a cura di Pinuccia Parini

In prossimità della pubblicazione di questo articolo, si è appreso della morte dell’ex-primo ministro Shinzo Abe a seguito di un ferimento durante un discorso elettorale. La tragedia è avvenuta in un paese dove simili episodi sono rari. Con lui è morto uno dei leader politici moderni più influenti del Giappone. 

Quando lo scorso ottobre Fumio Kishida si insediò alla carica di primo ministro giapponese, promise che la sua azione di governo avrebbe avuto come obiettivo una redistribuzione dell’aumento del reddito pro capite su una fascia più ampia della popolazione. L’idea di fondo era che la crescita produce risorse economiche che dovrebbero essere distribuite per alimentare ulteriore crescita. L’affermazione di Kishida nasceva dall’osservazione che, nonostante l’Abenomics avesse portato diversi benefici all’economia giapponese, non era riuscita a innescare un ciclo virtuoso. La promozione di un “nuovo capitalismo” è stato il tema centrale della sua campagna elettorale, un concetto che sintetizza le proposte politiche in campo economico e sociale. Nella scelta di affrontare la questione della distribuzione del reddito, Kishida probabilmente aveva voluto sottolineare che, nonostante nell’economia giapponese ci siano aziende ricche, le dinamiche salariali del paese non si sono mai tradotte in significativi aumenti di stipendi.

Imprese giapponesi ricche e famiglie relativamente povere? Senza arrivare a una netta dicotomia, è pur vero che i contenuti aumenti salariali e le politiche retributive sono una delle ataviche ragioni che rendono la domanda interna giapponese debole e la crescita delle aziende, di conseguenza, esposta all’andamento dell’economia internazionale. Ciò fa sì che, in fasi in cui il ciclo economico internazionale rallenta, l’economia giapponese risente maggiormente delle spinte recessive esterne. 

un “nuovo capitalismo”?

In che cosa però effettivamente consista il “nuovo capitalismo” di Kishida non è ancora chiaro, tanto che alcuni commentatori lo hanno considerato più uno slogan da campagna elettorale, per sottolineare la sua differenza dagli altri candidati e dai suoi predecessori: Suga e Abe. Altri, invece, si sono chiesti se lo slogan facesse in qualche modo eco alla “common prosperity” del Partito comunista cinese, sollevando perplessità su quali forme di capitalismo il premier stesse perseguendo. 

Nonostante i risultati raggiunti, la Abenomics è stata criticata, anche dallo stesso Kishida, per avere fatto diventare più ricchi coloro che già lo erano e non avere favorito una distribuzione più equa della ricchezza. L’indice Gini non sembra suggerire questa tendenza, ma il mancato aumento del salario medio in Giappone negli ultimi 30 anni solleva qualche riflessione, così come il contenuto aumento della produttività. Forse la differenza maggiore tra Abe e Kishida risiede appunto nella loro diversa visione di chi debba avere la preminenza in un’economia. Per Abe le priorità vedevano, in ordine, le aziende, lo stato e la famiglia. Per Kishida, invece, la famiglia viene prima delle imprese ed è seguita dallo stato. 

MENO MARKET FRIENDLY

L’atteggiamento dell’attuale primo ministro potrebbe così risultare meno “market friendly” e più orientato alla crescita della domanda come driver dell’economia, mentre Abe aveva attribuito, in questo senso, un ruolo importante al mercato finanziario. Tuttavia, dopo otto mesi dalla sua nomina, rimane ancora da definire quale sarà l’indirizzo che il premier vorrà dare alla propria politica e come vorrà realizzare questa forma di “nuovo capitalismo”.  La bozza del suo programma economico, presentata agli inizi dello scorso giugno, non sembra contenere particolari novità, se paragonata a quelle dei suoi predecessori, se non per una forte enfasi sull’investimento nelle risorse umane. 

In generale, si può affermare, ad esempio, che la digitalizzazione e la decarbonizzazione non sono temi nuovi e ormai costituiscono priorità condivise dalla stragrande maggioranza dei governi delle economie avanzate. In merito a questi due ambiti, la proposta dell’esecutivo prevede una cooperazione tra il pubblico e il privato e conta di investire circa 150 mila miliardi di yen nella cosiddetta trasformazione verde per affrontare la decarbonizzazione nei prossimi 10 anni. 

