Il tema dei dazi sta creando tensione e incertezza sui mercati.
L’annuncio da parte dell’amministrazione Trump del 2 aprile ha causato uno shock sulle piazze finanziarie e anche la successiva moratoria di 90 giorni non è bastata a fare rientrare le preoccupazioni non solo degli investitori, ma soprattutto dei soggetti economici.
Sembra di essere di fronte a uno sconvolgimento dell’ordine mondiale in cui l’America ha un unico obiettivo: perseguire i propri interessi. Ora si apre un periodo di limbo per gran parte dei partner commerciali degli Stati Uniti, che saranno chiamati a un negoziato dagli esiti imprevedibili.
L’unico scontro frontale, senza sosta, sta avvenendo con la Repubblica Popolare Cinese, che ha risposto a muso duro a Trump.
La situazione
Per il momento, ma tutto può repentinamente cambiare, si è contenuto un cataclisma finanziario, ma è difficile pensare che la nuova politica americana non abbia impatti sull’andamento congiunturale del Pil: le aziende non stanno investendo e c’è il rischio che prezzi al consumo più alti possano convivere con un’economia più debole. Se ciò dovesse accadere, le ripercussioni sui consumatori americani non sarebbero certo trascurabili
I mercati odiano due cose più di ogni altra: le sorprese negative e il clima di incertezza.
I dazi di Trump
L’annuncio dei dazi generalizzati da parte di Donald Trump lo scorso 2 aprile, sospesi sette giorni dopo per tutti, a parte la tariffa base al 10% e la Cina, ha assunto i contorni di un’esplosione nucleare proprio per avere portato entrambi i fattori: uno shock inaspettato e uno scenario di caos di impossibile lettura, in un quadro già teso e caratterizzato da un indebolimento a livello macroeconomico.
Nel giro di quattro sedute, infatti, l’S&P 500 ha perso circa il 12% in un contesto di ultra-volatilità, per poi risalire di oltre il 9% dopo l’annuncio della moratoria, ma scendere di nuovo del 3,46% giovedì 10. Tutto ciò ha spinto brevemente il principale benchmark dell’azionario americano nel territorio del bear market. Può forse fare specie considerare ciò che è successo sui mercati finanziari nei primi giorni del secondo trimestre come un fulmine a ciel (molto relativamente) sereno, in quanto il protezionismo è sempre stato uno dei pilastri ideologici dell’attuale amministrazione.
Il consensus comune
Il consensus comune, però, era incentrato sul considerare il 47esimo presidente come una persona dallo stile decisamente controverso e sgradevole, ma comunque tesa a preservare a ogni costo la crescita degli Usa, corsi equity inclusi.
L’introduzione di una tariffa base del 10% su merci e servizi provenienti da tutte le nazioni del pianeta, cui si sono aggiunti altri dazi specifici per ogni singola economia, hanno invece restituito agli investitori l’immagine di una linea politica pronta a fare saltare l’ordine politico ed economico mondiale, per perseguire i propri scopi.
Il risultato è che, prima del dietrofront del 9 aprile, i supposti alleati dell’America come l’Ue (le cui esportazioni verrebbero tassate al 20%), la Corea del Sud (25%), Taiwan (32%) e il Vietnam (46%) si sono trovati da un giorno all’altro, hic stantibus rebus, a perdere de facto l’accesso al più ricco mercato a livello globale.

