Marzio Gussago, sales director di Pictet Asset Management, partecipa al Focus Trend. 

Con la pandemia alcuni cambiamenti strutturali già in corso hanno subito un’accelerazione. Nella precedente intervista lei ha parlato della rivoluzione digitale, ma ci sono altri ambiti che ritiene debbano essere presi in considerazione?

«La pandemia ha riportato prepotentemente l’attenzione sul tema della salute, ponendo un accento molto forte sul nostro stile di vita. Le persone sono ora molto più consapevoli dell’importanza che mantenere uno stile di vita sano riveste per la loro salute e sta prendendo quindi sempre più piede il cosiddetto modello dell’healthy living. Inevitabilmente, l’affermazione di questo trend passa anche per un’alimentazione più sana: la malnutrizione (sia l’eccesso, sia la scarsità di cibo) ha un impatto significativo sulla salute umana e, in generale, malattie come diabete, problemi cardiovascolari e tumori sono strettamente legate all’alimentazione. Produrre e consumare cibi più sani e nutrienti è un’esigenza non solo degli individui, ma anche dei governi. Con sistemi sanitari già in difficoltà e con una popolazione mondiale in costante crescita e sempre più vecchia, c’è infatti bisogno di preservare il più a lungo possibile la salute delle persone. Contemporaneamente, il nostro pianeta è sotto pressione a causa dei cambiamenti climatici e del sovrasfruttamento da parte dell’uomo: immense aree vengono trasformate in terreni agricoli o pascoli per l’allevamento, causando deforestazione, perdita di biodiversità, uso eccessivo di acqua e inquinamento derivante da fertilizzanti e pesticidi. Basti pensare che quasi un quinto della foresta amazzonica è andato perso dal 1970 a oggi e più dell’80% di questo decadimento è il risultato del disboscamento per l’allevamento del bestiame. Si tratta di un quadro generale che assume una connotazione ancora più negativa, se si considera che il 30% del cibo prodotto va sprecato ancora prima di arrivare nel piatto. La necessità di una riforma radicale del sistema alimentare, che porti a produrre alimenti più sani e nutrienti con un minore impatto sull’ambiente, pare quindi evidente».

Quali sono i settori interessati da questa transizione verso catene alimentari più sostenibili?

«Per rispondere all’esigenza di adottare modelli di produzione, distribuzione e consumo degli alimenti più sostenibili, serve trovare soluzioni innovative lungo tutta la filiera alimentare. Questo approccio “from farm to fork” è quello che seguiamo nel nostro comparto tematico Pictet-Nutrition. L’universo di investimento della strategia è composto da aziende attive in tre segmenti principali:

• tecnologie agricole (agritech), che consentono un utilizzo più efficiente delle risorse naturali, permettendo di produrre una quantità maggiore di cibo con lo stesso consumo di risorse (o persino con un consumo inferiore);

• logistica, in modo tale da facilitare l’accesso al cibo, limitare gli sprechi e mantenere gli alimenti sicuri;

• produzione di alimenti e ingredienti migliori, più sani e nutrienti.

All’interno di questo vasto universo, la cui capitalizzazione di mercato complessiva si aggira intorno a 2 mila miliardi di dollari, ricerchiamo le aziende che migliorano la qualità del cibo prodotto e che aiutano a garantire l’approvvigionamento alimentare a una popolazione mondiale sempre più numerosa. In tutto ciò, un aspetto che teniamo sempre in considerazione nei nostri investimenti è la sostenibilità del modello di business su cui investiamo: per noi, infatti, è cruciale migliorare la salute umana grazie ad alimenti più sani e nutrienti e più facilmente accessibili, mitigando però al contempo l’impatto negativo che la produzione di cibo ha sul pianeta». 

Quindi non è solo un problema di salute individuale, ma anche di sostenibilità.

«Occorre ricordare che il settore alimentare è responsabile di circa un terzo di tutte le emissioni di gas serra a livello globale e minaccia l’habitat di quasi un quarto di tutte le specie di mammiferi esistenti. È quindi impossibile pensare di limitare il riscaldamento del globo e proteggere gli ecosistemi senza affrontare la questione legata all’impatto ambientale della produzione e del consumo di cibo. Se si vuole limitare l’aumento della temperatura globale entro 1,5°C rispetto ai livelli pre-industriali (obiettivo dell’Accordo di Parigi sul clima), serve senza dubbio fare di più per decarbonizzare il sistema alimentare. Basti pensare che nel decennio tra il 2008 e il 2018, nel Regno Unito le emissioni del settore alimentare sono diminuite di meno della metà rispetto a quelle dell’economia nel suo complesso. Negli Stati Uniti, il cibo rappresenta il 10-30% dell’impronta di carbonio di una famiglia media, con i prodotti di origine animale (manzo, maiale, pollo e latticini) che contribuiscono per quasi il 75% di queste emissioni. Fortunatamente, le soluzioni non mancano. Una potente ondata di innovazione sta infatti investendo il settore alimentare, un segmento antico che storicamente si è aperto molto lentamente a nuove tecniche e tecnologie, ma che ora è al centro di una vera e propria rivoluzione».