Gli utili aziendali

Secondo un’analisi condotta da Shigeki Morinobu, responsabile della ricerca presso The Tokyo Foundation for Policy Research (rif. :https://www.tkfd.or.jp/en/research/detail.php?id=882), all’interno del team politico di Fumio Kishida c’è un ampio consenso sulla necessità di cambiare il comportamento delle aziende per avviare il “ciclo virtuoso di crescita e distribuzione” che è al centro della strategia del “nuovo capitalismo” del primo ministro. Già la Emergency Proposal del novembre 2021 per il lancio di una “nuova forma di capitalismo” evidenziava che l’aumento degli utili aziendali non si traduce in benefici per le famiglie comuni o in un incremento della spesa in conto capitale. Da ciò emergeva la necessità per le società di «aumentare il loro potere di guadagno a medio e lungo termine, rafforzando i loro investimenti nel futuro in aree come il capitale umano, e di raggiungere una crescita sostenibile facendo circolare i profitti attraverso aumenti salariali e altre distribuzioni, nonché tramite ulteriori investimenti».

Con queste premesse, le delibere politiche del Consiglio governativo per una nuova forma di capitalismo si sono concentrate sul comportamento delle aziende giapponesi, in particolare per quanto riguarda la distribuzione dei profitti, ed è emerso che le imprese giapponesi sono state molto più attente a ricompensare gli azionisti che a restituire ai dipendenti. Il consenso crescente è che le società debbano iniziare a incrementare i salari per dare il via a un ciclo virtuoso di crescita e distribuzione, invece di utilizzare la maggior parte dei loro profitti in aumento per arricchire gli azionisti o accumulare riserve di denaro sempre più imponenti. In sostanza, la richiesta di un nuovo capitalismo è una spinta a cambiare il comportamento delle imprese.

le proposte concrete 

Per cambiare questo comportamento delle imprese, sono state ipotizzate nuove tasse sugli utili non distribuiti o sulla liquidità e sui depositi, alla luce anche dei tagli sulle aliquote fiscali di cui le aziende hanno beneficiato. La tassazione degli utili non distribuiti, ovvero le eccedenze di profitto accumulate da un’azienda e già tassate in precedenza come reddito netto, costituirebbe un ammontare che potrebbe essere usato per ulteriori investimenti. Morinobu ricorda che una simile misura, adottata nel 2015 in Corea del Sud e motivata dalla necessità di trovare modalità e risorse per contrastare una stagnazione salariale e una contenuta crescita economica, non aveva sortito l’effetto desiderato: le aziende non aumentarono, né i salari, né gli investimenti di capitale. 

Alcuni hanno suggerito che la tassazione dovrebbe concentrarsi, in modo più ristretto, sulla voce “liquidità e depositi” nella sezione dell’attivo del bilancio societario, visto l’aumento negli ultimi 20 anni della liquidità a disposizione dei grandi gruppi giapponesi, con alcuni di essi, tra i più importanti, che hanno accumulato oltre un anno di fatturato. Forse la tassazione potrebbe disincentivare alcuni eccessi, ma come definire il livello di liquidità adeguato a ciascuna azienda è un processo molto complicato. Infine, c’è la voce dividendi, fonte di insoddisfazione negli anni passati per gli investitori giapponesi, ma che ultimamente ha visto forse un aumento eccessivo, grazie anche all’attività di riacquisto dei titoli propri: un incontrollato incremento delle cedole va a vantaggio degli azionisti, ma può essere a scapito degli stakeholder (rif.: Tomo Suzuki, professore at Waseda University). 

Una posizione quest’ultima, condivisa anche oltre oceano da due senatori democratici, il presidente della Commissione Finanze del Senato, Ron Wyden, dell’Oregon, e il presidente della Commissione Bancaria del Senato, Sherrod Brown, dell’Ohio, che hanno presentato una serie di misure fiscali, tra le quali una tassa del 2% sul riacquisto da parte delle aziende di azioni proprie (rif.:https://www.bloomberg.com/news/articles/2021-09-10/senate-democrats-float-2-stock-buyback-tax-to-spur-investment).

