Il mercato giapponese, a differenza di altri, non ha ancora raggiunto i massimi toccati nel 1989. Come lo spiega?

«Sono stupito del fatto che il Nikkei sia l’unico degli indici principali a essere sotto il suo massimo storico, mentre per gli altri mercati, nonostante le crisi passate, ciò non è avvenuto. Penso che questo listino, in un certo senso, sia stato ignorato: lo è stato dal punto di vista delle opportunità che può offrire e da quello di alcune sue aziende, che sono vere e proprie eccellenze. Ho incontrato alcuni investitori molto sofisticati, che investono in Giappone soprattutto attraverso Etf, con un limitatissimo numero di posizioni in titoli, tra cui il nome più ricorrente è Sony. Non ho nulla di personale nei confronti di questa società, ma, su 4 mila aziende giapponese quotate, mi sono chiesto come mai fosse il titolo ricorrente. Non sono state trovate altre realtà che potessero essere attraenti agli occhi di questi investitori globali? Sony è sicuramente un’incredibile società, ma non è l’unica in Giappone ad avere caratteristiche tali da diventare interessante per un portfolio manager. Ecco, io credo che ci siano diverse imprese giapponesi, veri e propri “gioielli”, la cui bellezza, come potenziale d’investimento, non sia stata ancora colta. Penso che la forza di questo mercato risieda proprio nella possibilità di trovare aziende poco conosciute o il cui modello di business non è stato approfondito, che meritano di essere guardate con attenzione. A sostegno di questa mia tesi, c’è poi un’altra considerazione, che penso debba valere per tutti i mercati: bisogna guardare alle opportunità che i gruppi quotati offrono, indipendentemente da una serie di fattori macroeconomici, politici o sociali, che hanno sì un peso, ma non sempre ponderabile nel momento in cui un titolo viene acquistato. Forse, da questo punto di vista, il Giappone è stato trascurato. Poi ci sono gli indici di mercato e, se si guarda il Nikkei 225, nonostante la sua composizione sia rivista nel tempo, ci si rende conto che al suo interno c’è ancora un peso elevato dei settori che rappresentano le “vecchie” industrie” (banche, società chimiche, costruzioni navali, immobiliare), molto più di quanto non succeda per gli indici dei mercati principali. Ci vorrà tempo prima che questo benchmark possa riflettere, al suo interno, il nuovo Giappone».
È un mercato che è sempre stato considerato ciclico, molto legato a quanto sta accadendo negli Usa. Ritiene che questo sia un approccio ancora valido?
«È un mercato vulnerabile ai tassi d’interesse, al mercato azionario e a quello obbligazionario americani, è sensibile all’andamento della politica domestica, ma penso che queste influenze stiano perdendo forza. Ciò avviene anche grazie al fatto che molte aziende giapponesi stanno trovando potenzialità di crescita al di fuori del loro paese ed è aumentato il loro legame con l’Asia, un’area in forte espansione da un punto di vista economico e demografico. Proprio queste ragioni spiegano la volontà degli stessi investitori giapponesi di comprare il mercato domestico. Ritengo che si tratti di un cambiamento di atteggiamento, rispetto al passato, molto positivo. Noi, come Comgest, non investiamo negli indici e, in senso stretto, neppure in Giappone, ma in aziende con un’esposizione globale che sono qui domiciliate e quotate. A dire la verità, nelle nostre scelte, decidiamo di investire in Asia e il Giappone è un’eccellente piattaforma per farlo, con titoli liquidi e quotati da tempo. Ci sono società che sono annoverate, nel loro campo e nelle loro specialità, tra le prime al mondo. In aggiunta, adottiamo un approccio attivo, perché siamo convinti che, così facendo, possiamo battere gli indici con cui ci misuriamo a livello globale. E devo dire che siamo riusciti nel nostro intento».
Dov’è “il bello” di investire in Giappone, se pensa che ce ne sia uno?
