a cura di Antonella Ferrara
Chiara Canali, critica d’arte, giornalista e curatrice indipendente, racconta i nuovi festival, diventati veri e propri “big bang” culturali, che sempre più scuotono positivamente le coscienze su tematiche ambientali e sociali.
Il mondo della curatela può essere direttamente collegato ai temi della sostenibilità?
«Penso che la curatela possa oggi affrontare numerose sfide legate alla sostenibilità, sia per quanto riguarda la crescente attenzione e riflessione nei confronti di temi legati all’ecologia, al rispetto per la natura, alla necessità di preservare le risorse naturali del pianeta, sia per quanto concerne l’individuazione di nuove strategie di progettazione che siano di minore impatto sull’economia delle risorse ma, allo stesso tempo, diano maggiori risultati in termini di visibilità e partecipazione. Progettare una sola mostra in un museo o in uno spazio d’arte contemporanea implica, sempre, la necessità di allocare molte risorse non solo per la produzione, l’organizzazione e l’allestimento, ma anche per la promozione e la comunicazione, con un forte pericolo di perdita nel caso di un numero sottostimato di visitatori. Le grandi mostre (o mostre-evento o mostre-spettacolo) sono spesso prive di qualsiasi relazione con la città e con il territorio e rischiano di mortificare l’attività delle istituzioni e, talvolta, anche di paralizzarle temporaneamente. Pertanto, diventa oggi fondamentale valutare e promuovere la sostenibilità delle politiche culturali nel loro complesso, ponendo attenzione alla diversità e alle specificità delle culture locali e dei pubblici».
In quale modo il festival d’arte può, dunque, diventare un paradigma di progettazione sostenibile?
«Al giorno d’oggi, un curatore d’arte, che agisce su un territorio ben definito, non può non tenere conto delle nuove sfide che si aprono negli ambiti della valorizzazione culturale, come, per esempio, essere in grado di fare rete, allargare e diversificare il pubblico cui ci si rivolge, essere punto di riferimento per le realtà creative della città e, ovviamente, cercare di essere sostenibili e rispettosi delle risorse. Sono convinta che l’arte non possa essere fruita solo nelle gallerie d’arte e nei musei, ma debba uscire dalla sua torre d’avorio, tornando a svolgere un ruolo centrale di trasformazione sociale ed etica. Il festival diventa, quindi, lo strumento più adatto e flessibile per promuovere la cultura e l’arte contemporanea. Ciò può avvenire non solo nelle grandi città, ma anche nei piccoli comuni, ideando progetti espositivi sostenibili, ottimizzando le risorse grazie alla costruzione di reti con gli enti del territorio e, al contempo, favorendo il protagonismo culturale della cittadinanza, che è stimolata a fruire l’arte a diretto contatto con gli spazi della città, senza dovere necessariamente accedere al museo».
Quali sono i festival che la vedono coinvolta come direttrice artistica e curatrice?
«Dal 2012 al 2019 ho ideato e co-curato otto edizioni del festival StreetScape a Como, mostra pubblica di urban art diffusa nelle piazze e nei cortili della città, organizzata in collaborazione con l’assessorato alla cultura del comune di Como. StreetScape è stato un progetto itinerante che ha inteso fare riflettere sulle nuove possibilità di interazione tra l’arte contemporanea e il tessuto urbano della città, che per l’occasione ospitava l’installazione di opere, interventi artistici di varia natura e sculture in rapporto con l’estetica dei luoghi. Purtroppo questa manifestazione non ha più avuto seguito a causa dell’insorgere della pandemia del Covid-19. Tuttavia, già dal 2016 avevo dato avvio, assieme a Camilla Mineo, al festival “Parma 360 Festival della creatività contemporanea”, che ogni anno anima la primavera culturale parmigiana con un ricco palinsesto di mostre, eventi e incontri che propongono uno sguardo a 360° sul sistema della creatività contemporanea italiana e un focus su quella emergente. Ogni anno viene scelto un tema, un fil rouge che unisce in un percorso tutte le mostre, le installazioni e gli eventi dell’iniziativa. Il festival si pone l’obiettivo di incoraggiare e divulgare l’arte contemporanea e la creatività giovanile con iniziative che favoriscono la partecipazione e il coinvolgimento di un pubblico ampio ed eterogeneo, con particolare attenzione alle nuove generazioni e alle famiglie. Alla base della progettualità di Parma 360 ci sono i concetti di rigenerazione urbana e di rifunzionalizzazione degli spazi pubblici per un coinvolgimento attivo della cittadinanza».
E nell’ultimo periodo è riuscita a fare manifestazioni interessanti?
«Più recentemente sono stata chiamata a curare la sezione di street art del Pompei Street Festival, nel 2021 alla sua prima edizione, un vero e proprio big bang culturale che ha voluto scuotere le coscienze su temi ambientali e sociali utilizzando la street art, la musica e il cinema come strumenti per interagire con il tessuto sociale del territorio. Durante le giornate del festival le strade della città sono diventate un “Museo a cielo aperto” con l’obiettivo di fare nascere un nuovo modo di fare turismo. Infine, sempre nel 2021, ho ideato e organizzato la prima edizione di DI-SE Disegnare il territorio – Festival dell’illustrazione, a Domodossola. È stata una settimana di incontri, mostre, laboratori, workshop, talk, performance, street sketch e disegni dal vivo, accompagnati da alcuni degli illustratori più interessanti del panorama nazionale, conosciuti, apprezzati e premiati anche a livello internazionale».
Può la sostenibilità essere strettamente connessa alle azioni di riqualificazione urbana?
«Il recupero e la rifunzionalizzazione di edifici storici, oppure la riqualificazione di aree urbane dismesse, sono assolutamente connesse con i temi della sostenibilità, perché ogni nuovo intervento oggi deve essere sostenibile dal punto di vista non solo ambientale, ma anche della sostenibilità sociale. Esso deve colmare il divario tra classi sociali, essere inclusivo e dedicare un’accurata riflessione sui bisogni della cittadinanza e sul suo coinvolgimento, cercando di innescare strategie di gestione sostenibili nel medio-lungo periodo».
Tra i motori della sostenibilità, su quale piano si pone la street art?
«L’arte urbana è sicuramente lo strumento più adatto per portare sostenibilità non solo nelle periferie delle città, ma anche in aree degradate di piccoli comuni, oppure in zone storiche da riqualificare. La street art ha creato un terreno fertile per ripensare gli spazi pubblici e migliorare la qualità della vita dei cittadini attraverso la sensibilizzazione alla sostenibilità e ai valori di una comunità. Alcuni brand hanno compreso la potenza comunicativa dell’arte urbana e hanno contribuito alla causa. Lavazza, per esempio, ha promosso il progetto TOward2030, un’iniziativa che ha fatto da megafono ai Sustainable development goals dell’Onu nella città di Torino. Inoltre, è in programma un evento in cui la street art lancerà importanti messaggi sulla donna e la cura del pianeta. Sarà tenuto in un uno dei patrimoni dell’Unesco sulla Costiera amalfitana, Maiori, che tutto il mondo ci invidia».

