della convenienza nel decidere e nell’agire di conseguenza. Investiamo nel rispetto del pianeta seguendo una prassi ben precisa, perché siamo convinti che questo sia il modo di rispettare il percorso per una crescita sostenibile».

Corrado Gaudenzi (Eurizon): «Il tema ambientale è sicuramente al centro della nostra attenzione. Da quando è entrata in vigore la Sfdr, il processo di investimento di molti dei nostri prodotti è stato cambiato ed è stato messo in primo piano il perseguimento di obiettivi ambientali e sociali. Ciò ha permesso una loro classificazione come articolo 8 e, a oggi, essi rappresentano circa il 45% delle nostre masse negli Oicr. A essi sono stati inoltre aggiunte altre soluzioni classificate come articolo 9, che hanno la particolarità di consentire di misurare l’impatto dell’investimento effettuato. Nel nostro caso si tratta di prodotti prevalentemente a vocazione obbligazionaria, che hanno come oggetto strumenti quali i green, i social e i sustainability bond. Proprio per le loro caratteristiche e per il fatto che gli emittenti dichiarano espressamente i progetti in cui vanno a investire con queste emissioni, è possibile in questo caso avere una rendicontazione puntuale che pubblichiamo, annualmente, in un report a beneficio dei sottoscrittori del prodotto. Solo di recente stanno invece nascendo alcuni fondi che prevedono anche una componente azionaria classificati articolo 9. Questo cambiamento è stato uno sforzo importante, ma anche un chiaro impegno dell’azienda nello sposare la sostenibilità, che ha riscontrato successo in termini di raccolta. Per quanto riguarda l’ambiente, è forte l’impegno a integrarlo nelle scelte di investimento di molti prodotti e fa parte di un progetto costruito nel corso del tempo. Abbiamo creato alcune nostre specifiche metriche che misurano, sia gli aspetti di rischio per le aziende, sia le opportunità. Ciò ci consente di costruire portafogli che investono in società che hanno mostrato di avere maggiori capacità di gestire l’impatto della propria attività sull’ambiente e in altre che hanno sviluppato business funzionali al raggiungimento di uno sviluppo sostenibile di tipo ambientale (obiettivi presenti nell’Agenda 2030). Abbiamo anche deciso di aderire alla Net zero initiative, l’alleanza degli asset manager a livello globale, che ha la finalità di promuovere la decarbonizzazione dei portafogli, sia da un punto di vista degli asset in cui si investe, sia in termini di impegno in qualità d’azionista. Si tratta di un’iniziativa che reputo molto importante e che ci vede in prima linea nell’impegno di perseguire gli obiettivi sottoscritti. Nella seconda metà dell’anno, pubblicheremo i target che ci siamo dati da qui al 2030 per procedere alla decarbonizzazione dei nostri portafogli. In qualità di azionisti, il nostro compito sarà fare attività di engagement con le aziende non allineate a “net zero”, mentre come gestori procederemo alla riduzione delle emissioni di CO2 dei nostri portafogli».

Di recente sono emerse diverse riflessioni e critiche su come il processo legato agli investimenti sostenibili sta procedendo e sulla qualità delle informazioni che vengono fornite dalle aziende. Che cosa ne pensate?

Corrado Gaudenzi (Eurizon): «Siamo in uno stadio di maturità nel mondo della sostenibilità e, quindi, c’è la necessità di passare da una fase iniziale creativa a una in cui si rendiconta in modo puntuale. Io noto segnali di miglioramento, con una maggiore attenzione in ambito sociale e ambientale, aspetti che sono altamente considerati anche dagli investitori. Vedo, quindi, un’evoluzione positiva: essere al centro dell’attenzione aiuta il confronto e la discussione in corso diventa uno stimolo al miglioramento. Per quanto riguarda, invece, la qualità delle informazioni, ritengo che ci sia ancora moltissimo da fare. La tassonomia ha dato indicazioni solo su due dei sei pilastri della parte ambientale e le aziende devono ancora iniziare a dare delle risposte. Di fatto, per alcuni di questi obiettivi ci si sta basando ancora solo su stime. È un percorso lungo e gli asset manager non possono fare altro che gestire al meglio questa fase di transizione».

