A collquio con Anthony Willis, senior economist di Columbia Threadneedle Investments

Non è ancora chiaro se il conflitto in Medio Oriente sia veramente finito, ma sembra che gli impatti sull’economia siano stati contenuti. Cosa ne pensa?

«La crescita globale ha mostrato di essere resiliente, nonostante un contesto in cui permangono i rischi geopolitici e una crisi energetica. Addirittura, le piazze finanziarie hanno dimostrato di superare questi shock in tempi relativamente brevi. Un fattore che ha fatto probabilmente da collante e ha spinto al rialzo i corsi azionari è stato una stagione degli utili aziendali molto forte, trainati dal settore tecnologico di cui l’intelligenza artificiale è la forza motrice. Certamente, rispetto all’inizio dell’anno, l’atteggiamento delle banche centrali è cambiato, tanto che le attese di un taglio del costo del denaro hanno lasciato il posto a possibili aumenti dei tassi. Inoltre, le aspettative inflazionistiche sono cresciute e diventate un fattore di instabilità per i mercati obbligazionari che saranno soggetti a fasi di volatilità a causa delle preoccupazioni legate a inflazione, deficit fiscali e crescente livello di debito. Però, in uno scenario in cui le incertezze permangono, rimaniamo costruttivi in ambito azionario, che preferiamo al reddito fisso e privilegiamo l’Asia e i paesi emergenti».

Come si spiega questa capacità dei mercati di guardare oltre la crisi del momento?

«A dire la verità non è un aspetto nuovo. La reazione dei mercati finanziari alle maggiori crisi geopolitiche che si sono avvicendate dagli anni ’50 è facilmente misurabile: gli indici sono saliti in media dell’1,4%, 2,8% e 5,9% rispettivamente dopo uno, tre e sei mesi dall’evento. Ci sono state crisi finanziarie, pandemiche, energetiche che sono state superate e gli indici hanno toccato nuovi massimi. Ed è altrettanto misurabile che, nell’ultimo decennio, dal Covid all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, sino ad arrivare alla guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran, le borse hanno dato ancora prova di grande resilienza e con una volatilità inferiore a quella registrata in situazioni analoghe in passato. L’annuncio dei dazi il 2 aprile del 2025, dopo un sell-off iniziale, ha visto gli operatori di mercato razionalizzare l’accaduto e concludere che quei livelli di tassazione non sarebbero mai stati applicati, perché avrebbero affossato le borse, le economie e gli stessi Stati Uniti che li avevano proposti. E anche nel caso del conflitto nel Golfo è accaduto qualcosa di simile, con ben 40 annunci di fine del conflitto che non si sono materializzati, ma che testimoniano quanto desideroso fosse Trump di fermare la guerra. Consapevoli di ciò, gli operatori hanno deciso di considerarla un evento di durata contenuta».

Ma, quello recentemente firmato, è un accordo di pace o una semplice tregua più lunga?

«Ritengo sia una tregua fragile, con 60 giorni a disposizione per definire un accordo di pace di lungo periodo. Il protocollo d’intesa definisce un quadro per negoziati futuri i cui dettagli potrebbero essere interpretati in modo diverso da Stati Uniti e Iran. L’aspetto cruciale, da un punto di vista economico e dei mercati finanziari, è la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, con tutto ciò che ne deriva. Penso, però, che sarà difficile sostituire in tempi brevi l’Accordo sul nucleare iraniano firmato nel 2015 tra l’Iran, i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, la Germania e l’Unione Europea. Se il conflitto fosse durato per un altro trimestre, è probabile che si sarebbero acutizzate le preoccupazioni legate alla scarsità di alcuni beni, ma la storia degli ultimi 20 anni dei mercati finanziari ci ha insegnato che quando la situazione è sull’orlo del precipizio c’è sempre una rete di sicurezza che viene tesa, che si chiami “Fed put” o “whatever it takes” o in qualsiasi altro modo possa essere etichettata».

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