Che cosa significhi investire in un contesto in cui i tassi di interesse stanno aumentando è una domanda che gli investitori si stanno ponendo per decidere come allocare i propri portafogli. Fond&Sicav lo ha chiesto a Raphael Thuin, head of capital markets strategies di Tikehau Capital.

Gli investitori stanno tenendo in debita considerazione il deterioramento dei conti pubblici e quanto questi impatti sulle loro decisioni?

«In Tikehau Capital riteniamo che i mercati si stiano concentrando sempre più su problemi strutturali legati al disavanzo di bilancio, al debito pubblico e all’inflazione. Sono questi alcuni dei fattori che hanno contribuito al rialzo dei tassi d’interesse a lungo termine, richiamando l’attenzione degli operatori di mercato, concentrati da mesi sui temi legati all’intelligenza artificiale. I deficit stanno aumentando a livello globale: dalla pandemia il debito è parzialmente passato dalle mani dei privati a quelle degli stati. La volontà politica di diminuire la spesa pubblica in materia di welfare sociale, pensionamento e previdenza appare limitata. Contestualmente è in atto un mega ciclo di investimenti, probabilmente indirizzato a soddisfare esigenze sostanziali, che caratterizzerà i prossimi anni o, addirittura, i decenni futuri.  Abbiamo utilizzato il termine “4D” per indicare gli ambiti di riferimento: difesa & sovranità, digitalizzazione, decarbonizzazione e deglobalizzazione. Questi fattori potrebbero continuare a porre pressione sulle finanze pubbliche, con poche evidenze di un’imminente flessione o cambiamento di traiettoria. E a tutto ciò si aggiunge un’inflazione più elevata che potrebbe essere diventata la “new normal” del mondo post pandemia, ma i mercati fanno ancora fatica ad adattarsi, nonostante ci siano ragioni strutturali che spiegano il fenomeno: costi di produzione più elevati, riconfigurazione e riallocazione delle catene di fornitura, riscaldamento globale, crisi energetica, demografia e deglobalizzazione».

Ma come giudica il livello attuale dei tassi d’interesse?

«Se si fa un raffronto con il passato, ad eccezione degli anni ‘10, caratterizzati dall’iperattività delle banche centrali e dalla repressione finanziaria, non pensiamo che i tassi di interesse siano necessariamente elevati e riteniamo che potrebbe esserci spazio perché salgano ulteriormente. Per un’economia come quella americana, con una crescita del Pil reale del 2-3% e un tasso di inflazione che si stabilizza intorno al 2,5–3%, non sarebbe incompatibile avere tassi più elevati. Per tradurre questo concetto empiricamente, pensiamo si possa affermare che storicamente il rendimento nominale del Treasury Us tende a seguire la crescita del Pil nominale. Ciò significa che nel mercato è potenzialmente in corso un aggiustamento che può essere costoso e generare volatilità».

Come frequentemente si sente dire, il superamento della soglia del 5% del titolo governativo a 10 anni americano è veramente un segnale di allarme per l’asset class azionaria?

«È una soglia più che altro psicologica e, quando il mercato l’ha toccata o superata, abbiamo visto gli investitori diventare più cauti: una reazione comprensibile poiché tassi più elevati producono pressione sulle valutazioni dei titoli azionari. È il caso dell’analisi “discounted cash flow” attraverso la quale il valore di un’azienda viene determinato sulla base del valore attuale dei flussi di cassa che l’impresa si presume possa generare negli esercizi futuri: a parità di altre condizioni, se i tassi salgono si riduce il valore attuale di un’azienda. Tuttavia, a nostro avviso, non è solo quanto i tassi possono salire, ma la velocità con cui ciò può accadere: più rapidamente aumenta il costo del denaro, più negativa potrebbe essere la performance delle azioni, perché potrebbe essere lasciato meno tempo al sistema di riadattarsi al nuovo contesto».

 

continua a leggere