Intervista a June Kim, head of japanese equities di Lazard Asset Management
Allo stato attuale, la guerra in Medio Oriente avrà ripercussioni sul Giappone?
«Sulla base di quanto osservato finora, riteniamo che il conflitto in Iran rappresenti uno shock temporaneo e di breve durata. Sebbene stia generando volatilità nel breve termine, continuiamo a ritenere che le imprese giapponesi si trovino in una posizione ideale per continuare a registrare una forte crescita degli utili nel medio e lungo termine. Il principale rischio al ribasso per l’economia del Paese, qualora la guerra si protraesse, è la possibilità di una stagflazione globale. Le previsioni di consenso sulla crescita del Pil statunitense e giapponese stanno peggiorando.
Ciò potrebbe portare a un calo della fiducia che si autoalimenta, in particolare se il prezzo del petrolio rimanesse ben al di sopra di 100 dollari al barile per un lungo periodo. Una situazione del genere rallenterebbe, ma non invertirebbe, la normalizzazione economica del Giappone, anche se attualmente riteniamo che questo scenario abbia una probabilità molto bassa. Altri rischi per il Giappone sarebbero le carenze energetiche nel breve termine, vista la dipendenza del Paese dai fornitori esteri per gran parte del suo fabbisogno di petrolio e gas. Secondo la Iea, il petrolio e i prodotti petroliferi rappresentano il 37% dell’approvvigionamento energetico totale del Giappone, mentre il gas naturale il 21%. Sebbene il 95% delle importazioni di petrolio provenga dal Medio Oriente, con il 70% che transita attraverso lo Stretto di Hormuz, solo l’11% del gas naturale proviene da quella regione. Il Giappone acquista la maggior parte del suo Lng dall’Australia e dal Sud-Est asiatico, dove le forniture non sono interessate.
Nonostante questa dipendenza, il Paese è ben preparato ad affrontare i picchi dei prezzi del petrolio. Dispone, infatti, di scorte petrolifere sufficienti a coprire oltre 250 giorni di consumo».
Qual è la vostra posizione sulle politiche implementate a sostegno della domanda interna?
«È un errore comune ritenere che l’economia giapponese dipenda eccessivamente dagli stimoli governativi per generare crescita. La realtà è che una buona ripresa senza che il governo centrale sia effettivamente intervenuto per dare impulso all’economia è già in atto. Riteniamo che la migliore opzione per la crescita sia quella offerta dalle imprese che utilizzano poco la leva finanziaria: attualmente dispongono di più liquidità e altri asset liquidi rispetto al debito nei loro bilanci. Se messa a frutto questa liquidità in eccesso (in questo senso saranno importanti gli aggiornamenti al codice di corporate governance), potrebbe fungere da impulso per l’economia giapponese. Per queste ragioni siamo sostanzialmente favorevoli alle riforme che incoraggiano le società a un impiego più efficiente del capitale. Le aziende che non riusciranno a definire con chiarezza come intendono utilizzare la propria liquidità si troveranno sottoposte a una pressione crescente affinché investano nella crescita, aumentino le retribuzioni dei dipendenti o restituiscano capitale agli azionisti. Sta cambiando anche la mentalità delle società: con l’arrivo di nuovi dirigenti, che non hanno vissuto il periodo post bolla immobiliare, gli atteggiamenti di avversione al rischio e una gestione del bilancio ultraconservatrice dovrebbero scomparire. Il caso di Makita,un produttore di utensili elettrici, è solo uno dei recenti esempi di un’impresa che ha dimostrato un cambiamento di mentalità volto a migliorare il proprio valore aziendale».

