La delusione maggiore in questo 2021 è arrivata dalla Cina, considerata all’inizio dell’anno l’economia più in forma del pianeta: aveva per prima sconfitto il Covid e, in anticipo rispetto a tutti gli altri paesi, aveva avviato una robusta ripresa. Nella realtà, i mercati hanno recepito tutt’altro mood e si sono focalizzati soprattutto sugli interventi legislativi del Partito comunista al potere, che hanno reso la vita difficile ad alcune delle aziende simbolo del Dragone. In alcuni casi, come l’istruzione privata, hanno addirittura annientato un’intera industria. Ma c’è anche chi sostiene che l’azione governativa sia stata benefica, perché sta mettendo ordine in un sistema ancora selvaggio e in ultima analisi a trarne vantaggio saranno gli stessi investitori
Agli albori di quest’anno il Far East costituiva l’area preferita dagli investitori in quasi tutte le asset class. Il rapido contenimento del Covid, la forte competitività tecnologica e politiche fiscali e monetarie che, per quanto lontane dallo sbraco occidentale, erano comunque tutt’altro che rigide sembravano offrire un quadro unico di possibili sovraperformance. Questo scenario era ancora più forte se si considerava anche il rapido tasso di accumulo della ricchezza privata da parte degli investitori locali, sempre più propensi a diversificare al di fuori di immobili e prodotti assicurativi vita, tradizionalmente i pilastri dell’allocation privata asiatica. Al centro del processo, ovviamente, non poteva che esserci la Cina, il cui modello tecno-autoritario indubbiamente ha mostrato non pochi punti di forza nella gestione della pandemia.
Così non è stato: un po’ tutti i mercati equity della regione e le rispettive divise hanno largamente sottoperformato, sia l’Europa, sia gli Stati Uniti. All’improvviso, infatti, quella che sembrava una situazione quasi trionfale per la Cina ha visto esplodere una serie di contraddizioni che stanno portando diversi osservatori persino a dubitare di potere continuare a investire sui mercati dei capitali locali. Un simile sviluppo sarebbe sembrato semplicemente fantascienza fino a pochi mesi fa, ma di recente Goldman Sachs in una nota ha usato proprio il termine «uninvestable» per definire una parte dell’azionario cinese.

