a cura di Pinuccia Parini

L’adattamento alle nuove condizioni imposte dal cambiamento climatico è, secondo Jennifer Wu, global head of sustainable investing di JP Morgan Asset Management, uno dei campi più importanti nei quali impegnarsi da subito. E il ruolo degli investitori è sempre più fondamentale.

Il World Economic Forum (Wef) ha dichiarato che i rischi per i prossimi 10 anni dipenderanno dalla capacità di adottare adeguate misure di mitigazione e adattamento. Che cosa ne pensa?

«Concordo pienamente con il commento del Wef, secondo il quale il cambiamento climatico è tra i rischi maggiori che il mondo dovrà affrontare nei prossimi 10 anni. Ciò comporta trovare modalità di mitigazione e adattamento rispetto all’evoluzione in corso. In particolare, l’adattamento presuppone la necessità di comprendere le ricadute provocate dal cambiamento climatico e di identificare le strategie per poterlo affrontare. Come decarbonizzare l’economia, accettare la nuova realtà e cambiare, di conseguenza, i nostri comportamenti, le modalità di produrre e di fare business sono decisioni ormai improrogabili. Non farlo comporta rischi notevoli e ciò vale anche nell’ambito degli investimenti».

Potrebbe elaborare quest’ultima considerazione?

«I rischi che preoccupano maggiormente gli investitori sono quelli che non sono prevedibili e non sono gestibili, così come avviene nel caso dei fenomeni atmosferici estremi: è difficile ipotizzare quando e come questi ultimi possano manifestarsi e con quali conseguenze sul portafoglio. Infatti, non è possibile considerarli come un qualsiasi altro rischio da cui, una volta identificato, si può disinvestire, perché non è materialmente fattibile. Per rendere più resiliente un portafoglio è quindi importante prendere in considerazione il rischio climatico e le sue conseguenze per gli impatti negativi che possono essere causati alle infrastrutture, al benessere umano e all’ecosistema».

A che cosa ascriverebbe una maggiore sensibilità nei confronti di questi problemi?

«Penso che le dimensioni dei recenti fenomeni climatici estremi abbiano risvegliato le coscienze e la consapevolezza che gli impatti causati dalla siccità non riguardano singoli settori o comparti, ma una sfera più ampia di aree e soggetti direttamente o indirettamente coinvolti. Si tratta di fenomeni non facilmente circoscrivibili. Inoltre, credo che ci siano anche più dati a disposizione che aiutano a comprendere quanto si è esposti a questa tipologia di eventi, grazie anche a una migliore divulgazione delle informazioni da parte delle aziende che permettono agli investitori di capire meglio a quali rischi sono potenzialmente esposti». 

Qual è la differenza tra mitigazione e adattamento?

«Sono le due facce di una stessa medaglia. La mitigazione comporta una riduzione e una rimozione (gas serra), la cui finalità è rallentare il surriscaldamento globale. In altre parole, si fa in modo che il surriscaldamento globale non peggiori. L’adattamento è il riconoscimento di vivere in un’era di eventi climatici estremi, dei quali bisogna essere consapevoli, e di dovere cambiare il proprio comportamento per essere pronti ad affrontarli e ad adattarsi a un mondo diverso. Dal punto di vista di un asset manager, essere preparati significa comprendere quali sono i rischi potenziali dei propri investimenti considerandone l’esposizione agli eventi atmosferici, sia in base alla locazione geografica, sia alla tipologia di asset (immobili, infrastrutture). Le opportunità di adattamento, che si possono trovare a livello globale in tutti i settori e i mercati, possono aiutare il mondo a costruire la resilienza necessaria per resistere ai peggiori impatti del riscaldamento globale, e, contestualmente, offrire agli investitori interessanti opportunità d’investimento a lungo termine. Certo, tutto ciò è difficile da misurare, così come l’imprevedibilità del rischio climatico, ma ciò non deve essere una scusa per ignorare il tema. L’adattamento è la consapevolezza che il problema esiste ed è necessario essere pronti per sapere come affrontare gli eventi futuri».

Sia nel caso della mitigazione, sia in quello dell’adattamento, pesa maggiormente il ruolo del governo o quello dei cittadini?

