a cura di Pinuccia Parini
Sulle sfide che il mondo deve affrontare a causa dei cambiamenti climatici e sulle nuove soluzioni e tecnologie da adottare, Fondi & Sicav ha intervistato Alexis Deladerrière, portfolio manager di Goldman Sachs Asset Management, che riferisce sulle scelte di investimento che caratterizzano il fondo Gs Global Environmental Impact Equity.
Chi sono gli attori che giocheranno un ruolo chiave nel rendere sostenibile l’economia e che cosa è stato fatto finora?
«Sappiamo tutti quali sono gli obiettivi da raggiungere, conosciamo la sfida principale, che è mantenere l’aumento della temperatura a 1.5°1, e siamo anche informati di ciò che dobbiamo fare per raggiungere il target. Il primo passo è quindi ridurre le emissioni del 50% entro il 20302: si tratta di una sfida importante, nella quale ciascun attore all’interno del contesto economico è chiamato a fare la propria parte. Ciò vale per le imprese, i governi, i consumatori e, ovviamente, gli stessi investitori».
Potrebbe fare alcuni esempi?
«I risultati sono sotto gli occhi di tutti, come nel caso dell’Ue, che con il Green new deal sta andando proprio in questa direzione attraverso una serie investimenti, incentivi, tassazioni, regolamentazioni, governance, applicati, sia a livello europeo, sia dei singoli paesi membri. Altre nazioni stanno facendo lo stesso percorso e si sta assistendo a uno sforzo corale che probabilmente non è ancora sufficiente, ma dimostra sicuramente un impegno solido. Dal lato delle aziende, è necessario che alcune prassi e diversi processi vengano cambiati: occorre aumentare l’utilizzo di energia rinnovabile e diventare più “carbon neutral” nello svolgimento delle attività e nel progettare, produrre, distribuire e vendere i prodotti. In alcuni casi questi mutamenti sono già visibili grazie anche all’introduzione di nuove regole e nuove modalità di tassazione. In Europa, ad esempio, il sistema di scambio di emissioni di carbonio (carbon trading scheme) ha modificato l’operatività di molte imprese che hanno iniziato a utilizzare maggiormente le energie rinnovabili e hanno cambiato i propri impianti e macchinari alla luce dell’aumento dei costi delle loro attività inquinanti. E poi ci sono i consumatori, che sono diventati più consapevoli della propria impronta ecologica e ciò li ha portati a volere mutare e orientare il proprio modo di vivere verso una maggiore sostenibilità. Lo fanno comperando auto elettriche, le cui vendite sono aumentate in modo significativo negli ultimi due anni, perché, così facendo, hanno un impatto sull’ambiente. E una spinta arriva anche dal loro prezzo, visto che sono diventate molto meno care: possedere un veicolo elettrico è meno costoso che averne uno a combustione e lo diventerà sempre meno grazie al progresso tecnologico futuro».
E per quanto riguarda gli investitori?
«Gli investitori giocano un ruolo decisivo all’interno di questo processo e ciò si esplicita in due modi. Il primo è ridurre i finanziamenti o non finanziare le aziende che inquinano, favorendo un coinvolgimento diretto con le società affinché adottino misure che riducano il loro contributo alla produzione di carbonio e si allineino agli accordi di Parigi, ed è ciò che Goldman Sachs Asset Management fa attivamente. Il secondo è finanziare la transizione energetica, con tutti gli strumenti a disposizione, investendo in imprese che hanno i modelli di business e la tecnologia per ridurre le emissioni di carbonio. Ed è proprio questo l’obiettivo che la strategia Gs Global Environmental Impact Equity punta a perseguire: vogliamo sostenere quelle realtà che offrono prodotti o servizi che aiutano ad adattarsi alla transizione energetica».
Occorre, però, che ci sia uno sforzo comune a livello globale affinché gli obiettivi di Parigi possano essere raggiunti e non tutti i paesi al mondo si stanno muovendo in sincronia.
«Sì, ma gli obiettivi sono chiari a tutti e lo sforzo deve essere comune. Tutti i paesi e tutti i settori devono cambiare e adattarsi alla transizione. Nonostante lo sforzo debba essere corale, è fondamentale che ciascuno faccia la propria parte, anche se i tempi e i modi possono differire. Bisogna lavorare su ciò su cui si può avere un impatto e fare in modo che l’azione che ne deriva sia condivisa. Ciò vale sia per i governi, sia per le imprese e i consumatori. Inoltre, non va dimenticato che le nazioni che hanno firmato gli accordi di Parigi stanno approvando leggi che permettano di rispettare gli impegni presi».
