Venerdì 20 maggio, il Nasdaq Composite ha messo a segno, rispetto ai picchi storici segnati poche settimane prima, una caduta del 32%.

E alcuni dei colossi di questo indice, come Amazon, Netflix e Meta, hanno fatto nettamente peggio. Per di più sono attese notizie non tranquillizzanti dai profitti del secondo trimestre. Non manca, però, chi non ritiene imminente una recessione e pensa che si sia semplicemente di fronte a un cambiamento dei vincitori in tutto il mondo growth: alcune categorie di beni e servizi in ambito tech sembrano infatti destinate a perdere terreno a favore di altri protagonisti della disruption prossima ventura

Venerdì 20 maggio l’S&P 500 ha ufficialmente registrato un calo di oltre il 20% dai massimi storici (intorno a 4.818), registrati a inizio 2022. Si è entrati, dunque, ufficialmente nell’era di un nuovo bear market la cui portata oggi appare quasi impossibile da prevedere. Rischi sanitari, una guerra alle porte dell’Europa, l’inflazione peggiore da 40 anni e banche centrali disposte a tutto per stroncarla costituiscono uno scenario quasi da incubo per gli investitori. 

La discesa nell’ambito del mercato orso da parte del maggiore benchmark azionario del mondo è stata però preceduta da un calo impressionante dei titoli tecnologici statunitensi, con un percorso che sta cominciando ad assomigliare in maniera inquietante a quello delle proprie, bistrattate, controparti cinesi nell’ultimo anno e mezzo.

Nella stessa giornata, infatti, anche il Nasdaq Composite ha messo a segno il minimo di questa fase, calando dai propri picchi storici di circa il 32%. Nonostante la slavina, però, a oggi questo cruciale segmento dell’equity globale appare tutt’altro che economico. Crepe cominciano infatti a farsi vedere sul piano delle prospettive di profitto: basti pensare che finora 62 aziende dell’S&P 500 hanno rivisto al ribasso le proprie stime sull’Eps del secondo trimestre, a fronte di sole 26 che, invece, hanno ritoccato al rialzo le previsioni. 

Nel primo gruppo ha destato particolare scalpore la presenza di Amazon, che si è distinta anche per il taglio più imponente delle proprie stime di profitto. Il colosso dell’e-commerce è stato però l’ultimo di una serie dei protagonisti del consumo digitale: Netflix e Meta, fra gli altri, hanno cominciato a suonare le campane a morto sugli utili. Sostanzialmente, allo stato attuale, il pericolo più grosso è trovarsi nel mezzo di una fase di forte e prolungato derating delle azioni growth, a causa di un equity risk premium spinto al ribasso, sia dalla debolezza dei profitti, sia dal processo di innalzamento dei tassi reali.

Questo fenomeno viene paventato da Nadège Dufossé, global head of multi-asset di Candriam: «Come previsto, l’aumento dei rendimenti reali ha comportato una significativa contrazione dei multipli azionari statunitensi; abbiamo pertanto chiuso il sottopeso tattico e optato per una posizione neutrale sulle azioni americane. In un contesto di inflazione e tassi in ascesa, le valutazioni dei titoli growth sono state particolarmente a rischio. Anche se il derating non è ancora concluso, prevediamo un movimento meno brusco rispetto a quello registrato da inizio anno».

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