Paradossalmente è proprio nel mezzo della più grave crisi dalla grande depressione del 1929 a oggi, che l’Europa fissa i paletti della crescita sostenibile, interponendo quello che appare come un ulteriore ostacolo alla crescita.

Parlare di crisi può diventare rapidamente difficile, perché il termine stesso è polisemico: Krisis significa decisione e, di fatto, il rapporto prospettico “Kelony® Sharp Risk 2022-2023” evidenzia che le aziende che registrano la maggiore crescita, nonostante il periodo, sono quelle che si danno due regole:
1. intendere la crisi come la necessità di discernere;
2. fare le migliori scelte.
Si tratta di regole imprescindibili in un mondo in cui cambiano i paradigmi stessi che hanno guidato fin qui la civiltà occidentale. Le aziende e gli istituti finanziari che creano maggiormente valore puntano oggi a promuovere la continuità sociale, principale leva di fiducia per il mercato, mettendo il rischio di non conseguire questi obiettivi al centro del proprio processo decisionale.

L’IMPATTO DELL’URBANIZZAZIONE
L’ossessione generale per la performance economica e la crescita ha fatto svanire la nozione cruciale del capitalismo di costruire una società prospera che estende a tutti un’uguale opportunità di partecipare e prosperare. Siamo stati avviluppati nel vortice della crescita infinita a qualsiasi costo (il “whatever it takes”) e abbiamo trasformato il mondo secondo questa logica. Non potrà più essere così, almeno nella nostra parte di pianeta, anche se il modus operandi della crescita senza fine riguarda in realtà tutta la Terra. L’indicatore stesso di ciò che abbiamo sempre chiamato crescita, ci si ritorce oggi contro. Dimostrazione ne è, ad esempio, l’aumento della popolazione, che è quadruplicata raggiungendo la quota di quasi 8 miliardi in meno di un secolo, e in particolare la crescita delle città e il relativo esodo rurale. La metà della popolazione mondiale vive nelle città, con un trend in aumento. L’abbandono delle campagne per andare in città alla ricerca di maggiori opportunità è uno dei tre fattori che, se mantenuti talis qualis, possono indurre il declino definitivo della popolazione, che il rapporto prospettico “Kelony® Sharp Risk 2022-2023” prevede a breve (grafico 1).
L’urbanizzazione, fenomeno ben noto, ha sicuramente spinto il progresso economico di certe popolazioni e la “crisi delle crisi”, cioè il Covid, ha accelerato la comprensione profonda di quanto sia poco sostenibile. Come sempre, il problema sta nella rapidità e nella vastità del fenomeno che ha portato a un’urbanizzazione caratterizzata dall’incapacità delle infrastrutture di adeguarsi o di crescere con esse. Il sovraffollamento di certe aree urbane ha portato a problemi di inquinamento (grafico 5), di sicurezza, di logistica, di igiene, di salute fisica e mentale. La difficoltà di situarsi per sopravvivere e prosperare in città ha tagliato fuori alcune generazioni dall’accesso all’istruzione e alla digitalizzazione. Questi problemi di povertà urbana, carenze di igiene e interazione forzata con gli ecosistemi naturali, dovuta alla continua estensione urbanistica, hanno portato a conseguenze disastrose, di cui il Covid è solo una delle manifestazioni. Quindi, l’incolumità delle persone, sia dal punto di vista della salute fisica e psichica, sia da quello della sicurezza fisica e digitale, e i problemi delle infrastrutture e della mancanza di possibilità di accedere a uno stesso livello di istruzione saranno poi aggravati dai flussi migratori che andranno a peggiorare l’iper-popolamento delle città. Il contesto di abbandono e decimazione delle terre agricole, terribile conseguenza dell’urbanizzazione, porta a frammentare o a iper-concentrare la produzione di cibo, fenomeno che si sviluppa integrato al rischio interconnesso ai cambiamenti climatici, alle crisi alimentari, alle materie prime, alla loro lavorazione e ai trasporti.

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