a cura di Pinuccia Parini

Lo scorso giugno il Pakistan ha raggiunto un accordo per un finanziamento a breve termine di 3 miliardi di dollari con il Fondo Monetario Internazionale (Fmi), dopo mesi di trattative non prive di tensioni. A metà luglio c’è stata l’approvazione definitiva. Il nuovo Stand-by Arrangement (Sba) ha la finalità di sostenere «gli sforzi immediati delle autorità per stabilizzare l’economia dai recenti shock esterni, preservare la stabilità macroeconomica e fornire un quadro per il finanziamento da parte di partner multilaterali e bilaterali. Inoltre, esso creerà spazio per la spesa sociale e per lo sviluppo attraverso una migliore mobilitazione delle entrate interne e un’attenta esecuzione della spesa, per contribuire a rispondere alle esigenze della popolazione pakistana». 

L’accordo fa seguito al completamento dell’Extended fund facility (Eff) del 2019, la cui erogazione di fondi si era interrotta per gli scontri tra Islamabad e il Fmi sulla politica economica. La svolta è stata possibile dopo la decisione del governo di aumentare le tasse nel budget 2024 (iniziato a luglio), ridurre i sussidi sull’energia e rimuovere una serie di restrizioni, sia sul mercato valutario, sia nell’ambito delle esportazioni. Dopo la ripresa dell’attività economica post pandemia, il Paese ha vissuto diverse turbolenze che hanno portato, come menziona la Banca Mondiale, ad aumentare gli squilibri economici e fiscali, il ritardo nel ritiro della politica accomodante e una serie di shock economici interni ed esterni. 

Inondazioni catastrofiche

Nell’estate del 2022, il Pakistan è stato sconvolto da inondazioni catastrofiche. L’autorità nazionale per la gestione dei disastri (Ndma) ha stimato che circa 33 milioni di persone, cioè una su sette, sono state colpite dalle inondazioni. Gli sfollati sono stati 8 milioni e i morti 1.700, mentre un numero ingente di case e di infrastrutture sono state devastate. Sono state toccate le aree più povere del paese. Le stime preliminari hanno suggerito che, come conseguenza diretta delle inondazioni, il tasso di povertà nazionale aumenterà di 3,7-4,0 punti percentuali, spingendo nella povertà tra gli 8,4 e i 9,1 milioni di persone. È previsto che i danni complessivi toccheranno 14,9 miliardi di dollari, le perdite totali arriveranno a 15,2 miliardi e il fabbisogno sarà di 16,3 miliardi. I settori che hanno subito i danni maggiori sono stati l’edilizia abitativa, l’agricoltura, che pesa per oltre il 22% sul Pil, l’alimentazione, l’allevamento e la pesca. La Banca Mondiale, al momento del disastro, aveva stimato una perdita di prodotto interno lordo (Pil), come impatto diretto delle inondazioni, di circa il 2,2% del Pil.

impennata delle commodity

Le pressioni sui prezzi interni, sui saldi esterni e fiscali, sul tasso di cambio e sulle riserve valutarie sono aumentate a causa dell’impennata delle materie prime, della stretta monetaria globale e dell’incertezza politica interna. Sulla base di quanto riportato dalla World Bank, «la fiducia e l’attività economica sono crollate a causa dei controlli sulle importazioni, della fissazione periodica del tasso di cambio, del declassamento del merito di credito e dell’incremento dei pagamenti degli interessi. Si stima che la povertà sia aumentata a causa del deterioramento dei salari e della qualità del lavoro, insieme all’alta inflazione che ha eroso il potere d’acquisto, soprattutto per i poveri».

Le inondazioni hanno causato ingenti danni alle colture e al bestiame, mentre le difficoltà nell’assicurare i fattori di produzione critici, compresi i fertilizzanti, hanno ulteriormente rallentato la crescita della produzione agricola, da cui dipende il 44% dei lavoratori poveri. «Le interruzioni della catena di approvvigionamento dovute alle restrizioni, alle importazioni e all’impatto delle inondazioni, gli alti costi del carburante e dei prestiti, l’incertezza politica e la debolezza della domanda hanno influito sull’attività del settore industriale e dei servizi e hanno frenato gli investimenti privati. Anche i consumi privati si sono ridotti a causa dell’indebolimento del mercato del lavoro e dell’aumento dell’inflazione. Ciò ha probabilmente ridotto i redditi da lavoro di milioni di lavoratori, soprattutto quelli che si sono spostati verso occupazioni informali a bassa produttività».