«Penso che il peso sia equivalente. In generale, non ritengo che vi sia sufficiente comprensione di che cosa sia e che cosa comporti l’adattamento, sia da parte dei policy maker, ma neppure da parte degli stessi investitori. Sono state adottate diverse misure per la mitigazione del clima (Net zero industrial act negli Usa) e credo che sia giunto il momento che il settore privato, il mercato dei capitali e i singoli individui agiscano per accelerare la transizione. L’adattamento, invece, richiede tempo, affinché si possa realizzare, e comporta uno sforzo corale insieme a politiche omnicomprensive. Ci sono fenomeni atmosferici che, oltre ad avere un impatto su determinate aree e industrie, rendono necessari profondi cambiamenti sulla distribuzione della forza lavoro, che comportano la necessità di dovere ricollocare una parte della mano d’opera a causa di un’inondazione o della siccità. Occorrono, perciò, diverse risposte che coinvolgano più soggetti e che inducano ripensamenti profondi per la realizzazione di nuovi tessuti produttivi. In qualità di investitori, è fondamentale essere al passo con dati scientifici aggiornati, comprendere i rischi e le misure che i decisori politici intendono adottare».

Perché è importante investire nell’adattamento?

«Perché permette di godere di un triplo dividendo. Innanzitutto, consente di evitare le perdite cui si andrebbe incontro se non si adottassero determinate misure e che potrebbero danneggiare un asset. In secondo luogo, offre maggiori vantaggi economici, creando, ad esempio, nuovi posti di lavoro in alcuni settori o infrastrutture resilienti. Infine, produce benefici sociali e ambientali. I vantaggi di investire nell’adattamento sono quindi tangibili e lo diventeranno sempre di più proprio a causa dei danni provocati dal cambiamento climatico, a causa del quale muteranno anche le tipologie e le modalità dei servizi offerti dalle aziende. Per citare un esempio, alcune società di riassicurazione non offriranno più coperture in alcune aree del mondo soggette a frequenti inondazioni».

Come si investe nell’adattamento?

«Evidenzierei tre tipi di modalità. La prima riguarda l’identificazione di aziende che stanno investendo nell’adattamento, ad esempio nelle infrastrutture, per contrastare gli effetti negativi del cambiamento climatico sulla loro attività. Basterebbe citare il caso di alcune utility in California che, per fare fronte ai frequenti e devastanti incendi incontrollati, hanno deciso di sotterrare i cavi per la trasmissione di elettricità per non creare blackout e adottato differenti modalità per identificare il fenomeno prima che si diffonda. La seconda riguarda quelle aziende che realizzano prodotti che facilitano l’adattamento, come nel caso dei sistemi di raffreddamento rispettosi dell’ambiente, o che aiutano altre imprese a essere resilienti. La terza categoria riguarda le società che possono sviluppare nuove tecnologie e soluzioni che permettano ad altre realtà produttive di svolgere la loro attività, ma in modo diverso e innovativo. È il caso dell’agricoltura di precisione, con un più efficace sistema di irrigazione, o dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale nelle attività minerarie, per ridurre gli scarti e facilitare l’attività di riciclo».

Quali sono i rischi nei quali si incorre se non si adottasse l’adattamento?

«Molti. Siamo in una fase in cui la comunità degli investitori sta iniziando a comprenderli. L’adattamento è difficile da misurare, così come l’imprevedibilità del rischio fisico climatico, ma ciò non deve essere una scusa per ignorare il tema. È un processo che è in corso e si avvale di dati che cominciano a essere disponibili: dalla localizzazione alla mappatura e alla tipologia di eventi climatici estremi associati a determinate aree geografiche. Secondo l’Adaptation Gap Report 2022, pubblicato in vista di Cop27, il fabbisogno annuale di adattamento è stimato tra 160 e 340 miliardi di dollari entro la fine del decennio e fino a 565 miliardi di dollari entro il 2050. Per i mercati in via di sviluppo, ad esempio, il costo totale dell’adattamento per un paese è da cinque a dieci volte superiore ai finanziamenti attualmente erogati. Ciò che viene chiamato “adaptation gap” è ancora ampio e deve essere colmato, perché i benefici che se ne possono trarre sono significativi (4:1 è il rapporto tra costi e benefici). Nel lungo periodo, la mitigazione fatta bene è la migliore forma di adattamento ed è giunto il momento per gli investitori di iniziare a pensarci».

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