Il settore farmaceutico, trainato da biotech e innovazione, mostra al suo interno forte dispersione. A Wall Street l’indice pharma ha registrato una forte performance sostenuta dai Glp-1, mentre l’Europa, tra mercati frammentati e regole rigide, è stata molto meno dinamica soprattutto nei corsi borsistici di questo segmento, che rimane un value play. Intanto, incombe la scadenza massiccia dei brevetti farmaceutici e, per questa ragione, servirà selettività per cogliere le opportunità del comparto
Il settore farmaceutico, e in particolare il segmento delle biotecnologie, al quale ormai fanno capo la maggior parte dei fatturati e la quasi totalità dei profitti, rappresenta un’intersezione quasi perfetta dei temi che stanno rimodellando l’economia globale e la struttura dei mercati azionari in questi anni. Innanzitutto, si tratta di un comparto nel quale le dinamiche legate all’innovazione sono semplicemente fondamentali: infatti, il sistema delle scadenze dei brevetti stimola per norma di legge la necessità di riversare ingenti risorse nella ricerca.
Tanto per avere un’idea del quadro in cui opera l’intera industria farmaceutica, basta osservare un semplice dato: entro il 2030 circa un sesto del fatturato totale di questo segmento diventerà soggetto alla concorrenza di generici e biosimilari, per un totale di circa 300 miliardi di dollari. In più è in corso un periodo di straordinario vigore scientifico cui peraltro l’intelligenza artificiale sta dando un contributo già importante e probabilmente destinato ad aumentare nel futuro prossimo.
Usa e Cina in vantaggio
Tutto ciò, non sorprendentemente, sta già portando a una dispersione dei rendimenti piuttosto marcata in un mondo diviso in maniera netta fra vincitori e vinti, in cui ancora una volta Usa e Cina stanno accumulando non pochi vantaggi rispetto all’Europa. In primo piano in questo segmento vi sono le malattie legate all’invecchiamento e agli stili di vita delle popolazioni di gran parte del globo e non solo dell’occidente. È un ambito in cui diverse cure innovative, per quanto costose, possono portare boccate di ossigeno a bilanci statali sempre più in difficoltà nel fare fronte a situazioni di cronicizzazione di massa di alcuni problemi di salute.
Infine, non vanno tralasciate le incertezze sulla messa in sicurezza delle catene di fornitura fra le disruption energetiche, il ruolo sempre più prevalente della Repubblica Popolare Cinese e le politiche commerciali imprevedibili da parte dell’America. Per costruire un portafoglio di titoli farmaceutici che risponda a criteri logici, è necessario partire dalle performance del settore nel suo insieme. E come primo dato ci si imbatte in un S&P 500 Pharmaceuticals Index che, a partire dai minimi dell’agosto 2025, ha messo a segno una performance superiore a +67% e ha raggiunto il massimo storico. Solamente nel corso di quest’anno il suddetto benchmark ha registrato +22,5% circa, quasi doppiando il dato dell’S&P 500 (+11,9%).
La ripresa è stata tanto più impressionante se si pensa che ha fatto seguito al bear market dei 12 mesi precedenti, che aveva riportato questo gruppo di azioni sulle quotazioni di metà 2023. All’origine della fase di incertezza si può senz’altro individuare un quadro politico non dei più facili. Infatti, già l’amministrazione Biden non si era distinta per un atteggiamento particolarmente favorevole, tentando, ad esempio, di ottenere prezzi più contenuti per il Medicare (la copertura sanitaria pubblica per gli anziani negli Usa).
Mesi di incertezza
L’elezione di Donald Trump poi ha generato mesi di assoluta incertezza. Innanzitutto, l’ascesa di Robert F. Kennedy Jr. a segretario per la Salute non ha certo avuto un impatto positivo sui produttori di vaccini. A ciò va sommato il peculiare approccio dell’attuale presidente, che mischia la consueta aggressività commerciale a tentativi, in verità apprezzati a livello bipartisan, di contenere i costi sanitari mostruosi cui spesso vanno incontro gli americani. In particolare, l’ordine esecutivo denominato “Most favored nation”, se applicato alla lettera, si sarebbe configurato come un terremoto dagli effetti deflagranti. Dopo un tentativo non andato a buon fine di varare una misura similare nel 2020, il controverso inquilino della Casa Bianca ha praticamente imposto per decreto che i prezzi delle medicine in America non possano superare il livello più basso registrato in paesi Ocse con un Pil pro capite che sia almeno il 60% di quello degli Stati Uniti, pena pesanti tariffe.
Come spesso accade, alla fine si è trovato un accordo in cui la maggior parte delle major ha ottenuto esenzioni ed eccezioni essenzialmente in cambio di una forte espansione del capex sul suolo statunitense. Una volta messa da parte, o quanto meno riportata in un territorio più gestibile, un’incognita di questa portata (comunque tutt’altro che risolta: molti aspetti sono ancora da definire in futuro), gli investitori sono tornati a concentrarsi sui fondamentali, che si basano sul potenziale quasi infinito dell’attuale rivoluzione medica e tecnologica.