L’andamento del Pil

Sempre secondo la World Bank, l’approvazione dell’accordo Sba del Fmi nel luglio 2023 ha sbloccato nuovi finanziamenti esterni ed evitato una crisi della bilancia dei pagamenti, nonostante ritenga che le riserve rimarranno basse, rendendo necessari continui controlli sulle importazioni e limitando la ripresa economica. L’istituzione prevede che la crescita del Pil reale raggiunga solo l’1,7% nell’anno fiscale 2024 e il 2,3% nell’anno fiscale 2025. «Il settore agricolo dovrebbe riprendersi grazie all’aumento della produzione di importanti colture, tra le quali cotone e riso. Un marginale allentamento delle restrizioni alle importazioni dovrebbe sostenere una ripresa del settore industriale, in particolare di quello manifatturiero su larga scala. L’impatto del rafforzamento dei settori agricolo e industriale sosterrà il recupero dei servizi associati, tra i quali il commercio all’ingrosso e al dettaglio, il trasporto e il magazzinaggio. Tuttavia, l’inflazione elevata, dovuta all’aumento dei prezzi dell’energia interna e al continuo deprezzamento, probabilmente manterrà l’attività economica sotto tono. Il ritorno degli investimenti privati e delle esportazioni sarà marginale in assenza di riforme più ampie». 

L’instabilità politica

È indubbio che, per una ripresa più robusta, sarebbe auspicabile un ambizioso programma di riforme a medio termine, un risanamento dei conti pubblici e un miglioramento della competitività, tutti elementi che richiederebbero una leadership politica forte e concentrata su questi obiettivi. Tuttavia, al momento, la situazione presenta molte incertezze e potrebbe rischiare di generare ulteriore instabilità. I disordini politici hanno attraversato il Pakistan negli ultimi due anni, dopo la cacciata dell’ex primo ministro Imran Khan con una mozione di sfiducia nell’aprile 2022. L’allontanamento del premier non è però avvenuta senza contraccolpi e ha gettato il paese in un caos politico. Kahn, da noto giocatore di cricket, era diventato un politico carismatico. La sua promessa di cambiare il Pakistan aveva acceso gli animi della popolazione, insieme alla volontà di combattere la corruzione e la povertà e di risollevare l’economia. 

Ma, anche se ufficialmente negato, Khan era salito al potere grazie all’appoggio dei militari, che hanno sempre giocato un ruolo importante nella vita politica della nazione, ed è presumibilmente a causa loro che ne è stato estromesso. Come sostiene Nadeem Malik, dell’Università di Melbourne, la fine dell’esecutivo di Imran Khan «è solo l’ultima manifestazione del fallimento dei regimi ibridi in Pakistan, ibridi nel senso che dietro le quinte di ogni governo civile l’élite militare continua a gestire il paese». Se si guarda alla storia della nazione, costellata da colpi di stato e governi militari, appare evidente l’importante ruolo delle forze armate, sia nell’ambito della politica estera, sia in materia di sicurezza. 

un nuovo governo

A Khan è succeduto il leader della coalizione di opposizione, Shehbaz Sharif, che ha formato un nuovo governo il cui incarico doveva durare fino alle elezioni che erano previste per l’agosto 2023, ma che avranno probabilmente luogo nel 2024. Sharif, dopo avere assicurato il pacchetto d’aiuti del Fmi, ha dato le dimissioni e, a sorpresa, insieme al leader dell’opposizione, ha nominato primo ministro ad interim il senatore Anwaar-ul-Haq Kakar, seguendo la prassi che in Pakistan, una volta terminato il mandato di un governo, è necessario istituire un custode per supervisionare le prossime elezioni generali. La lettura che viene fatta della sua nomina è quella di un politico con stretti legami con l’esercito, la cui autorità era stata messa in discussione nei mesi precedenti. Nel frattempo, sono continuate le proteste nel paese, iniziate subito dopo la fine del gabinetto Khan e che hanno visto una forte repressione da parte dei militari, soprattutto dopo l’arresto dell’ex primo ministro accusato di corruzione.

Una situazione complessa

Secondo quanto riferito da alcuni media, il Fmi ha esaminato le complessità finanziarie del budget per lo sviluppo del paese. L’istituzione ha suggerito al governo provvisorio pakistano di stanziare fondi per i progetti in corso, soprattutto quelli in fase di completamento, invece di avviarne di nuovi. In precedenza, aveva rilevato la problematicità del debito del settore energetico e raccomandato all’esecutivo misure per affrontare la questione. A fine ottobre, il governo ha annunciato un forte aumento delle tariffe del gas naturale per la maggior parte delle famiglie e delle industrie. Quella fissa per il 57% dei consumatori domestici è stata aumentata a 400 rupie (1,42 dollari) al mese, da 10 rupie. La missione di revisione del Fmi è attualmente in Pakistan per completare il primo riesame del programma di prestiti da 3 miliardi di dollari e per valutare la possibilità di erogare la seconda tranche di 700 milioni di dollari entro la fine di dicembre 2023. La somma sarà elargita se le due parti riusciranno a raggiungere un accordo a livello di staff al termine dei colloqui.

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