A colloquio con Mario Romano, CEO di Sella SGR

Ci siamo lasciati alle spalle la prima metà del 2024. C’è qualcosa che l’ha colta di sorpresa?

«Direi che ci ha stupito la tenuta del ciclo economico: non c’è stato rallentamento nel primo semestre e neppure recessione in alcuni paesi, come qualcuno aveva previsto o temeva che avvenisse. Tale contesto spiega le decisioni di politica monetaria delle banche centrali e la loro tempistica che, devo dire, non ci ha sorpresi moltissimo, visto che eravamo più cauti rispetto al numero dei tagli dei tassi. Per quanto riguarda l’Eurozona, ci attendevamo un punto circa e penso che si vada in questa direzione, mentre per gli Usa devo ammettere che eravamo più ottimisti, perché si pensava che lì ci sarebbero stati i segnali più tangibili di un indebolimento economico. Così non è stato». 

A suo parere, la resilienza degli Stati Uniti a che cosa è ascrivibile?

«L’aumento della produttività ha inciso, ma anche il posizionamento rispetto al commercio estero. Il mercato del lavoro sta tenendo molto bene ed è anche aumentata la mano d’opera importata dall’estero: è il fenomeno del reshoring che sta producendo i propri effetti e ridisegna le filiere di produzione. Gli Usa, che per una serie di ragioni possono essere considerati una nazione potenzialmente autonoma da un punto di vista economico, stanno rafforzando ulteriormente questo aspetto e dirottando le loro importazioni, là dove non è possibile la produzione dei beni sul mercato domestico, a paesi “più vicini”: meno Cina e più Messico. È una tendenza che, se Trump fosse eletto presidente, potrebbe aumentare. Indubbiamente, qualche segnale di rallentamento sta emergendo, soprattutto dal lato dei consumi privati, visto il venire meno delle politiche di incentivi fiscali elargiti durante la pandemia, e sta diminuendo la spesa delle famiglie. Anche il settore immobiliare, a onor del vero, sta mostrando una moderazione».

Sono segnali che la preoccupano?

«Non particolarmente, perché, se fossero poco intensi e non portassero a una recessione, potrebbero essere una spinta per la Fed a essere più disponibile a una riduzione dei tassi d’interesse». 

Qualche indicazione migliore delle attese sta però emergendo anche in Europa. Che cosa ne pensa?

«Persino dal Vecchio Continente è arrivata qualche sorpresa, perché, guardando al contesto europeo e alla sua maggiore esposizione alla geopolitica, ci saremmo aspettati alcuni dati peggiori di quelli riportati. Invece, negli ultimi mesi, ci sono state revisioni al rialzo delle stime di crescita da parte di alcune istituzioni internazionali».

Prima accennava a possibili cambiamenti negli Usa se Biden non fosse riconfermato. Nell’Unione Europea si sono appena tenute le elezioni. Si attende qualche cambiamento?

«L’esito elettorale, al di là della composizione del Parlamento, del Consiglio e della Commissione Europea, rivela la possibilità che la coesione dell’Unione possa indebolirsi. Il progetto che ha portato alla realizzazione di quest’ultima si basava sulla creazione di un sistema di interdipendenza tra gli stati membri e sul progressivo trasferimento dell’autonomia decisionale agli organi comunitari. Ora intravedo il rischio che la realizzazione di ciò possa diventare più difficoltosa per l’emergere di particolarismi: i risultati delle elezioni mostrano che i partiti più populisti e meno europeisti hanno conseguito un forte consenso. L’Unione Europea non è una macchina perfetta e i suoi meccanismi legislativi e regolamentari hanno bisogno di essere snelliti e migliorati, ma ciò richiede un’unità d’intenti che potrebbe venire meno se, al suo interno, aumentassero le posizioni euroscettiche. In un mondo in cui si stanno ridisegnando gli equilibri, non essere un protagonista attivo è un problema e l’Unione non può diventare ancora di più un vaso di coccio tra Stati Uniti e Cina: lo scenario economico competitivo richiede risposte forti e ferme da assumere in tempi ristretti per essere il più possibile efficaci». 

Ciò vale ancora di più in un contesto globale dove sta prendendo piede il multilateralismo….

«L’Occidente non ha più la supremazia del passato e ci sono nuovi soggetti che sono emersi o stanno emergendo, con una forza economica che non può essere ignorata. Il commercio mondiale sta crescendo attraverso rotte che non sono più quelle tradizionali e la forza della regione dell’Indo-Pacifico ne è un esempio».

E per quanto riguarda i mercati finanziari?

«La magnitudo del movimento dei titoli legati all’intelligenza artificiale è stata decisamente forte e superiore alle previsioni: il +20% del Nasdaq ne è la dimostrazione. Sono stati scritti fiumi di parole sul fatto che il rialzo sia da ascrivere a un numero molto ristretto di azioni, ma l’elemento che ci conforta è che il rialzo è corroborato dai risultati delle aziende. La differenza rispetto alla bolla dot-com è che allora si acquistavano i titoli in attesa degli utili futuri, oggi la redditività di queste società è tangibile e si riflette sulla loro solidità».

C’è il rischio di un’eccessiva concentrazione su questi titoli?

«Certamente c’è, ma non so individuarne i tempi e non so collocarla. Basta che un’azienda deluda nei suoi annunci e subito si genera volatilità, ma penso che ciò sia da annoverare nell’arco delle probabilità. Credo, però, che una gestione attiva aiuti a navigare anche situazioni più difficili, nonostante possa risultare sub-ottimale nei periodi di elevata concentrazione. Replicare gli indici, infatti, rischia di non offrire i risultati attesi nel momento in cui il mercato cambiasse direzione o diventasse più diversificato. Si è assistito a una forte crescita di soluzioni d’investimento passivo che hanno attirato molti flussi di denaro e ritengo che, complessivamente, non sia un segnale rincuorante: sono posizioni che hanno accentuato la concentrazione su un numero ristretto di titoli e che lascerebbero l’investitore sguarnito nel caso che la direzionalità o la caratteristica del corso dei titoli dovesse mutare. E poi ritengo che il lavoro di un gestore sia individuare le società che diventeranno le Nvidia di domani e che al momento non sono così attenzionate».

Qual è la sua strategia sul versante obbligazionario?

«Preferiamo la componente a spread rispetto a quella governativa ed è quanto abbiamo proposto ai clienti che volevano avere un’esposizione al reddito fisso. Abbiamo iniziato a farlo due anni fa, con il lancio di una soluzione obbligazionaria dopo anni in cui ciò non accadeva. Pensiamo che questa scelta sia ancora valida, perché l’asset class del credito, oltre al carry, beneficia del contesto economico descritto che ha fatto scendere gli spread. A questo proposito abbiamo di recente lanciato un altro fondo corporate europeo: si focalizza sulle emissioni investment grade, preferendo le società che hanno una più bassa emissione di CO2».

Come vede, quindi, i mercati nei prossimi sei mesi?  

«È verosimile pensare che vi sarà qualche fase di debolezza, anche se si potrebbe assistere a una prosecuzione dell’attuale trend di mercato, seppure con diverse modalità. Nell’ambito azionario, l’Europa è l’area più sottovalutata, ma non per questo motivo è più interessante, guardando la storia pregressa. L’idea di fondo è di essere molto diversificati, anche in termini regionali e, di conseguenza, di considerare pure i singoli paesi emergenti. Da questo punto di vista, credo che la geopolitica avrà un peso nell’indirizzare le scelte d’investimento».

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