La stessa Sanae Takaichi, in corsa per la posizione di premier e ora presidente del Consiglio di ricerca politica del partito al potere (Ldp), nel suo libro “Utsukushiku, tsuyoku, seicho suru kuni” (“Verso un Paese bello, forte e in crescita”), ha suggerito di imporre un’imposta sul reddito delle società del 25% e di eliminare tutte le agevolazioni, tranne una: la riduzione del 5% dell’aliquota per le aziende che aumentano i salari di almeno il 5%.

Il ruolo della tassazione

Sorge però, legittimamente, il dubbio se la tassazione possa incentivare il buon comportamento delle aziende o creare ulteriori scollamenti. Morinobu sostiene che, in primo luogo, è necessario «un ambiente economico in cui le imprese si sentano motivate a condividere e investire i loro profitti con un occhio al futuro. Il governo può contribuire a creare questo ambiente utilizzando la deregolamentazione per incoraggiare l’espansione delle industrie in crescita e fornendo sostegno finanziario all’innovazione verde e alla trasformazione digitale». Poi sono necessari aumenti di produttività per sostenere gli aumenti salariali. «Il governo dovrebbe perseguire politiche per incrementare la spesa per la produttività, compresi gli investimenti nell’istruzione per costruire il capitale umano (…). I mercati possono anche influenzare il comportamento delle aziende con l’aiuto di linee guida governative come lo Stewardship code e il Corporate governance code». 

La maggiore propensione a inserire i criteri Esg all’interno delle politiche di gestione dei portafogli dovrebbe portare gli investitori a una maggiore sensibilità sulla responsabilità sociale e sulle politiche di retribuzione delle aziende e dovrebbe tradursi in uno stimolo per le società a muoversi in questa direzione. In tal senso, il primo ministro giapponese sostiene che la rendicontazione non finanziaria dovrebbe includere informazioni sul valore del capitale umano delle imprese. 

E poi c’è il tema perenne della mentalità “deflazionistica” dei giapponesi, sempre più intolleranti all’aumento del costo della vita, che viene assorbito dalle aziende che, però, per mantenere i margini di profitto, non aumentano i salari.  Ad aprile, l’indice dei prezzi al consumo ha registrato una crescita del 2,15% anno su anno,: è la prima volta dal settembre 2008, escludendo l’effetto causato dall’aumento dell’Iva del 2014. I dati salariali mostrano un tasso di crescita bloccato nell’intervallo 1,0-1,5%, che in termini reali significa una crescita negativa. Per il momento, è difficile che, nell’attuale contesto, si possa pensare a una dinamica al rialzo e dare inizio al ciclo virtuoso auspicato a Kishida. Uno sviluppo positivo è invece l’obbligo che il Giappone imporrà alle aziende a rivelare il divario retributivo di genere.

La Proposta del governo

Nel frattempo, nell’ultima bozza di proposta, il governo intende preparare un pacchetto triennale del valore di circa 400 miliardi di yen (3 miliardi di dollari) per fornire sostegno alla formazione a metà carriera lavorativa: si calcola che circa un milione di lavoratori potranno riqualificarsi e acquisire nuove competenze, in modo da cambiare carriera in aree di business ad alto potenziale di crescita. Nel pacchetto sono incluse anche altre misure, quali la Doubling asset-based incomes plan, che dovrebbe incentivare un passaggio dei risparmi delle famiglie nipponiche verso asset più rischiosi. Complessivamente, però, si può affermare che manca una strategia dettagliata e non sono chiari i tempi di realizzazione, in quanto il governo redigerà i dettagli entro la fine di quest’anno. Intanto il Giappone, come scritto nel pacchetto di politiche economiche dell’esecutivo dello scorso anno, si è posto l’obiettivo di raggiungere un avanzo di bilancio primario entro l’anno fiscale che termina a marzo 2026, anche se nella recente bozza il dato non è presente.

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