L’aumento dei tassi reali Usa penalizzerà i Tips. Situazione più favorevole per i titoli indicizzati europei. Intervista a Maurizio Sansone, responsabile fondi in titoli di BCC Risparmio&Previdenza
![]()
La storia ci insegna che il prezzo dell’oro è ben correlato con l’aumento dell’inflazione. Tuttavia, fino a questo momento il metallo giallo non sembra aver tratto grande vantaggio dalla risalita dell’inflazione. L’oro sarà ancora in grado di tutelare il portafoglio dall’inflazione?
Va premesso che anche altri fattori hanno influito, negli ultimi anni, sul prezzo dell’oro, tra questi, le periodiche fasi di instabilità finanziaria che hanno dato valore all’oro come bene rifugio, e la gestione delle riserve da parte delle banche centrali. Tuttavia, il fattore rilevante appare legato alle aspettative sui tassi reali (ovvero i tassi nominali al netto delle aspettative d’inflazione), in particolare quelli USA: tassi reali bassi e negativi sono stimolativi per l’inflazione e aumentano il valore dell’oro rispetto a potenziali fasi inflazionistiche.
Alternativamente, un basso livello dei tassi reali riduce il costo opportunità di detenere oro, favorendone l’apprezzamento. La fase attuale vede inflazione realizzata in aumento, ma il mercato, in questo supportato dalle recenti dichiarazioni della Fed, vede un rischio inflazione in via di stabilizzazione, questo spiegherebbe le difficoltà dell’oro ad apprezzarsi in questa fase.
In prospettiva, un aumento dei tassi reali legato alla normalizzazione del ciclo economico, potrebbe pesare sul prezzo dell’oro, ma molto dipenderà da come reagiranno gli altri asset finanziari: se dovesse aumentare l’instabilità finanziaria l’oro potrebbe comunque trarne beneficio.

Gli inflation linked bond hanno tratto beneficio da un contesto caratterizzato da tassi bassi e inflazione al rialzo. Alle attuali quotazioni credete che possano ancora offrire una tutela dall’aumento dei prezzi di beni e servizi?
Le attuali spinte inflattive derivano dai colli di bottiglia generati dalla forte accelerazione della domanda dopo gli stimoli monetari e fiscali dovuti alla pandemia, con un’offerta che in molti casi rimane insufficiente non solo a causa delle difficoltà logistiche dovute alla pandemia stessa, ma anche a causa di alcune politiche economiche (ad es., le politiche commerciali hanno acuito il problema dell’approvigionamento di semiconduttori, le politiche di transizione energetica hanno disincentivato l’aumento della capacità produttiva delle fonti energetiche tradizionali).
Una persistenza di tali effetti appare al momento più probabile sull’economia USA, a causa di un mercato del lavoro in forte miglioramento, con prime evidenze di pressioni sui salari, mentre appare meno probabile in Eurozona. Paradossalmente questo penalizza i titoli indicizzati all’inflazione USA, i cui rendimenti reali sono più soggetti ad aumentare a causa del recente orientamento Fed, che va verso una riduzione degli stimoli monetari, mentre potrebbe continuare a supportare i titoli indicizzati Area Euro, in cui l’inflazione attesa è ancora distante dal target della BCE, con quest’ultima che dovrebbe mantenere condizioni espansive per un periodo più lungo.

