a cura di Pinuccia Parini

«I private asset dovrebbero essere sempre più considerati come un’attività da inserire nei portafogli» per due ragioni: una di carattere strutturale e l’altra di carattere ciclico. Per quanto riguarda la prima motivazione, è ascrivibile al fatto che, negli Stati Uniti e in Europa, rispettivamente l’80% e il 95% del Pil è costituito da aziende non quotate. Inoltre, questa tipologia di strumenti serve a cavalcare i megatrend poco impattati dalle contingenze di breve periodo, come le crisi geopolitiche o le decisioni delle banche centrali. La seconda, invece, è legata al ciclo attuale, che si presenta particolarmente interessante per questi investimenti più di quanto non lo siano gli attivi tradizionali nei prossimi anni. Invero, il numero delle aziende quotate è diminuito negli ultimi anni a causa degli elevati costi per entrare in borsa e della procrastinazione di questa decisione da parte delle stesse società. La capitalizzazione media delle imprese è aumentata rispetto a 20 anni fa di nove volte; quindi è importante essere partecipi sin dall’inizio di una così grande opportunità. Quello riportato, in sintesi, è il pensiero di Paolo Paschetta, country head per l’Italia di Pictet Asset Management.

Il gruppo Pictet è presente in questo segmento di mercato dal 1989, quando fu lanciata la prima soluzione d’investimento nata per soddisfare le esigenze dei clienti del wealth management nell’ambito del private equity. Attualmente, Pictet Am gestisce un patrimonio di 45 miliardi di dollari in investimenti alternativi e conta, in questo comparto, circa 200 figure professionali. Fondi&Sicav ha intervistato sul tema Maurizio Arrigo, global co-head private equity del gruppo.

Qual è la situazione dei mercati privati alla luce della consistente e repentina stretta finanziaria degli scorsi anni?

«C’è stato un rallentamento estremo dell’attività, perché sposare gli interessi di un compratore con quelli di un venditore di un’attività imprenditoriale in una fase di cambiamento del mercato è decisamente complesso: è difficile trovare un accordo sul prezzo. Inoltre, nel caso delle operazioni di buy-out, ossia dove l‘assetto societario di un’azienda viene modificato, bisogna utilizzare la leva finanziaria perché si possano ottenere dei ritorni: nell’ultimo periodo quest’ultima è stata scarsa e i prestiti molto più cari. Tuttavia, ci terrei a sottolineare che il mercato non si è fermato, ma, in termini di operazioni, è tornato circa ai livelli del 2018-2019. Con riferimento ad alcune statistiche che analizzano i deal in base alle valutazioni delle aziende, è emerso che proporzionalmente quelli con multipli (Ev/Ebitda) bassi ed elevati sono saliti di molto rispetto al periodo precedente. In altre parole, le operazioni che vengono oggi concluse riguardano società estremamente promettenti, anche se con valutazioni simili a quelle antecedenti il rialzo dei tassi, o imprese che non vanno molto bene il cui prezzo, necessariamente, è basso. La fascia di mezzo, dove in precedenza si concentravano i due terzi dell’attività, si è drammaticamente ridotta al di sotto del 50% dei deal complessivi. Questo comportamento indica che i fondi di private equity hanno in pancia un numero cospicuo di società che devono essere ancora vendute: nel 2024 la situazione sembra in ripresa, ma ritengo che occorra almeno un paio d’anni affinché alcuni asset manager riescano a cedere le aziende acquisite in precedenza».

E che cosa comporta tutto ciò?

«Non è escluso che per vendere sia necessario sacrificare un po’ il ritorno sull’investimento. Infatti, si cominciano a vedere alcune operazioni con Irr medi meno interessanti di prima. Tuttavia, se non succedessero altri inaspettati scossoni, direi che la situazione attuale per il private equity, nello specifico, non è di grande crisi. Ciò nonostante, credo che si sia in una fase in cui emergeranno maggiormente le capacità di chi ha fatto buoni investimenti e si trova, di conseguenza, in una situazione più favorevole».

Ma i multipli sono scesi molto?

«Se si guarda la media nel growth buy out (quella del venture growth è molto più volatile), siamo a 10 volte il multiplo dell’Ebitda rispetto al precedente 11, con le valutazioni di picco a 12. Tuttavia, se si considerano i tre motori di valore del private equity, ossia l’andamento operativo delle imprese, la leva finanziaria e l’espansione dei multipli, ritengo che si possa affermare che, attualmente, è difficile che si ripeta la congiuntura del periodo passato in cui questi tre elementi si combinavano favorevolmente. Abbiamo assistito a operazioni che nell’arco di tre o quattro anni in alcuni casi permettevano di triplicare o quadruplicare il capitale investito; e non era raro. Ora si tornerà a 2-2,5 volte in cinque anni, perché la leva finanziaria sarà inferiore e più costosa, quella operativa si troverà dinnanzi a un contesto in cui l’economia rallenta, mentre l’espansione dei multipli è praticamente impossibile da ipotizzare».