«Ci sono molte aziende giapponesi che possono definirsi leader in campo tecnologico che non sono così conosciute. Un esempio può essere Hamamatsu Photonics, fornitore esclusivo di componenti che vengono usati per le scansioni dei tumori e la tomografia computerizzata presso i maggiori produttori di strumenti per la diagnostica. È un’azienda che è gestita da tecnici, che amano il loro lavoro e che vogliono offrire risultati accurati, che si dedicano alla loro attività giorno e notte, ossessionati dalla qualità che i loro prodotti devono avere. Dominano il mondo, nel loro campo, ma non sono così famosi all’estero e neppure in Giappone. Ecco, per noi quella di Hamamatsu è una bella storia da seguire, un’azienda di famiglia, orgogliosa del ruolo che svolge e che vuole dialogare con gli azionisti di minoranza con grande rispetto, perché riconosce un allineamento di interessi. Inoltre, da un punto di vista valutativo, costa meno di altre società globali paragonabili, proprio perché non è così nota. E poi ci sono altre imprese che crediamo possano definirsi le Louis Vuitton o le L’Oreal” del Giappone e che hanno una forte presenza in Asia, come Kose, che ha sviluppato un mercato di nicchia nel campo della cosmesi per la cura della pelle. È un brand molto conosciuto nella regione, tanto che, prima della pandemia, c’erano turisti che venivano in Giappone per uno o due giorni appositamente per comperare questi cosmetici, particolarmente amati dalle donne asiatiche. Infine, c’è il settore dei servizi, da cui emerge, ad esempio, che i giapponesi hanno cambiato il loro stile di vita, un mutamento che ritengo sia iniziato dopo il terremoto e che ha visto la popolazione focalizzarsi meno sul lavoro e più sulla famiglia, sul tempo libero, memore forse del pericolo appena scampato. Una società che ha beneficiato di questo cambiamento di atteggiamento è Oriental Land Corporation (la Disneyland del Giappone), che ha visto crescere le sue attività negli ultimi 10 anni».
Il Giappone non può più essere considerato un leader tecnologico. È d’accordo con questa affermazione?
«Non proprio. Ci sono aree hi-tech dove il ruolo del Giappone rimane dominante: in alcuni ambiti della tecnologia medica e delle apparecchiature ottiche, nei materiali e attrezzature per semiconduttori. Ciò che si è visto, negli ultimi 20 anni, è stato sì la perdita di terreno di aziende del settore, ma erano perlopiù commodity e quest’ultimo è un aspetto di cui i giapponesi non si preoccupano».
Come trova le nuove aziende leader giapponesi?
«Parliamo con le aziende e cerchiamo di capire qual è il contesto in cui esse operano, chi sono i loro fornitori, chi sono gli altri attori che si muovono nello stesso ambito. Andiamo a cercare nuove idee e a capire come siano state sviluppate, a conoscere individualmente le aziende. Molta della ricerca che facciamo è legata alla conoscenza delle persone che guidano le imprese e a capire come si comportano, come agiscono. A volte ho l’impressione che ci si concentri troppo sui numeri, qual è il P/E, il Roe o l’Eps di un titolo, cercando di capire quale sarà la sua traiettoria futura. Ma se si incontrano le persone di un’azienda, si ha l’opportunità di capire molte cose, da come la società è gestita a quali sono gli obiettivi, quanto ragionevoli sono le scelte fatte nell’allocazione delle risorse, quale disponibilità c’è a discutere e a confrontarsi con gli azionisti. Molti dei nostri investimenti sono guidati da questa ricerca: trovare le persone di cui fidarsi per poi potere prendere le giuste decisioni, perché le persone sono più importanti dei numeri».
Negli ultimi anni c’è stato un miglioramento nella corporate governance giapponese. C’è ancora molta strada da fare?
«Ci sono stati miglioramenti visibili in tutta una serie di metriche del mercato: dai dividenti, al riacquisto di azioni proprie, dalla presenza di membri nel consiglio di amministrazione esterni alla Esg disclosure, sino ad arrivare all’aumento del numero di voti contrari durante le assemblee degli azionisti. Si tratta di una serie di segnali che indicano che la corporate governance in Giappone è cambiata, ma attenzione a distinguere tra le aziende che agiscono con serietà e convinzione e quelle che invece lo fanno solo a parole, perché sono molti anche i miglioramenti che sono puramente estetici».