Donato Giannico (Raiffeisen Cm): «Io su questo argomento devo essere molto critico. La nascita della Sfdr è stata un fattore positivo, perché ha permesso di dare un perimetro alla sostenibilità. Prima che ciò avvenisse, chiunque poteva rivendicare di averla come principio guida nelle scelte di investimento, ma senza doverla sostanziare: bastava semplicemente affermarlo. La definizione di un’area ha permesso così di creare contenitori all’interno dei quali operare e, per questo motivo, si è deciso di introdurre la tassonomia come parametro di riferimento. Io ritengo che, forse, si è proceduto troppo celermente in questa direzione, poiché tutti gli attori del mondo della finanza, dai risparmiatori ai distributori, per arrivare agli asset manager, avevano bisogno di più tempo per trasmettere e trasferire conoscenza sulla sostenibilità. È stato un errore perché sapere che un fondo è classificato articolo 8 non è un’informazione sufficiente per capirne il grado di sostenibilità. L’introduzione di una tassonomia legata solo agli aspetti di carattere ambientale, seppure come primo passo, ha in qualche modo incrinato il concetto che l’acronimo Esg esprime: l’equilibrio delle sue tre componenti. Paradossalmente, se si guardano le dinamiche di rischio che sono emerse negli ultimi 10 anni, esse hanno riguardato molto più gli aspetti di carattere sociale e di governance: basti pensare ai maggiori fallimenti, scandali e frodi. Porre attenzione al pianeta è doveroso, ma ciò sta avvenendo a discapito della “S” e della “G”. Vorrei quindi fare due critiche al processo che si è deciso di adottare in materia di sostenibilità: non è stato predisposto alcun percorso formativo e informativo sul tema e ci sono troppe situazioni di compromesso. Per quanto riguarda il primo aspetto, oggi ci sono fondi classificati come articolo 8 solo con tre esclusioni: la normativa consente che ciò avvenga, ma, nella sostanza, i prodotti mancano di genuinità, aspetto quest’ultimo che può essere compreso grazie alle informazioni offerte da una serie di database e agenzie di rating che aiutano a capire meglio il sottostante di un investimento. Ed è proprio la comprensione piena delle scelte di investimento che vengono fatte all’interno di un fondo che aiuta il sottoscrittore a decidere se le sue scelte valoriali vi sono riflesse. Procedere con questa modalità permette di evitare malintesi. Per rendere ciò possibile, è necessario fare informazione e, soprattutto, fare cultura: ciò non è stato compiuto a sufficienza e penso che sia stato un errore storico. Il secondo aspetto, invece, riguarda la convenienza e il compromesso, due facce della stessa medaglia emerse negli ultimi mesi. Avere infatti prodotti con la medesima classificazione, ma con gradi di sostenibilità diversi, fa sì che all’interno dello stesso prodotto possano coesistere scelte d’investimento che non sempre sono allineate alla sostenibilità. Ecco, io credo che su ciò debba essere fatta molta chiarezza, soprattutto nei confronti del cliente finale. Certo, la Mifid aiuta a esplicitare se il cliente vuole o meno prodotti sostenibili, ma è solo un’informazione di carattere formale, necessaria, ma non sufficiente, per capire il grado di sostenibilità del prodotto stesso. Si è deciso di stendere una tassonomia in tempi relativamente veloci, ma forse sarebbe stato più importante prima fare promozione e cultura di sostenibilità».

Quindi, rimane la necessità che venga fatta chiarezza perché rimangono ancora molte zone grigie.

Donato Giannico (Raiffeisen Cm): «Sono completamente d’accordo. Prima di procedere a nuove implementazioni da un punto di vista legislativo e regolamentare, è necessario che si faccia chiarezza sui minimi standard per tutti gli attori coinvolti. Basterebbe guardare alle aziende e cogliere l’importanza che ogni settore industriale abbia i propri standard di riferimento e le proprie best practice. È chiaro che, da questo punto di vista, la strada da percorrere è ancora molto lunga, perché ci sono società che si sono adeguate e altre no. Diventa quindi fondamentale il ruolo della comunicazione e delle modalità con cui questa si esplicita, con riferimenti chiari e precisi sui quali fare chiarezza. Ciò vale per le aziende in cui si investe e per gli asset manager stessi, perché la soluzione di investimento che si offre al distributore e al risparmiatore deve essere corredata di tutte le informazioni necessarie perché ne venga compresa la vera natura».