Quindi si è dinnanzi al momento della verità per i gestori di private equity?

«Direi di sì. Le capacità di gestione saranno sempre più discriminanti nel successo delle operazioni e ciò emerge già dal fundraising, nel quale alcuni fondi continuano a raccogliere, nonostante ci siano meno soldi a disposizione, dato che in taluni casi si è ancora in attesa delle distribuzioni dei prodotti in cui si è investito». 

Vuole dire che ci si deve attendere un consolidamento nel settore?

«Non penso, data anche l’inerzia che caratterizza questo segmento di mercato e, comunque, se dovesse succedere richiederebbe tempo e magari sarebbe solo marginale. La cosa importante da comprendere è che il valore aggiunto del private equity risiede nella partnership tra un soggetto operativo (il management) e un’azionista che aiuta a fare crescere il business. Se la relazione tra questi due attori funziona bene, allora il deal avrà successo, ma si costruirà nel tempo. Contestualmente, è fondamentale che il team d’investimento abbia conoscenze adeguate ed esperienza cui attingere, perché in questo lavoro non ci si improvvisa. Ed è per questa ragione, ci tengo a ribadirlo, che in un contesto di mercato incerto saranno gli investitori più strutturati e capaci a emergere. Il modello di business del private equity rimane valido e non saranno certo i tassi d’interesse più alti a metterlo in crisi, perché così avviene anche per tutte le altre attività imprenditoriali: alcune continuano a crescere, altre scompaiono, altre ancora sopravvivono. Chi sa investire bene, scegliere le aziende e, soprattutto, aiutarle a crescere, continuerà a svolgere il proprio lavoro con successo».

Qual è la vostra presenza negli investimenti alternativi?

«Copriamo i segmenti del private equity, real estate, private debt e hedge fund. Operiamo, sia direttamente, sia attraverso la modalità multi-manager. La divisione cui appartengo, nata 35 anni fa, è quella del private equity, con masse in gestione di 26 miliardi di dollari, relazioni con oltre 90 general partner e un Irr medio dal 1989 del 19,5%. Inoltre, a differenza dei grossi player a livello globale cresciuti nei mercati privati con un focus su clienti istituzionali e che oggi si stanno spostando sui clienti retail, noi di Pictet siamo nati in questo ambito per i clienti del private banking e abbiamo maturato una forte esperienza di comunicazione e vendita di questi prodotti a investitori privati».

Il private equity rimane però un mercato con un accesso limitato, da diversi punti di vista…

«È un mercato illiquido, dove le decisioni vengono prese a lungo termine. Per questo motivo, la scelta iniziale è fondamentale e, là dove il risparmiatore è una persona poco esperta, è importante che si avvalga di figure professionali competenti che lo possano coadiuvare nelle sue decisioni. Inoltre, nel private equity vale molto la diversificazione: dell’area geografica, dei settori e delle dimensioni delle aziende spalmando gli investimenti nel tempo. Ma anche in questo caso, bisogna trovare il giusto equilibrio, affinché l’esposizione non sia troppo concentrata o frammentata. Il nostro team di lavoro è composto da figure professionali che hanno fatto investimenti diretti e/o hanno avuto un’esperienza manageriale all’interno di gruppi industriali. Nel mio caso, una delle precedenti attività lavorative è stata alla Scheinder Electric, multinazionale francese attiva nei settori dell’automazione e della gestione dell’energia. Nel 2008, in Pictet, con l’intento di “democratizzare” il mondo del private equity, abbiamo lanciato una soluzione che fosse più accessibile a clienti con un patrimonio più limitato e una quota di partecipazione minima di 150 mila dollari. Sono i cosiddetti “commingled product”: una gamma di fondi tra i quali multi-manager diversificati, co-investimenti e tematici. Oggi, grazie anche all’evoluzione della normativa sugli Eltif, Pictet Am ha deciso di rendere accessibile dal 2022 l’investimento in private equity anche a clienti retail con l’avvio di due soluzioni d’investimento di questa tipologia: una nell’ambito dell’immobiliare europeo e l’altra, lanciata di recente, dedicata ai co-investimenti di private equity con focus sulle tecnologie volte alla transizione energetica, alla riduzione del gas-serra, al controllo dell’inquinamento, all’economia circolare e ai consumi sostenibili». 

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