Quali sono le innovazioni più interessanti nel settore alimentare?

«Sono numerosi gli ambiti di attività legate al settore alimentare oggetto di questa fase di profonda trasformazione. Prendiamo, ad esempio, le tecnologie digitali applicate al campo agricolo. Oggi si fa sempre più agricoltura con i satelliti e i big data. Grazie a particolari sensori, è possibile studiare lo stato di salute del terreno per capire se è pronto per essere riseminato, evitando di compromettere la sua capacità di produrre cibo. Oppure pensiamo ai sistemi più moderni di agricoltura verticale, che consentono di coltivare in ambienti protetti, utilizzando il 90% in meno di acqua, di portare cibo anche in zone remote e di avvicinare la campagna alla città accorciando enormemente la filiera. Un altro aspetto molto importante è la diffusione di proteine alternative e vegetali a quelle di origine animale, dannose per la salute delle persone e onerose per il pianeta. L’allevamento industriale comporta, infatti, enormi esternalità, che includono i costi sanitari derivanti dal consumo di carne (obesità, diabete, malattie cardiache e cancro), l’impatto sul clima e la resistenza agli antibiotici. Il nuovo sistema alimentare che sta emergendo non solo impone una frazione minima di queste esternalità alla società e all’ambiente, ma consente anche di riqualificare il suolo finora utilizzato per l’allevamento dedicandolo alla riforestazione e alla massimizzazione dello stoccaggio di carbonio. Per quanto riguarda le proteine alternative, in particolare, enormi passi in avanti sono stati fatti negli ultimi anni dalla biologia di precisione che, coadiuvata dall’intelligenza artificiale e dalla robotica, consente di analizzare in modo sempre più rapido processi biologici complessi. Una delle applicazioni più importanti di questa ondata di nuova tecnologia sarà la fermentazione di precisione, data dalla combinazione della biologia di precisione con l’antico processo della fermentazione. Si tratta di un processo che permette di programmare i micro-organismi in modo tale da  produrre quasi tutte le molecole organiche complesse, come proteine, grassi e vitamine. Il tutto a un prezzo che continua ad abbassarsi nel tempo: il costo di produzione in dollari di una singola molecola è sceso infatti da 1 milione/kg nel 2000 a circa 100/kg oggi». 

Quali sono in concreto i vantaggi di questo processo?

«I vantaggi della fermentazione di precisione sono innumerevoli. In primo luogo, sarà possibile ottenere cibi più sani e nutrienti: un hamburger prodotto in questo modo può contenere non solo una minore quatità di grassi e di sale di un hamburger di mucca, ma più vitamine e minerali di una porzione di verdure fresche. Non solo, il tempo di produzione scenderà drasticamente: dai due-tre anni attualmente necessari per allevare una vacca fino a poche settimane. Inoltre, l’eliminazione delle attuali catene di approvvigionamento e la loro sostituzione con un più efficiente sistema di produzione localizzato, in grado di limitare notevolmente gli sprechi e di ridurre significativamente la necessità di trasporto, farà scendere i costi di distribuzione e, di conseguenza, il costo complessivo dei prodotti. Proprio come il ghiaccio è passato da essere estratto dai laghi settentrionali a essere prodotto nei frigoriferi alla fine del XIX secolo, la produzione alimentare si sposterà da vaste e remote aree agricole ad aree urbane più facilmente accessibili».

Quindi addio alla tradizionale produzione di alimenti…

«In sostanza, se finora abbiamo ricavato il cibo dalla terra, in futuro ricorreremo a fonti diverse, passando da un sistema basato sull’estrazione delle materie prime alimentari a uno basato sulla loro creazione. Secondo il think tank RethinkX, stiamo assistendo alla seconda epoca di domesticazione di piante e animali della storia: la prima ha avuto luogo circa 10 mila anni fa e ci ha permesso di dominare i macro-organismi (animali e piante), mentre la seconda ci consentirà di dominare i micro-organismi (molecole). Uno sviluppo che ci consentirà di avere accesso direttamente alle sostanze nutritive di cui abbiamo bisogno, senza doverle estrarre dai macro-organismi tramite processi che richiedono un’enorme quantità di input e producono un gran numero di rifiuti. Spostando la produzione al livello delle molecole, si potranno ottenere processi più efficienti e più precisi, capaci di generare alimenti dalle migliori qualità nutritive, per di più a costi minori. Inoltre, in questo modo, il numero e la varietà di nutrienti a nostra disposizione non saranno più vincolati dal regno vegetale o animale. Dei milioni di proteine uniche che la natura ci offre, infatti, attualmente ne consumiamo solo una parte, perché molte sono troppo difficili o troppo costose da estrarre. Con il nuovo modello di produzione, saremo liberi di progettare molecole di qualsiasi genere e creare alimenti con le qualità che desideriamo in termini di profilo nutrizionale, struttura, gusto, consistenza e qualità funzionali. Input virtualmente illimitati genereranno output virtualmente illimitati. Dall’allevamento intensivo alla produzione mirata delle sostanze nutritive di cui abbiamo bisogno, la transizione verso un sistema alimentare più efficiente, sano, nutriente e sostenibile è ormai alle porte».

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