I corsi positivi delle piazze finanziarie degli ultimi anni fanno inevitabilmente sorgere la domanda se gran parte degli attivi quotati scontino aspettative di crescita estremamente elevate. Fondi&Sicav ha chiesto a Sriram Reddy, partner and head of client portfolio management, discretionary di Man Group, se ciò è vero anche per il mercato del credito e quali siano le opportunità d’investimento per il 2026.

Alla fine di gennaio c’è stato un aggiustamento dei corsi di mercato che ha riguardato in particolare alcune materie prime, tra cui l’oro che il 31 gennaio ha perso il 9%. Una delle ipotesi è che ciò sia stato provocato dall’annuncio che Kevin Warsh è stato scelto come futuro governatore della Fed. Che cosa ne pensa?

«La volatilità che si manifesta sulle piazze finanziarie è strettamente legata all’alto livello delle valutazioni degli attivi, in particolare di quelli rischiosi, quali il credito e le azioni. Ciò significa che basta veramente un piccolo cambiamento per erodere la mitigazione del rischio  che il mercato può offrire: molte delle sue parti sono prezzate per la perfezione.  Bisogna quindi prestare molta attenzione perché si possono verificare situazioni che provocano inaspettatamente un’inversione nel trend delle quotazioni. Ma si tratta di fenomeni di “re-pricing” che storicamente avvengono».

Ha qualche aspettativa nei confronti di Kevin Warsh?

«In merito alla politica della Fed, crediamo che il nuovo governatore possa essere meno incline a utilizzare misure di politica monetaria non convenzionali come il Qe. Data anche qualche incertezza sul ritmo dei tagli dei tassi e sull’inflazione, restiamo cauti sulla parte lunga della curva e preferiamo opportunità con duration breve. Il nostro modus operandi consiste nel dare meno importanza alle decisioni su temi macroeconomici (ad esempio tassi/valute) e costruire portafogli che spaziano dai titoli investment grade, agli high yield e ai mercati emergenti, concentrandoci sulla selezione del credito».

Ma in quale parte del ciclo del credito siamo a questo punto?

«In passato si era abituati ad avere i cosiddetti cicli “boom and bust”, che coincidevano con l’andamento dell’economia che fluttuava tra periodi di rapida crescita, seguiti da un altrettanto forte declino. Questo modello comportamentale era più comune prima della crisi finanziaria globale, mentre negli ultimi 15 anni i cicli sono diventati più circoscrivibili a situazioni specifiche (ad esempio il Covid) o concentrati in determinati settori (quello energetico nel 2016) o alcune aree geografiche (Europa nel 2011 e Cina nel 2021/2022). Nel 2022 è stato l’immobiliare a essere più colpito dal rialzo dei tassi d’interesse, mentre attualmente sono i comparti ciclici (chimica, metalli e altri segmenti industriali ciclici) a risentire maggiormente del rallentamento della crescita e dell’eccesso di offerta delle esportazioni cinesi, che potrebbero danneggiare gli utili e quindi determinare un ampliamento degli spread creditizi. Se la crescita dovesse invertire la direzione, queste aree potrebbero essere oggetto di profonde correzioni».

 

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