Corrado Gaudenzi (Eurizon): «Concordo con le considerazioni fatte dal collega. Nel corso degli ultimi anni abbiamo dato anche noi un contributo in termini di formazione. Lo abbiamo fatto attraverso supporti multimediali per favorire la promozione della cultura della sostenibilità, sia al nostro interno, sia nei confronti dei nostri distributori principali. Anche i gestori fanno un’attività di affiancamento nell’introduzione di soluzioni legate a investimenti sostenibili, mettendo a disposizione le loro competenze per fornire gli approfondimenti necessari. Si tratta di un’operazione di divulgazione importante, perché serve a spiegare come avviene l’integrazione della sostenibilità nei processi di investimento e come questi ultimi si caratterizzano. A essa si aggiunge poi anche un’attività di rendicontazione che è un ulteriore strumento di trasparenza nei confronti dei sottoscrittori, che devono essere sempre più consapevoli della natura dei loro investimenti».

In una fase in cui si intravedono più problemi che opportunità, quali sono gli ostacoli a investire in modo sostenibile? Sono ostacoli superabili?

Donato Giannico (Raiffeisen Cm): «Più si è consapevoli e consci del ruolo della sostenibilità, più si riesce a orientare meglio le decisioni di investimento. Ciò che non è a mio parere ancora del tutto chiaro all’investitore finale è che, nonostante nel suo privato possa agire e comportarsi in modo sostenibile, possiede uno strumento con cui può fattivamente esercitare un forte impatto sulla traiettoria della crescita futura: è l’allocazione dei propri investimenti. La quotidianità dei gesti esprime l’adesione a valori che possono essere declinati anche nella gestione dei risparmi, con una potenzialità di leva maggiore in termini di impatto. La sottoscrizione del singolo individuo diventa così parte di un investimento più grande che è indirizzato alla realizzazione di uno o più obiettivi legati all’investimento socialmente responsabile. La finanza è indispensabile per realizzare un futuro sostenibile, perché funge da aggregatore di risorse necessarie per perseguire progetti nei confronti dei quali solo quelle pubbliche non sono sufficienti. Ma se la finanza è una leva perché la sostenibilità permei le diverse attività, allora è ancora più necessario creare un tessuto culturale di riferimento per generare consapevolezza, fondamentale per orientare i propri risparmi verso prodotti che tengano pienamente fede al mandato che si sono dati». 

Può fare un esempio concreto?

Donato Giannico (Raiffeisen Cm): «Un sottoscrittore può essere favorevole all’impiego delle energie rinnovabili e poi si trova un fondo, classificato come articolo 8, che al suo interno ha una forte esposizione ai combustibili fossili. È quindi indispensabile che l’investitore riceva un’informativa adeguata, che gli permetta di capire se sta finanziando aziende che svolgono attività non allineate ai suoi valori. Bisogna evitare che si crei una distonia tra gli obiettivi che ciascuno si dà e ciò che invece viene effettivamente perseguito, perché altrimenti si assisterebbe a una sottrazione di risorse rispetto al progetto in cui si è deciso di investire, che nell’esempio citato è la transizione energetica».

Corrado Gaudenzi (Eurizon): «Anch’io ritengo che sia importante dare informazioni precise ai nostri distributori e investitori, anche per una questione reputazionale, perché, se si creano equivoci, poi si ritorcono contro lo stesso asset manager».

Sulla scorta delle considerazioni sinora fatte, avete soluzioni di investimento che riguardano l’ambiente e/o la transizione ecologica da citare come esempio? Investite negli innovatori o nei facilitatori?

Corrado Gaudenzi (Eurizon): «Per quanto riguarda il tema ambientale, noi abbiamo sviluppato nel corso del tempo diverse strategie specifiche, individuando le aziende che, a nostro avviso, trarranno vantaggio dalla scelta che ormai il mondo ha fatto di percorrere la strada della sostenibilità. A questo proposito, abbiamo lanciato qualche anno fa un prodotto specifico che si chiama Equity Planet all’interno della gamma Eurizon Fund e, di recente, abbiamo creato una strategia che si occupa di investire nei leader della transizione circolare. Quest’ultima è il risultato di un lavoro molto impegnativo, vista anche la carenza di dati a disposizione: mancano i data provider, non c’è una tassonomia che possa fare da guida e non ci sono le modalità di rendicontazione. Per misurare la circolarità dei progetti produttivi abbiamo fatto una vera e propria immersione nei processi delle singole aziende investigate per misurarne la circolarità. Abbiamo inoltre elaborato un sistema di punteggio che ci aiuta a classificare le società con il maggiore livello di circolarità. Noi crediamo che questo tipo di economia circolare potrebbe diventare un tema di frontiera nel prossimo futuro. Basterebbe guardare al livello di volatilità che ha investito le materie prime, nello specifico quelle energetiche, per comprendere la significatività del ruolo che un processo di economia circolare può avere. Nel nostro processo di investimento, individuiamo le aziende che sono riuscite ad affrancarsi maggiormente dalla dipendenza dalle materie prime e da fonti non rinnovabili, perché riteniamo che avranno forti vantaggi competitivi. Così facendo, possiamo offrire soluzioni vincenti, sia da un punto di vista etico-morale, sia sul piano del valore finanziario, perché queste società potrebbero evidenziare flussi di cassa più stabili nel tempo. All’interno del nostro universo di riferimento, investiamo anche nelle realtà che facilitano la realizzazione di un processo di economia circolare».

