In queste travagliate settimane, due sembrano le questioni che attanagliano particolarmente i pensieri dei policymaker e sempre di più della gente comune: l’andamento del mercato energetico e di quello dei prodotti alimentari.

I due appaiono indissolubilmente legati: in parte per l’importanza che la Russia detiene in entrambi, in parte per il fatto che i combustibili fossili rappresentano un input fondamentale nelle filiere agricole. Il rischio serio, ovviamente, è che la situazione esploda in quei paesi dove l’insicurezza alimentare è più pressante. Persino in Cina, ormai una super-potenza, le fluttuazioni delle derrate agricole influenzano in maniera più forte che in occidente l’andamento dell’inflazione locale, segno di un’economia a metà del guado fra ricchezza urbana e povertà rurale.

Nella realtà, un’ascesa incontrollata dei corsi dei prodotti agricoli può determinare una situazione di autentico sfacelo, tanto che chi si occupa di questa asset class ritiene oggi prudenziale mantenere esposizione soprattutto verso gli esportatori netti di materie prime.

Nel mezzo ci sta l’Europa, che si trova a sua volta in un equilibrio peculiare e precario. Essa, infatti, si configura come un’area economica ricca, ma incentrata soprattutto sulla trasformazione e l’offerta al mondo di beni e servizi molto sofisticati.

Tra questi ultimi, vanno annoverati i programmi e i piani più avanzati al mondo di transizione verso un modello economico più sostenibile. Finora, le attenzioni degli investitori si erano maggiormente concentrate sulla questione della sostituzione delle fonti di energia, ma in questo tremendo 2022 ci siamo svegliati con la consapevolezza che profondi cambiamenti dovranno avvenire anche a livello di agricoltura.

L’Europa, infatti, rischia di scivolare in uno scenario di sempre maggiore insicurezza, riassunto da Victoria Leggett, head of impact investing & portfolio manager di Union Bancaire privée: «Poiché la popolazione cresce a un tasso composto dello 0,8% (Cagr, secondo l’Ocse), nel 2050 sarà necessario almeno il 50% del cibo in più.  Allo stesso tempo, il cambiamento climatico potrebbe minacciare più del 30% dei quattro maggiori gruppi di colture (mais, riso, grano e soia). Il pericolo della carenza di cibo fa sì che di questo tema si occupi anche la politica: a livello geopolitico, l’esportazione delle commodity di base potrebbe essere utilizzata come un’arma. Cina e Giappone sono particolarmente in pericolo, ma anche India e Stati Uniti sono a rischio; il Canada se la cava relativamente bene, mentre l’Europa dipende molto dalle importazioni di prodotti agricoli dall’Ucraina e dalla Russia».

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