Ma ci sono anche nazioni come la Cina, il paese che inquina di più al mondo…
«È vero, ma la Cina ne è consapevole: sta adottando diverse misure, sia a livello ambientale, sia sociale, ed è in prima linea per quanto riguarda la stesura di nuove politiche che vadano in questa direzione e nello sviluppare la tecnologia necessaria per portare avanti il processo di transizione. Non dimentichiamo che è il mercato più grande al mondo per le auto elettriche ed è il più importante fornitore di pannelli solari. Certo, siamo tutti dinnanzi a una grande sfida: è la rivoluzione della sostenibilità che ha le dimensioni di quella industriale e la velocità di quella digitale».
È fiducioso di ciò che potrà emergere da Cop26?
«Sono ottimista, perché il mondo sta cambiando velocemente: la questione ambientale è sentita da tutti e le reazioni in merito sono significative. Comunque, vorrei sottolineare che il mio ottimismo è dettato più dalla fiducia nello sviluppo tecnologico che dalle decisioni dei singoli governi o dalle politiche adottate da ognuno. Infatti, il nodo cruciale è fare in modo che i costi della tecnologia scendano affinché sia alla portata di tutti fare scelte che vadano verso la riduzione dell’emissione di gas serra, una decisione che deve essere presa, in primo luogo, per fare del bene a se stessi, anche pensando alle proprie tasche».
È così importante il costo della tecnologia?
«Sì, perché la discesa dei costi è stata il fattore determinante per la diffusione delle rinnovabili e delle auto elettriche: per le prime di quasi il 90% nell’ultimo decennio3, mentre per i veicoli elettrici, nei prossimi due anni, si stima che avranno un costo inferiore a quelli a combustione già dal momento della vendita. E ciò è possibile grazie alla continua innovazione tecnologica».
Come è composto il portafoglio Global Environmental Impact Equity di Goldman Sachs?
«Abbiamo analizzato in modo olistico tutte le fonti di emissione di gas serra che sono così ripartite: industria (24,2%), agricoltura, silvicultura e uso del suolo (18,4%), trasporti (17,9%) e riscaldamento/raffreddamento di edifici (17,5%)4. In seconda battuta, abbiamo esaminato quali soluzioni dovrebbero essere adottate per raggiungere il target del 2030 per poi identificare cinque grandi temi: energia pulita, efficienza delle risorse, consumo sostenibile, economia circolare e sostenibilità idrica. Il portafoglio del fondo è stato disegnato intorno a queste cinque aree. Investiamo nelle rinnovabili, nelle reti intelligenti, nei veicoli elettrici, negli smart building, nella moda sostenibile, nelle tecnologie di riciclo, nei sostituti della plastica monouso, nel trattamento delle acque. Il beneficio che traiamo da questo approccio è ridurre la volatilità del fondo grazie a un portafoglio molto bilanciato e diversificato, la cui performance non è strettamente dipendente da un tema o da un settore o un titolo che la potrebbe impattare in modo significativo. Riteniamo che il nostro approccio faciliti anche la scelta dell’investitore finale, che si trova così di fronte un prodotto che non è soggetto a violente variazioni».
Quindi riducete il rischio con la diversificazione per temi, settori e titoli
«Facciamo in modo che non ci sia un tema o un settore che determini in modo univoco la performance del fondo. Operiamo poi una diversificazione tra le aziende in cui investiamo: alcune hanno modelli di business stabili con ricavi ricorrenti e quindi un profilo più difensivo, altre, invece, sono società nella loro fase iniziale, quindi più volatili, con prodotti innovativi e la cui modalità operativa deve essere ancora testata. Inoltre, procediamo con la diversificazione differenziando la capitalizzazione di mercato dei titoli: da 250 milioni a oltre 250 miliardi di dollari. Viene operata anche una suddivisione a livello geografico, attualmente così strutturata: 40% Usa, 40% Europa e 20% Asia. Questo nostro approccio ci ha permesso di ottenere ottimi risultati: nel 20205 il Gs Global Environmental Impact Equity Portfolio6 ha registrato una performance netta del 48,8%, “sovraperformando” il proprio benchmark di riferimento7 del 35,7% e, da inizio anno, la performance generata è del 17,5%, con una “sovraperformance” dell’1,6%8».