Donato Giannico (Raiffeisen Cm): «Per quanto riguarda la transizione energetica, le nostre scelte di investimento riguardano, sia le aziende innovatrici, sia quelle che facilitano il processo. Guardiamo quindi a tutta la filiera che può partire dai processi di elettrificazione fino allo stoccaggio delle energie rinnovabili. Per essere concreti, investire nel nostro fondo Smart Energy significa, per esempio, puntare sulle pompe di calore, così come sull’idrogeno verde». 

I megatrend, per loro definizione, sono strutturali e vanno oltre le diverse fasi che il mercato finanziario può conoscere. Quali sono i temi per voi importanti?

Corrado Gaudenzi (Eurizon): «I megatrend su cui puntare, a mio avviso, sono tutti quelli riconducibili alla sostenibilità, perché è un tema che rimarrà con noi per un lunghissimo periodo. Ciò che è emerso è che il capitale naturale e quello umano sono parte integrante dei processi produttivi e delle modalità di creazione di ricchezza. Essi, quindi, devono essere parte integrante delle nostre analisi, delle nostre strategie di investimento e del nostro ruolo di azionisti».

Donato Giannico (Raiffeisen Cm): «All’interno del megatrend della sostenibilità, sin dall’inizio abbiamo riconosciuto il ruolo decisivo delle energie rinnovabili, in cui crediamo ciecamente. Due anni fa, a questo proposito, abbiamo istituito il fondo Smart Energy. Siamo impegnati anche nell’ambito della salute con un fondo che si chiama Well Being, perché pensiamo che, viste le dinamiche demografiche, sia rilevante guardare alla terza età. Abbiamo poi soluzioni di investimento in ambito tecnologico: dall’intelligenza artificiale al machine learning, con l’obiettivo di ricercare l’innovazione. Su questi temi abbiamo creato ex-novo o convertito alcuni prodotti applicando i nostri processi di investimento che, poiché integrano tutti i criteri di Eurosif, sono molto impattanti in termini di sostenibilità e, per tale ragione, molto “dark green”».

Quanto ritenete importante il ruolo dell’engagement? 

Corrado Gaudenzi (Eurizon): «Noi stiamo investendo molto nell’attività di engagement, perché la riteniamo fondamentale per un asset manager, e stiamo facendo crescere un team dedicato all’interno della nostra struttura. Lo vediamo come un aspetto chiave e il nostro obiettivo è utilizzarlo in modo sempre più diffuso, usando anche modalità di ingaggio collettivo con i vertici dell’azienda per amplificarne l’efficacia. Si pensi che nel 2021 Eurizon ha preso parte a 160 assemblee degli azionisti di selezionate società quotate (nel 2020 erano 120), sia presso la Borsa Italiana (56%), sia sui mercati internazionali (44%), esprimendo il voto su 1.773 risoluzioni. Sempre l’anno scorso la nostra Sgr ha condotto 958 engagement con 644 società emittenti, di cui il 30% ha riguardato tematiche Esg».

Donato Giannico (Raiffeisen Cm): «Siamo consapevoli degli obblighi fiduciari nei confronti dei nostri clienti e, in quest’ambito, perseguiamo un’attività di engagement attivo con le aziende per tutelare al meglio l’interesse dei nostri sottoscrittori. Per noi, l’engagement serve a valutare in modo più dettagliato la situazione finanziaria e lo sviluppo dell’azienda, dall’altro per convincere la società a migliorare la corporate social responsability o la sostenibilità stessa dell’impresa».