Intervista a Marco Piersimoni, Co-Head of Multi Asset Euro di Pictet Asset Management

Ancora una volta si inizia con la geopolitica e, visto il contesto attuale, non si può fare a meno di chiedere quali effetti avrà la guerra nel Golfo sui mercati finanziari.

«A mio avviso la geopolitica influenza i mercati in due modi, che se vogliamo sono due facce della stessa medaglia. Il primo riguarda il premio per il rischio, che reagisce a una situazione contingente con oscillazioni più o meno violente, destinate poi a rientrare. Sono eventi che hanno una durata limitata, cui solitamente segue un ritorno di corso verso il loro valore medio di lungo periodo. Il secondo riguarda invece i fondamentali macroeconomici, che possono essere impattati in modo più o meno significativo in base alla specificità del paese considerato. La crisi attuale mostra entrambi i lati della medaglia: c’è stata una reazione iniziale allo scoppio della guerra nel Golfo, che ha visto il premio per il rischio crescere per poi ridimensionarsi. Le reazioni del mercato ogni volta che il prezzo del petrolio aumentava sono un esempio di questa dinamica: con il passare dei giorni si sono affievolite, segno che gli operatori finanziari hanno imparato a rapportarsi a questa variabile. Fatta questa premessa, se è vero che l’azionario è tornato ai massimi, o in alcuni casi li ha addirittura superati, lo stesso non si può dire per il comparto obbligazionario. Anche le posizioni delle banche centrali sono molto cambiate rispetto a febbraio: oggi il mercato sconta rialzi dei tassi da parte della Bce, mentre ci si aspetta che la Fed assumerà un atteggiamento più attendista: in questo contesto la Reserve Bank of Australia ha già aumentato il costo del denaro. Gli istituti centrali dei paesi emergenti si trovano in una situazione analoga: anche chi era pronto a tagliare, come la Banca centrale del Brasile, sta posticipando la decisione».

Ciò significa che si attende un ritorno dell’inflazione?

«La lettura dei movimenti nel mercato obbligazionario, che presenta a mio avviso alcuni eccessi, fa pensare che si stia abbracciando uno scenario simile a quello del 2022. Ritengo, però, che questa lettura non tenga conto delle differenze con il presente: oggi la politica monetaria e quella fiscale non sono iper-espansive, come lo erano allora, e il commercio mondiale non si è bloccato, anzi mostra una buona vivacità. Eppure, il mercato si aspetta che le banche centrali intervengano per tenere sotto controllo l’inflazione, le cui attese di lungo termine si sono mosse solo leggermente al rialzo in Europa, mentre negli Usa sono rimaste sostanzialmente ferme».

E per quanto riguarda la crescita?

«Il tema centrale è la scarsità di alcuni prodotti energetici. Per alcuni beni, in Europa e in Asia, nelle prossime settimane si potrebbe arrivare a soglie di criticità: mi riferisco principalmente al gas per uso domestico, alla nafta e al carburante per gli aerei. Se la situazione di stallo nello Stretto di Hormuz dovesse protrarsi più a lungo, è possibile che alla carenza di offerta potrebbe seguire una contrazione delle attività, che in alcuni casi si è già manifestata: alcune compagnie aeree hanno già tagliato le rotte, l’India ha ridotto l’utilizzo di Gpl, la Corea ha adottato misure d’emergenza per limitare l’export di nafta per garantire l’approvvigionamento interno. Credo che però sia importante sottolineare che, dopo la pandemia, le economie sono diventate più flessibili e il settore privato è molto più attrezzato rispetto al 2022 per affrontare la situazione attuale. Le conseguenze della crisi mediorientale sull’economia globale, al momento, vedono una risalita dell’inflazione nel breve periodo e una diminuzione della domanda in alcuni settori industriali, soprattutto quelli ad alto utilizzo di nafta e cherosene».

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