a cura di Pinuccia Parini

Negli ultimi anni, in India, ci sono state riforme significative che hanno rivitalizzato l’attività economica del paese. Rajeev Radhakrishnan, cio fixed income, di Sbi Mf (joint venture tra State Bank of India e Amundi), illustra le prospettive future di una nazione giovane, dove l’aumento della classe media, il processo di urbanizzazione e la digitalizzazione sono driver di crescita.

Qual è lo stato di salute dell’economia indiana?

«In base alle proiezioni ufficiali del governo, il tasso di crescita del Pil dell’India per lo scorso anno fiscale è stimato intorno al 7% (scadenza dell’anno fiscale a marzo 2023), mentre, per quello in corso, è atteso al 6,5%. La nostre previsioni per il 2024 sono più caute: ci aspettiamo un aumento del Pil reale al 6%. L’India, con i suoi 1,4 miliardi di abitanti con un’età media di 28,2 anni, è un’economia di 3,5 trilioni di dollari e l’obiettivo è portarla a 5 trilioni entro il 2026: ciò comporterebbe un aumento della crescita annua composta reale del 6,5%, che rimane però ancora sotto il suo potenziale (circa il 7%). È il paese che sta registrando il tasso di incremento del Pil più elevato tra gli emergenti e tra i più alti a livello globale. Tuttavia, ciò che è importante comprendere, al di là delle cifre ufficiali, è il ruolo che hanno giocato le riforme strutturali nell’ottenere questi risultati. Infatti, va ricordato che, sino a non molti anni fa, l’India era molto carente in infrastrutture, soprattutto se paragonata alla Cina. La situazione è ora cambiata e i risultati ottenuti sono significativi: la rete stradale è raddoppiata negli ultimi otto anni, insieme alla capacità portuale e aeroportuale. Un ruolo importate, in questo senso, è stato ricoperto dal governo che ha finanziato, e continua a farlo, i progetti infrastrutturali».

Sono finanziamenti significativi?

«Si è passati da una percentuale intorno al 2-2,5% del Pil al previsto 4,5%, per l’anno fiscale in corso, di spesa per investimenti infrastrutturali che riguardano in particolare modo le strade, le ferrovie e i porti. In questi ultimi, insieme agli aeroporti, la presenza di public private partnership ha fornito un contributo importante allo sviluppo dei progetti. Sono stati quindi compiuti passi significativi nell’aumento della spesa pubblica, che hanno però bisogno di un continuo sostegno perché, se si fa un raffronto con la Cina, l’India ha ancora un ampio divario da colmare. La traiettoria delle riforme economiche in India è rimasta relativamente invariata nelle diverse fasi politiche. Allo stesso tempo, il ritmo di crescita delle infrastrutture, sia fisiche, sia digitali, è accelerato negli ultimi anni grazie a un consistente sforzo gestito dalla leadership politica del paese. L’India è una democrazia, un paese composto da stati, a capo dei quali ci sono governi regionali che decidono le politiche locali. Sebbene tocchi al governo centrale decidere le linee politiche guida, spetta poi a questi ultimi implementarle ed è questa la più grande differenza con la Cina: la capacità d’esecuzione è sempre stata la principale sfida, oltre che un rischio. I cavilli burocratici hanno a lungo ostacolato lo spazio delle riforme, creando veri e propri ostacoli non scevri da influenze di natura politica».

Come sono state superate queste barriere?

«Si nota una sana competizione tra gli stati per attirare gli investimenti. Grazie al loro atteggiamento proattivo, specialmente nella parte meridionale del paese, sono stati capaci di attrarre investimenti da molte multinazionali straniere. L’effetto è abbastanza evidente nell’ aumento degli Fdi (Foreign direct investment), che hanno raggiunto un ammontare netto medio di 42 miliardi di dollari negli ultimi anni. Ciò è stato possibile grazie alle riforme del mercato del lavoro, di competenza regionale, che hanno introdotto maggiore flessibilità, e a una revisione della regolamentazione per l’acquisto dei terreni, che è stata semplificata dalle precedenti procedure burocratiche. Si è così creata una competizione tra i diversi stati che ha migliorato il tessuto economico e ha sollecitato l’interesse di diverse società estere a realizzare in loco impianti di produzione e ad aprire nuove attività. Pensiamo che questi cambiamenti favoriscano l’ulteriore incremento degli Fdi, che potrebbero ricevere un forte stimolo dalla volontà del governo di aumentare nel paese il settore manifatturiero, beneficiando anche del trend in corso di disinvestimento dalla Cina e di ricollocazione (China Plus One) degli impianti produttivi nella regione». 

Qual è il peso attuale del settore manifatturiero sul Pil?

«Attualmente è il 16% e l’obiettivo è raggiungere il 25%. Le ragioni alla base di questa politica sono la volontà di attrarre grandi investimenti e di creare molti posti di lavoro. Il settore principale che fa da traino all’economica indiana è quello dei servizi, che pesano per circa il 60% del Pil, seguiti dall’agricoltura (16%). Promuovere il settore manifatturiero significa ribilanciare l’economia e offrire un altro driver di crescita al paese. Ciò che il governo ha fatto, per raggiungere questo target, è stato promuovere alcuni schemi riuniti nel Production linked incentive (Pli)».

Che cos’è il Pli?