Come identificate le aziende in cui investire?
«Ricerchiamo le società attraverso un processo bottom up all’interno dei cinque temi identificati. Attualmente, ne abbiamo individuate 600 a livello globale (tre anni fa erano 500) e la notizia positiva è che continuano a crescere, perché nuove imprese con caratteristiche innovative arrivano sempre più frequentemente sul mercato. Ma attenzione, non scegliamo le aziende solo perché sono allineate ai nostri temi, bensì perché pensiamo che siano sottovalutate e offrano un significativo potenziale di rialzo. L’aspetto valutativo è molto importante perché le nuove tecnologie possono essere decisamente stimolanti, ma proprio per questo motivo possono raggiungere anche livelli di prezzo eccessivo. Bisogna allora essere molto cauti e decidere, nel momento in cui un titolo ha raggiunto il target prefissato, se ridurre l’esposizione e cercare un’altra valida alternativa nell’universo che si è definito, ponderando le opportunità che il mercato offre».
Nel campo delle energie rinnovabili, in quali comparti ritiene che ci siano le maggiori aspettative di crescita?
«Se si parla del tema dell’energia pulita, investiamo in tre aree verticali: le energie rinnovabili e la loro catena di approvvigionamento, le reti intelligenti e il carburante liquido rinnovabile (soprattutto per le forniture a quei settori per i quali il processo di elettrificazione richiederà tempi lunghi). Il segmento più avanzato è l’energia rinnovabile, che ha le maggiori opportunità di sviluppo, sia per ragioni economiche, sia per le varie politiche adottate: attualmente pesa per il 5% sulla produzione totale di energia e si stima che salirà al 30% tra 20 anni. All’interno del tema cerchiamo le imprese che rappresentano un’eccellenza e che, grazie ai loro prodotti innovativi (le pale eoliche su piattaforme fluttuanti, per esempio), possono incidere sull’efficientamento del processo di produzione energetica».
Parte del vostro portafoglio investe nell’economia circolare. Può dare alcuni esempi di aree che trova interessanti?
«L‘economia circolare è un tema cui prestare molta attenzione: bisogna fare di più utilizzando meno risorse. Al suo interno abbiamo articolato l’investimento in tecnologia per il riciclo e la sostituzione degli imballaggi più inquinanti. In merito a quest’ultimo aspetto, tra le aziende che producono modalità di confezionamento alternativo alla plastica sono stati identificati due segmenti: i produttori di lattine e bottiglie in alluminio e l’imballaggio che ha come base la carta. Per quanto riguarda il primo, negli ultimi due anni si è registrata una forte ripresa dell’utilizzo dell’alluminio nella realizzazione di lattine o bottiglie, perché ritenuto più sostenibile. Il secondo segmento, invece, usa diverse tipologie di cartone ed è percepito dai consumatori come un valido sostituto alle confezioni di plastica».
Come valutate l’impatto dei vostri investimenti?
«Noi crediamo che le aziende in cui investiamo esercitino un impatto positivo, perché operano con lo scopo di ridurre le emissioni di carbonio. Quanto alla misurazione delle loro attività, non le valutiamo in termini solo di classificazione Esg, bensì prendendo in considerazione i benefici che apportano ai loro clienti. Quindi, il nostro punto di vista non è solo chiederci se i prodotti delle aziende in oggetto siano realizzati in modo sostenibile, ma se siano più sostenibili per l’ambiente rispetto alle alternative presenti. Cerchiamo di misurare l’impatto delle nostre decisioni, anche se i dati non sono sempre disponibili o completi. Proprio per queste ragioni abbiano assunto un atteggiamento molto conservativo e deciso nel classificare il prodotto come articolo 8 della Sfdr (Sustainable finance disclosure regulation), in attesa che la normativa venga ulteriormente chiarita».
1 Fonte: Accordo di Parigi
2 Fonte: Climate Action Tracker, a maggio 2021
3 Fonte: BloombergNEF – Electric Vehicle Outlook, 2020
4 Climate Watch, The World Resources Institute (2020)
5 Data di lancio del Fondo: 14/02/2020
6 Azioni Classe Base, Acc.
7 MSCI All Country World Index (Net total return, unhedged, USD)-Daily
8 Dati al 31 agosto 2021. Performance annualizzata netta dal lancio: 43,6% (+24,4% rispetto al proprio benchmark)

