a cura di Pinuccia Parini
L’avversione al rischio presente sui mercati sta riguardando quasi tutte le asset class e la ricerca di una diversificazione, che serva a contenere gli effetti dei corsi negativi dei mercati, continua. Come si proteggono gli investimenti in un quadro come quello attuale? A rispondere è Giuseppe Corona, head of global listed infrastructure, Global Listed Infrastructure Fund di Hsbc Asset Management.
Perché investire in fondi infrastrutturali in un quadro di rallentamento economico e inflazione che rimane elevata?
L’asset class presenta un carattere difensivo derivante dal fatto che le aziende in cui si investe operano in attività che sono critiche per il funzionamento di qualsiasi economia e società. Si tratta di imprese che offrono una grande visibilità per quanto riguarda la futura generazione di cassa. Ciò è reso possibile dal fatto che i loro asset critici, o sono regolamentati, o sono soggetti a contrattualizzazioni a lungo termine tra l’operatore che gestisce l’attività e l’utilizzatore. Inoltre, sono società soggette a una regolamentazione o a una contrattualistica basate su strutture “take or pay” (accordo che impegna all’acquisto di un prodotto, anche se non utilizzato) o di ritorno sul capitale, dove la remunerazione avviene in base al costo del capitale stesso. Queste due configurazioni fanno sì che, in entrambi i casi, vengano operati adeguamenti da corrispondere all’operatore in base al movimento dei volumi generati. Per fare un esempio concreto, se in un aeroporto il traffico non si materializza, nel periodo successivo a quello in questione ci sarà un intervento del regolatore per adeguare la tariffa in modo da remunerare l’operatore in modo congruo».
È per queste ragioni che l’asset class ha offerto ritorni interessanti anche in questa difficile fase di mercato?
«La risposta è affermativa. Aggiungerei che, in uno scenario in cui l’economia rallentasse ulteriormente e le maggiori banche centrali alzassero ancora i tassi di interesse e, di conseguenza, la volatilità perdurasse sul mercato, l’investimento in asset infrastrutturali permetterebbe di avere una parte del portafoglio meno esposta al ciclo economico».
Ma se l’inflazione dovesse prolungarsi?
«Uno scenario inflativo prolungato potrebbe avere un impatto che si concretizzerebbe in due modi e lo si può spiegare tramite l’utilizzo di un modello Dcf, cioè attraverso il metodo dei flussi di cassa attualizzati che ne determina il valore per una specifica attività. Il primo incide sul numeratore della formula utilizzata, perché i ricavi di una società infrastrutturale molto spesso sono legati al tasso di inflazione e, frequentemente, l’aggiustamento a esso avviene l’anno successivo (t+1). Di conseguenza, lo stesso numeratore, strutturalmente, sale. Il secondo, invece, riguarda il denominatore della stessa formula, che contiene il tasso di sconto. Una banca centrale, come di recente la Bce, che alzasse i tassi anche nel prossimo futuro, porterebbe a un aumento del tasso di sconto che gioca a sfavore dell’investimento. Comunque, ci sono alcune attività le cui valutazioni, nell’attuale contesto, rimangono attraenti, perché il loro aumento dei flussi di cassa compensa quello del costo del capitale. In sintesi, per questa asset class, le caratteristiche difensive continueranno a fungere da vento di coda. Lo scenario inflazionistico, invece, è un aspetto che va valutato con attenzione, settore per settore, azienda per azienda».
Ciò però comporta un’attenta selezione delle società
«Sì e un modello che, proprio per identificare le aziende con flussi di cassa resilienti, incorpori tassi di sconto in rialzo, approccio che noi abbiamo utilizzato prima che le politiche monetarie diventassero restrittive. Inoltre, per investire in infrastrutture occorre una forte specializzazione e una conoscenza delle regole dell’ambito in cui si opera ed è per questa ragione che è importante rivolgersi ad asset manager con esperienza comprovata in materia».
Dove investe il fondo Hsbc Gif Global Infrastructure Equity?
«Il fondo investe nei seguenti settori: comunicazioni, energia, servizi di pubblica utilità e trasporti. Tutti e quattro sono toccati, anche se con intensità diversa, da due trend strutturali che teniamo in forte considerazione nelle nostre analisi: la digitalizzazione e la transizione energetica. Si tratta di due aspetti che esercitano un’influenza significativa nel determinare le nostre decisioni di investimento proprio per l’impatto che possono esercitare su specifici comparti, in particolare quello delle telecomunicazioni e quello energetico. Basterebbe infatti pensare a come potrebbe cambiare il mix energetico da oggi al 2050».
Significa che investite anche in “brown company”?
«Si tratta di asset necessari per una “just” transizione energetica e il fatto che siano presenti nei nostri portafogli non inficia da un lato la nostra politica come Hsbc Asset Management, che prevede di non investire in società i cui piani non siano compatibili con l’obiettivo di dismettere produzione di energia elettrica da carbone entro il 2030 (Oecd) e 2040 (non-Oecd). Dall’altro lato, la nostra attività di engagement con le imprese continua, per incentivarle a intraprendere misure verso una transizione energetica e monitorare che gli impegni assunti vengano perseguiti in coerenza anche con le politiche di Hsbc Asset Management. Si tratta di processi molto complessi e delicati, che devono essere considerati nel loro insieme e che hanno la necessità di una coerenza di fondo, affinché i vari passaggi non generino ricadute negative sul contesto sociale ed economico. Noi riteniamo che le infrastrutture giocheranno un ruolo importante nella transizione energetica. Oggi ci sono aziende nel settore petrolifero, per esempio, che hanno obiettivi di “net zero” ambiziosi. Diventa così importante non solo investire in società che vogliono ridurre la loro impronta carbonica, ma farlo perché in tal modo si sostengono gli investimenti che verranno fatti per rendere ciò possibile. Lo spirito che guida le nostre decisioni è quello della “just transition”, una transizione energetica equa, sia per l’ambiente, sia per le comunità, sia per l’economia».
Come è strutturato il vostro processo di investimento?
«A tutte le società che fanno parte del nostro universo di investimento attribuiamo una valutazione qualitativa e un’altra quantitativa. In primo luogo viene prodotto un “quality score”, in base alla tipologia e struttura degli attivi, del modello di business e della sua sostenibilità, tenendo ovviamente in considerazione il contesto regolamentare. Quest’ultimo, infatti, può in alcuni casi offrire incentivi o disincentivi per il raggiungimento di determinati obiettivi, come ad esempio la neutralità carbonica. Successivamente, c’è un’analisi quantitativa, in cui valutiamo gli asset in base alla loro vita economica e, quindi, alla loro generazione di cash flow. Il nostro processo di individuazione dei titoli è bottom-up, con l’utilizzo di 10 parametri dei quali tre sono legati agli Esg. Adottiamo uno stile di investimento value e, in termini di capitalizzazione di mercato, ci concentriamo su aziende sopra il miliardo di dollari. Attualmente, sul piano settoriale, il 65% circa del fondo è esposto al comparto energetico e dei servizi di pubblica utilità».

