Il private debt ha conosciuto una crescita importante negli ultimi anni. Secondo le stime di Prequin, questo segmento dovrebbe toccare 2,64 trilioni di dollari nel 2029, rispetto a 1,5 trilioni nel 2013.  A Sandrine Richard, head of direct private debt, di Generali Asset Management (parte di Generali Investments), è stato chiesto quali sono le sue aspettative su questa tipologia di attivo.

Come vedete il private debt a livello globale e in Italia?

«C’è un fortissimo interesse verso questa asset class a livello globale e anche in Italia si rileva un buon interesse. Ciò sta accadendo  per diversi motivi. La domanda di credito privato da parte degli investitori è cresciuta rapidamente nel decennio successivo alla crisi finanziaria globale, perché si cercavano rendimenti più elevati in un contesto di tassi di interesse prossimi allo zero. È aumentata poi la richiesta di capitali da parte di chi ne aveva bisogno per superare le difficoltà dei canali tradizionali, come i prestiti bancari. Negli ultimi anni vediamo che investitori sempre più grandi, quali assicurazioni e fondi pensione, hanno iniziato ad aumentare le allocazioni verso i mercati privati».

Che cosa piace agli investitori?

«Stiamo parlando anzitutto di un investimento illiquido che è decorrelato dai mercati e dalla volatilità. Offre rendimenti stabili e un certo grado di protezione contro l’inflazione, vista la componente variabile di questi debiti: sono fattori cari a chi ha una visione a lungo termine degli investimenti. Va inoltre tenuto presente anche l’interessante rapporto rischio/rendimento grazie al premio illiquido e alla maggiore protezione di chi presta denaro, cui si aggiunge anche un basso costo del capitale per gli assicuratori».

Quale trend avete individuato per il 2025 nel debito privato?

«Nel 2025 i mercati europei del private debt sono pronti a beneficiare di una ripresa del flusso di operazioni di M&A, grazie anche alla maggiore facilità di valutare con precisione i deal e di concluderli a tassi di interesse più bassi. inoltre, le prospettive per le aziende già in portafoglio appaiono positive: il calo dei tassi dovrebbe ridurre il peso del debito e facilitare il pagamento degli interessi, consentendo alle imprese di allocare le risorse in modo più efficace. Da rilevare che il premio per l’illiquidità intrinseco al private debt dovrebbe rimanere intatto, continuando a colmare il vuoto lasciato dal finanziamento bancario tradizionale».

Ma a quali esigenze risponde questa asset class?

«Negli ultimi anni, la volatilità di mercato è aumentata, guidata da eventi come la pandemia, i conflitti geopolitici, la polarizzazione politica crescente, i picchi di inflazione improvvisi e l’aumento dei tassi di interesse. L’incertezza, ormai una costante nei mercati globali, sta spingendo gli investitori a cercare asset class che offrano una minore volatilità e rendimenti stabili nel medio-lungo termine. Il private debt, grazie ad accordi strutturati e a veicoli di investimento personalizzati, è in grado di fornire flussi di cassa prevedibili e un certo grado di protezione contro gli shock di mercato: si sta  affermando come uno strumento adeguato per chi è alla ricerca di stabilità. Inoltre, gli investitori si stanno orientando verso collaborazioni con un numero sempre più ristretto di asset manager, a causa dei crescenti oneri amministrativi, normativi e di conformità. Tutto ciò avviene  in un contesto in cui il fundraising resta sfidante: i dati mostrano che solo un numero limitato di asset manager top-tier riesce ad attrarre la maggior parte dei capitali. Le dimensioni e una chiara differenziazione strategica sono quindi fattori determinanti per il successo.  C’è poi un altro aspetto interessante da rilevare: gli investitori sono sempre più interessati a operazioni che abbiano uno scopo chiaro e generino un impatto positivo. Temi come il cambiamento climatico, la transizione energetica e le condizioni lavorative sono al centro delle loro priorità. Il private debt rappresenta uno strumento versatile per indirizzare i fondi verso obiettivi ben definiti fin dall’inizio dell’investimento. Infine, l’Ai può migliorare la capacità delle aziende di adattarsi rapidamente ai cambiamenti di mercato, rendendo i modelli di business più agili. Tuttavia, l’attenzione deve rimanere sulla sostenibilità, la resilienza climatica e la valorizzazione del capitale umano, preferendo l’expertise umana all’automazione pura».

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