a cura di Pinuccia Parini
Intervista a Howard Wang, Portfolio Manager e Head of the Greater China team, Emerging Markets Asia Pacific Equities team di J.P. Morgan Asset Management
Gli investitori esteri continuano a non considerare il mercato cinese. Quali sono secondo lei le ragioni?
«Pensiamo che ci siano diverse motivazioni. Innanzitutto, ci sono stati gli interventi di vari regolatori nei settori del web e dell’educazione che hanno fatto sì che gli investitori perdessero la fiducia nei confronti dell’esecutivo. In secondo luogo, dal 2020, sono state introdotte misure per sgonfiare la bolla immobiliare, che sono state dolorose e hanno provocato più acredine di quanto fosse atteso. A causa di ciò, si sono generate dinamiche deflazionistiche sul mercato che hanno creato preoccupazione tra i consumatori e gli investitori. Il real estate, che è stato il motore principale dell’economia cinese negli anni precedenti, ora è in territorio profondamente negativo. La terza ragione è di natura geopolitica: la critica evoluzione dei rapporti tra Pechino e Washington, con l’introduzione di una serie di sanzioni, ha creato ulteriore disinteresse da parte degli operatori occidentali e giapponesi verso la piazza finanziaria del Dragone».
Xi Jinping ha incontrato, di recente, alcuni tra i maggiori leader delle aziende private del Paese. È un segnale di cambiamento?
«Riteniamo che sia un fatto particolarmente positivo, ma lo leggerei come il risultato di una decisione riluttante: Xi Jinping ha dovuto cambiare il proprio atteggiamento nei confronti di queste imprese. Le ragioni risiedono nel fatto che il presidente avrebbe preferito che fossero le aziende a partecipazione pubblica, le Soe, a trainare l’economia attraverso l’innovazione, l’ingegneria e l’eccellenza. Ma ciò non è accaduto ed è un fatto assodato che, storicamente, sono state le società private ad essere il motore della crescita e ad avere contribuito in modo significativo al mercato del lavoro. Il modello di sviluppo statale che si è voluto instaurare dal 2021 al 2023, con al centro le Soe, non ha funzionato come il governo avrebbe voluto. Riteniamo che alcuni segnali di cambiamento abbiano iniziato a emergere già alla fine de 2023, quando il regolatore che aveva proposto provvedimenti severi sulla monetizzazione dei videogiochi venne rimosso. È stato un cambio di passo che adesso sta subendo un’accelerazione, perché c’è bisogno dell’impresa privata per stabilizzare la crescita economica».
Pensa che la Cina stimolerà con più forza la propria economia, anche in risposta alle misure più severe che gli Stati Uniti potrebbero adottare?
«Xi Jinping vuole fornire stimoli al settore manifatturiero, soprattutto a comparti come i veicoli elettrici e i pannelli solari, dove il Paese ha raggiunto una posizione dominante. Tuttavia, non ha la stessa attitudine nei confronti del welfare, nel fare trasferimenti diretti o incentivare l’immobiliare. Lo scorso ottobre, però, la People Bank of China e il governo hanno iniziato a discutere come stabilizzare il mercato del real estate e sostenere i consumatori; così è accaduto che alcune misure sono state adottate, nonostante Xi Jinping non fosse incline a farlo. Quindi, se gli Usa colpissero il Paese con misure commerciali, assisteremmo a ulteriori stimoli, in aggiunta a quelli attuali».
Ma tutto ciò non basta per recuperare la fiducia dei consumatori…
«Ci sono diversi modi per ottenere questo risultato. Il primo è comportarsi come hanno fatto le economie occidentali durante il Covid-19 o la Grande crisi finanziaria, quando sono stati fatti trasferimenti di denaro direttamente alle persone. Ma questo approccio non è nelle corde della leadership cinese per una serie di motivazioni filosofiche (non si vuole che le persone si adagino), ma anche pratiche (la popolazione è numerosa e non c’è un adeguato censimento). Di conseguenza, o il governo si troverà costretto a decidere per un consistente piano di stimolo o lascerà che l’economia ritrovi il proprio equilibrio e i consumatori riguadagnino fiducia. In concreto, il mercato immobiliare dovrà trovare un livello di assestamento e le persone beneficeranno, come è successo nel 2024, dei rally dei mercati finanziari. Crediamo che le autorità decideranno per questa seconda opzione».
“Made in China 2025” è stato lanciato 10 anni fa. È stato un piano di successo ignorato dal mondo occidentale?