«È un programma di incentivi legati alla produzione introdotto per la prima volta nel marzo 2020 nel settore dell’elettronica mobile. Il successo dell’iniziativa ha indotto il governo a estendere lo schema ad altri segmenti manifatturieri e nel novembre 2020 sono stati aggiunti altri 12 comparti, portando il totale a 14 settori (elettronica, semiconduttori, farmaceutico sono i principali). Secondo l’Economic Survey of India del gennaio 2023, fino all’anno fiscale ‘22 sono stati effettuati investimenti per 6 miliardi di dollari. L’importo totale di quelli programmati dal Pli nei prossimi 10 anni è di circa 65 miliardi di dollari, pari al 18% della spesa annuale in conto capitale delle imprese. La maggior parte di questi investimenti è prevista per il periodo 2023-2025 e comporta sussidi per circa 33 miliardi di dollari (1% del Pil per l’anno fiscale 2023) distribuiti nei prossimi anni. Tra i diversi settori che sono stati oggetto del Pli, ve ne sono alcuni considerati strategici nel lungo periodo, come quello delle rinnovabili, visto il programma che il Paese si è dato per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione e per diventare meno dipendente dalla Cina, dalla quale importa la maggior parte dei pannelli solari. Sono ambiziosi anche i piani legati alla telefonia mobile: nell’arco di tre anni la produzione di telefonini Apple in India è passata da zero al 5% e crediamo che l’obiettivo sia di raggiungere il 25% dell’output totale. Il Pli segna una svolta significativa rispetto al passato perché, a differenza dei precedenti schemi, non favorisce tutte le aziende di ogni settore, ma fornisce a imprese selezionate un incentivo per incrementare le attività produttive».

Perché un’azienda straniera dovrebbe insediarsi in India?

«Il costo del lavoro è competitivo, se ad esempio lo si rapporta a quello della Cina. Inoltre, l’India ha un ampio bacino di forza lavoro tecnicamente qualificata, di cui il settore dei servizi ha storicamente beneficiato. Infine, il governo è riuscito a realizzare il giusto ecosistema grazie a piani di incentivazione efficaci, creando così un vantaggioso entroterra per le imprese in un paese dove la potenzialità di crescita dei consumi è elevata».

Sono state adottate misure anche per il settore agricolo?

«Penso che sia una sfida che il governo dovrebbe decidere di raccogliere, visto che impiega oltre il 45% della forza lavoro, ma il vero problema è come aumentarne la produttività. C’è una serie di iniziative legate all’utilizzo della tecnologia in ambito agricolo, per sostenere l’attività degli addetti al lavoro, che hanno dato vita a numerose agri-fintech negli ultimi anni».

Il comparto dei servizi continua ad andare a gonfie vele?

«Sta andando molto bene e, ormai, si prende cura di sé ed è cresciuto senza alcuna interferenza del governo, pur avendo goduto, a suo tempo, di benefici fiscali per le imprese che esportavano. Le società che vi appartengono sono competitive a livello globale e possono vantare margini operativi superiori al 30%. Anche in questo caso ci sono alcuni cambiamenti e sono legati alla parte dei servizi di più alto livello, come quelli per i grandi istituti finanziari, con la creazione dei global capability centre (Gcc), che si occupano di back office, contabilità, ricerca e sviluppo. È un segmento che cresce del 25% annuo, una percentuale decisamente inattesa, e solo lo scorso anno sono stati creati ben 62 nuovi Gcc. Le esportazioni nette del settore dei servizi generano un surplus mensile di 12 miliardi di dollari, rispetto a un disavanzo commerciale del paese che è tra i 15 e i 20 miliardi, contribuendo così a ridurre il disavanzo delle partite correnti del paese».

Ci sono state revisioni del sistema fiscale. Quali sono stati gli impatti?

«C’è stato un significativo aumento del gettito fiscale lordo che ha raggiunto il 18% del Pil, nonostante una riduzione del 10% dell’aliquota fiscale sulle società nel 2019, nonché un calo del 3% dell’aliquota media sulle imposte indirette su beni e servizi (Goods and services tax). Per colmare le lacune del sistema fiscale indiano e garantire una migliore conformità, il governo ha integrato il database per le riscossioni di imposte dirette e indirette nel corso degli anni. Inoltre, le identità biometriche e i conti bancari hanno aiutato il governo a indirizzare meglio i benefici di un’ampia gamma di misure di welfare e a contrastare la corruzione. Nei prossimi due anni, il rapporto tasse/Pil dell’India potrebbe aumentare dell’1-2%; se incanalato verso partenariati pubblici e privati, ciò potrebbe stimolare gli investimenti in infrastrutture, al netto dei cambiamenti politici e delle strozzature normative».

Quanto ha pesato la stabilità politica nel paese?

«Ha dato continuità al processo di riforme. Di recente, sono stati sollevati alcuni interrogativi sull’esito di un’elezione regionale e sul suo impatto sulle elezioni generali per il governo nazionale nel 2024. Il caso del gruppo Adani ha gettato ombre sui problemi di governance delle aziende indiane. Detto ciò, guardando alle elezioni del 2024, il premier in carica Narendra Modi, continua a mantenere un’elevata popolarità. Inoltre, l’opposizione appare frammentata. Tuttavia, non si prevede che i cambiamenti politici influiscano sulla direzione delle riforme economiche».

Quali sono le opportunità che l’India offre agli investitori esteri? 

«Esistono diverse opportunità per coloro che vogliono avere un’esposizione all’India. Il reddito fisso è interessante, sia in termini relativi, sia assoluti, e offre visibilità su rendimenti reali attraenti. Inoltre, il mercato indiano dei green bond è in rapida crescita e coinvolge organizzazioni del settore pubblico, banche commerciali, statali e non, e imprese. Il mercato azionario presenta prospettive attraenti nel lungo periodo, nonostante tratti storicamente a premio in termini di multipli rispetto ai peer. Il ciclo degli utili aziendali ha beneficiato del miglioramento dei bilanci bancari, della solidità di quelli aziendali, delle strutture di costi più snelle, delle riforme fiscali e degli incentivi legati alla produzione».

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