a cura di Mark William Lowe

Più di 400 anni fa, il drammaturgo inglese William Shakespeare pose la domanda “cosa c’è in un nome?”. La famosa battuta, tratta da “Romeo e Giulietta”, mette in dubbio il significato dei nomi e suggerisce che sono irrilevanti e non sono altro che etichette per distinguere una persona o una cosa da altre.

Lo scorso maggio è avvenuto l’insediamento della neoeletta presidente nazionalista della Macedonia del Nord, Gordana Siljanovska-Davkova, un evento degno dei libri di storia, perché è la prima donna presidente in una società patriarcale non nota per la promozione del genere femminile nella vita politica. Purtroppo, questo avvenimento è stato oscurato dalla decisione della più alta carica dello stato di usare il termine “Macedonia” nel suo discorso di apertura, anziché il nuovo nome costituzionale di “Repubblica della Macedonia del Nord”. Quasi all’istante, l’ambasciatore di Atene a Skopje, Sophia Philippidou, ha abbandonato la cerimonia di inaugurazione per protesta.

Se il quesito di Shakespeare fosse riproposto nel caso di Skopje, la risposta potrebbe essere riassunta come la differenza tra sicurezza, prosperità e adesione all’Ue rispetto al ritorno ai tempi in cui il Paese era boicottato e non poteva godere di questi benefici. 

L’accordo di Prespa

A seguito di una lunga disputa tra Atene e Skopje, nel 2018 è stato negoziato e firmato l’accordo di Prespa. La Grecia ha bloccato l’adesione della Macedonia del Nord alla Ue e alla Nato per 27 anni, sin dall’indipendenza dell’allora Repubblica di Macedonia nel 1991. Atene sosteneva che, chiamandosi Macedonia, il suo vicino balcanico si stava appropriando della storia dell’antico regno ellenico che portava lo stesso nome. Per risolvere la questione, tra le numerose disposizioni dell’accordo di Prespa, vi era la clausola che l’appellativo ufficiale del Paese sarebbe stato “Repubblica di Macedonia del Nord” e che questa denominazione sarebbe stata utilizzata, sia all’interno, sia all’estero. Con lo storico accordo di Prespa, il nome e la costituzione del Paese sono stati modificati, consentendo alla Macedonia del Nord di entrare nella Nato nel 2020 e di avviare il processo di adesione all’Unione. Tuttavia, la procedura potrebbe ora essere a rischio. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha dichiarato che «affinché la Macedonia del Nord possa continuare il suo percorso di successo verso l’adesione all’Ue, è fondamentale che il Paese prosegua sulla strada delle riforme e del pieno rispetto degli accordi vincolanti, compreso quello di Prespa».

Nel frattempo, il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis ha affermato apertamente che il suo governo non chiederà la ratifica dei tre memorandum di cooperazione firmati con la Macedonia del Nord, finché Skopje non rispetterà pienamente l’accordo di Prespa. Con una minaccia tutt’altro che velata, poco dopo l’insediamento di Gordana Siljanovska-Davkova, Mitsotakis, ha asserito che «se alcuni credono di potere ignorare l’accordo, dovrebbero capire che la loro strada verso l’Europa rimarrà chiusa». In sostanza, il primo ministro greco minaccia di reimporre il veto sui negoziati di adesione alla Ue della Macedonia del Nord.

Stabilità regionale

Se da un lato Atene si oppone fermamente all’appropriazione da parte di Skopje di un nome greco e della storia dell’antico regno di Macedonia, dall’altro considera molto positivamente i vantaggi sociali ed economici che l’adesione all’Unione Europea porterebbe al suo vicino settentrionale. Ma non si tratta di altruismo: ciò che preoccupa maggiormente la Grecia è che le azioni della nuova leadership della Macedonia del Nord rischiano di destabilizzare la regione. Atene è consapevole che l’accordo di Prespa è di estrema importanza geopolitica, in quanto rappresenta una sicurezza per la Grecia e per l’intera regione tanto quanto per la Repubblica della Macedonia del Nord. In un recente articolo, Nikos Kotzias, ministro degli esteri greco al momento della firma dell’accordo di Prespa, ha dichiarato che l’accordo «contribuisce all’emancipazione di una regione tormentata dai vincoli della storia». Kotzias allude alla costante minaccia di coloro che aspirano alla creazione di una “Grande Albania” e di una “Grande Bulgaria”, realtà che richiederebbero la spartizione della Macedonia del Nord e, di conseguenza, creerebbero instabilità nella regione. Comprensibilmente, per evitare questa eventualità, la Grecia ha tutte le ragioni per desiderare la stabilità nella Repubblica della Macedonia del Nord. Anche l’Unione Europea è preoccupata per l’aggressiva posizione nazionalista del presidente e del primo ministro della Macedonia del Nord e teme che un’eventuale prosecuzione possa avere un impatto negativo o congelare il processo di adesione europea del Paese. Questi timori sono legittimi, poiché il rischio è di assistere alla creazione di un buco nero nel cuore dell’Europa sud-orientale.

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