Venerdì 12 giugno è andata in onda la più grande offerta pubblica di acquisto della storia, SpaceX, ed Elon Musk è diventato il primo trilionario al mondo. La quotazione è avvenuta in una fase di mercato in cui si è assistito a una breve caccia al value, innescata dall’euforia post-tregua fra Usa e Iran, che ha riguardato soprattutto i titoli del software. Subito dopo, però, si è tornati al dominio del tema dei semiconduttori e dei gruppi esposti al capex dei data-center. In altre parole, la monomania legata all’intelligenza artificiale è tornata a essere protagonista, anche se i titoli coinvolti non sono stati scevri da volatilità. In questo contesto, le valutazioni di SpaceX si collocano perfettamente in un paradigma che sembra avere abbandonato la logica dei numeri.
Ciò che fa emergere diverse perplessità è se il mercato, ossessionato dall’idea di fare passare come infrastruttura per l’intelligenza artificiale qualsiasi cosa, abbia applicato questa stessa logica all’economia dello spazio per fare rientrare dalla finestra il leit motiv dominante e soprattutto per giustificare le valutazioni borsistiche
Venerdì 12 giugno è finalmente arrivato l’evento finanziario più atteso dell’anno: la quotazione di SpaceX al Nasdaq. Lo sbarco in borsa di una holding che controlla alcune delle società più di frontiera fra quelle create da Elon Musk ha rappresentato un passaggio probabilmente epocale per la storia dei mercati. Ciò per una serie di motivi che vanno oltre i numeri stessi dell’operazione, che, peraltro, sono piuttosto impressionanti: innanzitutto si tratta della più grande offerta pubblica di acquisto della storia, con 75 miliardi di dollari inizialmente proposti agli investitori, cui se ne sono aggiunti altri 11 di over-allotment.
Al prezzo fissato per l’Ipo, l’azienda mostrava una capitalizzazione complessiva intorno a 1,7 trilioni di dollari. Si tratta, dunque, di un nuovo membro del club dei 12 zeri, che al momento attuale conta 15 membri. Nei due giorni successivi, poi, le quotazioni sono salite ulteriormente in maniera robusta, portando il valore di mercato del gruppo sulla soglia dei 3 trilioni di dollari. Una somma monstre che significava la quarta posizione assoluta nel ranking dei titani dell’azionario Usa e globale, dietro solo a Nvidia, Apple e Alphabet e davanti a Microsoft e Amazon. A ciò si è affiancata l’ascesa incredibile della ricchezza dell’uomo più ricco della Terra, incoronato ufficialmente come il primo trilionario della storia umana. Una posizione poi persa a metà della quarta settimana di giugno, a causa di una serie di scivoloni dei corsi di SpaceX, culminati con un crash da 185 dollari a 154,60 nella seduta di lunedì 22 giugno.
Un groviglio di elementi
Fino a qui, comunque, siamo nel campo degli aspetti più visibili e mediatici della storia, che si sono sviluppati lungo un groviglio di elementi da serial hollywoodiano e di caratteristiche tipiche di un mercato ossessionato dal growth da ormai 15 anni. Il contesto in cui le azioni di SpaceX hanno finalmente cominciato a essere scambiate rappresenta, invece, l’aspetto più interessante del tutto, in quanto spia di flussi di liquidità che hanno cambiato ulteriormente pelle rispetto anche all’anno scorso. Nello specifico, la ripresa degli ultimi due mesi sembra per il momento avere sepolto le speranze di rotazione e di allargamento della crescita, alimentate, invece, nelle fasi finali del 2025. Ma, visto ciò che sta succedendo, conviene analizzare gli avvenimenti da aprile in poi su due segmenti che sono il simbolo dell’equity statunitense: il software e i microchip, con il primo dei due che sta vivendo un periodo molto difficile, a causa del rischio disruption legato all’intelligenza artificiale.
Se si osserva un qualsiasi benchmark di settore, ad esempio l’S&P Software & Services Select Index, si notano alcuni sviluppi decisamente interessanti. Innanzitutto, alla fine della terza settimana di giugno questo indice registrava un calo di circa l’11,5% per il 2026 e, sempre alla stessa data, i corsi si trovavano ancora in territorio di bear market rispetto ai massimi storici (registrati nel 2025), con ancora circa il 22% da recuperare.
Sinora peraltro siamo nell’ambito del fenomeno denominato SaaSpocalypse. L’aspetto veramente interessante, però, è quanto è accaduto negli ultimi tre mesi. A inizio aprile, infatti, questo nugolo di titoli ha toccato il minimo del proprio movimento per poi recuperare da quel punto quasi il 40% a inizio giugno. Da lì, nelle tre settimane successive, è iniziata una nuova fase di discesa che ha generato un declino superiore al 13%. In pratica, si è assistito a una breve caccia al value, innescata dall’euforia post-tregua fra Usa e Iran, che ha però ceduto il passo a un ritorno al dominio assoluto del tema dei semiconduttori e dei gruppi esposti al capex dei data-center.