«È stato un obiettivo raggiunto, ma costoso, e crediamo che il mondo occidentale ne sia pienamente consapevole. Basterebbe, infatti, considerare tutta la catena di fornitura dei pannelli solari: i target sono stati centrati, ma grazie ai sussidi governativi. Inoltre, si è generato un eccesso di offerta e molte aziende coinvolte stanno perdendo soldi, così come è riflesso nelle loro performance di borsa negative. Lo stesso commento è valido anche per il comparto dei veicoli elettrici».
Ma la Cina non è la sola a elargire sussidi…
«Taiwan ha sussidiato parecchio il settore dei semiconduttori, insieme a quello chimico, ma sino a un certo punto; poi le aziende hanno dovuto diventare autonome e camminare sulle proprie gambe. In Cina questo passaggio non c’è stato. Inoltre, gli ambiti di mercato in cui il Paese ha acquisito una leadership mondiale realizzano prodotti che non sono così complessi da realizzare».
Crede che il mondo abbia bisogno di pannelli solari e di auto elettriche?
«Se guardiamo agli Stati Uniti, considerando l’attuale amministrazione, non pensiamo che ritengano questi prodotti così fondamentali o siano preoccupati del monopolio cinese, neppure da un punto di vista tecnologico. La questione è diversa, però, se si parla di semiconduttori, ma in tale ambito la Cina non ha prodotto risultati eccezionali. Non crediamo che i pannelli solari e gli Ev bastino a definire la Cina una superpotenza».
E il caso DeepSeek come si inserisce in questo contesto?
«Hanno raggiunto un risultato estremamente significativo e senza aiuti da parte del governo. Forse non è un caso che le società cinesi che hanno avuto le idee più brillanti appartengano al settore privato. Il livello di innovazione di DeepSeek mostra le elevate capacità che alcune imprese domestiche hanno. OpenAi è nata in un contesto regolamentare favorevole, poi, tutto a un tratto, dal nulla è comparsa questa azienda sconosciuta che ha ideato un modo migliore di operare con l’intelligenza artificiale. È stata una sorpresa che ha mostrato al mondo le capacità di un software intelligente capace di superare i limiti dell’hardware. I programmatori cinesi hanno alle loro spalle l’esperienza acquisita nel lavorare per le aziende It che si occupano di videogame, e-commerce: sono figure professionali capaci. DeepSeek, utilizzando una tecnologia di due generazioni precedenti, è stata in grado di replicare risultati inattesi».
Quindi dove investirebbe nel mercato azionario cinese?
«Il settore del software e dei servizi è estremamente appetibile. Dal 2021, i titoli It hanno subito un derating importante e le valutazioni sono oggi attrattive. Prendiamo il caso di Alibaba che, nonostante sia salita molto nel 2024 e abbia segnato una performance di oltre il 50% dall’inizio di quest’anno, tratta ancora a un P/E di 30, nel quale pesano le perdite della divisione cloud. Se si esclude questa parte di business, la componente e-commerce è valutata a una singola cifra. Inoltre, DeepSeek ha aperto nuove opportunità per le società di software, i cui progressi nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale andavano a rilento, per il più facile utilizzo dell’intelligenza artificiale sul Pc o sul telefono. Ci sono poi aree dell’hardware che sono interessanti, quali, ad esempio, i veicoli a guida autonoma, nei quali la Cina ha dimostrato di essere molto bene posizionata, sia nella produzione di chip, sia delle altre componenti legate all’auto».
E per quanto riguarda i consumi?
«I consumatori cinesi non spendono perché non hanno fiducia, nonostante le loro disponibilità finanziarie. Sono preoccupati per il futuro, per quanto è successo sul mercato immobiliare e per la demografia del Paese. Tuttavia, una forte ripresa dei titoli It potrebbe fare cambiare la loro inclinazione e riguadagnare fiducia. Le società tecnologiche potrebbero creare un terreno fertile per la nascita di startup e, di conseguenza, contribuire al mercato del lavoro, dove il livello di disoccupazione dei giovani è elevato. Ci aspettiamo una rivitalizzazione del mercato in questo ambito, con l’arrivo di capitali pronti a investire in nuove imprese in diversi settori: c’è abbondanza di talenti cui potere attingere a costi contenuti».
Quindi è positivo sul mercato cinese?
«Lo scetticismo degli investitori è così elevato che pensiamo sia difficile che peggiori ulteriormente. Riteniamo che se DeepSeek sarà il catalizzatore di un cambiamento, gli sviluppi futuri porteranno con sé una nuova ondata di innovazioni guidata dalle aziende che erano tra le preferite nel 2020».

