La premier giapponese Sanae Takaichi sta spingendo per riformare la Costituzione del Paese, una carta che non è mai stata modificata dalla sua entrata in vigore nel 1947. Non è la prima volta che la questione emerge, ma nessun governo è riuscito a cambiare l’articolo 9 che sancisce la rinuncia formale alla guerra come mezzo di risoluzione delle controversie e vieta il mantenimento di forze armate.
Il Giappone non ha mai apportato modifiche perché i requisiti per farlo sono molto rigidi e così è successo che gli esecutivi hanno storicamente aggirato questa difficoltà reinterpretando gradualmente l’articolo 9.
UN PO’ DI STORIA
La Costituzione venne promulgata in Giappone nel 1946, quando il Paese, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, era occupato dagli Stati Uniti sotto la guida del Supreme commander for the allied powers, Douglas MacArthur. Sotto il suo controllo, il Paese fu smilitarizzato, riformato e democratizzato e nel 1952, con il Trattato di San Francisco, divenne indipendente. Fu durante questo periodo di profondi cambiamenti che l’attuale carta costituzionale prese forma e, indiscutibilmente, risentì dell’influenza americana e del contesto storico da cui era nata. E questa è anche la ragione per cui, proprio le forze politiche conservatrici e nazionaliste hanno chiesto, negli anni, di rivedere proprio l’articolo 9, considerato come una cessione della sovranità del Giappone agli Stati Uniti.
L’ESPORTAZIONE DELLE ARMI
Le forze armate giapponesi, ufficialmente denominate Forze di autodifesa del Giappone, e la sua industria della difesa stanno attraversando una fase di trasformazioni storiche. La mentalità antimilitarista post-bellica ha condizionato le modalità con cui il Giappone ha gestito la produzione in questo settore, che spesso ha rappresentato un segmento di dimensioni ridotte all’interno dei grandi conglomerati civili e dell’esportazione di armi. Come argomenta un’analisi fatta dal Center for Strategic & International Studies (Csis) (1), sino alla fine della Guerra fredda, nonostante il rafforzamento della base tecnologica giapponese, l’esportazione di armi rimase un tabù. «L’industria della difesa giapponese, pur consistente, era in gran parte isolata e si limitava a fornire alle Forze di autodifesa giapponesi equipaggiamenti costosi, su licenza o personalizzati, il che limitava la crescita e l’innovazione del settore».
Ma fu proprio a cavallo tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio dei ‘90 che Tokyo cominciò a fare alcune piccole eccezioni a questa politica e dall’avvio degli anni 2000 il governo diede il via ad alcuni cambiamenti più sostanziali nella politica di esportazione in risposta alle crescenti minacce regionali provenienti dalla Cina e dalla Corea del Nord. I cambiamenti furono graduali. Nel 2011, sotto la guida del primo ministro Yoshihiko Noda, il governo giapponese iniziò a consentire il trasferimento di attrezzature legate alla difesa per operazioni di mantenimento della pace e umanitarie.
Ma fu il primo ministro Shinzo Abe, nel 2014, ad avere un approccio più deciso, che inizialmente permise il trasferimento negli Stati Uniti di articoli prodotti su licenza per poi perseguire un importante appalto per la fornitura di sottomarini in Australia, ignorando la cautela e le preoccupazioni dell’industria giapponese sul trasferimento tecnologico. L’Australia scelse poi il progetto di un concorrente francese.
UNA FORTE ACCELERAZIONE
Ma il cambiamento più significativo dal 1954 in materia di sicurezza è avvenuto sotto la guida dell’attuale prima ministra, Sanae Takaichi: il bilancio militare annuale è stato portato a oltre i 10 trilioni di yen (circa 64 miliardi di dollari) per raggiungere l’obiettivo del 2% del Pil. Questa trasformazione posiziona il Giappone nella parte alta della classifica mondiale per spese militari. In aggiunta, il Partito liberal democratico spinge per ulteriori impegni finanziari entro cinque anni, citando i parametri di riferimento internazionali del 3,5% del Pil.

