a cura di Pinuccia Parini

La recente volatilità dei mercati richiede alcune riflessioni sulle prospettive future. Fondi&Sicav ne ha parlato con Mario Romano, direttore investimenti di Sella Sgr, che sottolinea soprattutto la necessità di una gestione fortemente attiva e attenta alle perturbazioni ancora presenti sui mercati.

La crisi di alcune banche provocherà un’ulteriore stretta del credito con una serie di ricadute sulla crescita economica?

«Il rialzo dei tassi da parte delle banche centrali ha già posto le condizioni per un inasprimento delle condizioni del mercato del credito, con un rallentamento degli impieghi e degli investimenti. La crisi di alcuni istituti negli Usa e in Svizzera avrà l’effetto di accelerare questo fenomeno, con ricadute sul tessuto economico. Il mercato, di fatto, sta già scontando un rallentamento nella parte finale dell’anno o nel primo trimestre del prossimo, che potrebbe essere anticipato a causa degli eventi citati. Nella situazione attuale, tuttavia, è difficile quantificarne l’entità, soprattutto perché l’attività economica mostra ancora segnali di robustezza, con alcuni indicatori, però, che segnalano un’inclinazione al ribasso della tendenza».

Pensa che si possa assistere a un effetto contagio?

«Ciò che stiamo vedendo in queste settimane è l’effetto indesiderato di tassi più alti, dopo un periodo in cui sono stati vicino allo zero, se non addirittura negativi, e inevitabilmente sono diventati parametri di riferimento nei modelli di valutazioni alla base di diverse decisioni, tra le quali quelle di investimento. Ora lo scenario è mutato e, di conseguenza, è presumibile supporre che alcuni di questi modelli non siano più attuali». 

C’è la possibilità che le banche centrali abbiano aumentato troppo velocemente i tassi?

«La mia lettura è che l’accelerazione possa essere spiegata dalla necessità, da parte di queste istituzioni, di avere alcuni strumenti a disposizione con i quali intervenire e apportare correttivi in un contesto di mercato come quello attuale. I ripetuti rialzi in un lasso di tempo contenuto sono serviti per contrastare l’inflazione e, contestualmente, hanno creato un margine di azione per le stesse banche centrali».

Ritiene che ci sia il rischio di un credit crunch?

«Rispetto a quanto successo nelle precedenti fasi storiche, le aziende presentano livelli più bassi di indebitamento. Una politica monetaria maggiormente restrittiva rende difficile l’accesso al mercato per alcune imprese, ma non vedo emergere particolari criticità che possano portare a un marcato deterioramento della situazione. Una delle ragioni è che, negli anni, la dipendenza delle società dai finanziamenti bancari è diminuita, mentre il mercato finanziario è diventato sempre più il luogo cui rivolgersi per reperire capitale. Ovviamente, le condizioni cambiano in base al profilo dei singoli emittenti e, per alcuni di essi, potrebbe diventare oneroso farlo. Ormai l’era dei tassi zero è finita e con essa la facilità di finanziarsi a costi irrisori, indipendentemente dalla solidità e validità del modello di business di un’impresa. È per questa ragione che, sui mercati, ci attendiamo una maggiore dispersione tra i diversi emittenti, non ascrivibile all’appartenenza a un’area geografica o a un settore, bensì alla redditività e alla solidità della singola società. Si tratta di una condizione all’interno della quale chi fa gestione attiva potrà fare la differenza nella performance».

Si assisterà a una decorrelazione tra azionario e obbligazionario?

«Ci sarà e, in parte, lo abbiamo già visto accadere dall’inizio di quest’anno. La tendenza diverrà ancora più pronunciata quando le banche centrali cambieranno il loro approccio alla politica monetaria e, dopo una fase di stabilizzazione, passeranno a misure espansive. Va però sottolineato che, quando ciò avverrà, la profondità del rallentamento economico potrà causare volatilità nei mercati e, in particolare, in alcuni settori. La decorrelazione tra azionario e obbligazionario aiuterà a costruire i portafogli, con i titoli governativi che verranno visti, sia come bene rifugio, sia come asset class che beneficerà del taglio dei tassi».

Per cogliere le evoluzioni del mercato, si potrebbe pensare a una soluzione d’investimento bilanciata 60/40?

«Nell’accezione anglosassone la formula 60/40, privilegia le azioni. La nostra propensione è improntata a una maggiore cautela e, mantenendo le stesse proporzioni, attribuiremmo il maggiore peso alla componente obbligazionaria, ritenendo che il mercato azionario conoscerà fasi di volatilità. Direi che si può immaginare il 2023 come un anno del riscatto dei bond dopo la disastrosa performance del 2022».

Per quanto riguarda la componente azionaria, qual è il vostro approccio?

«Per la costruzione del portafoglio azionario partiamo sempre da considerazioni macro che si coniugano con un approccio bottom-up, focalizzandoci sulle società che riteniamo migliori nel loro ambito e guardando anche ai temi di lungo periodo quali la transizione energetica, l’ambiente e la sostenibilità».

A proposito di sostenibilità, il governatore della Florida, Ron DeSantis, si è unito a 18 governatori in un’alleanza annunciata contro le politiche ambientali, sociali e di governance (Esg). Che cosa ne pensa?

«Penso che sia una risposta ideologica e provocatoria, che non credo possa avere ampio seguito, visto come le aziende americane si sono comportate durante il mandato di Trump, che non aveva certo mostrato particolare sensibilità su questi temi. Le imprese che vogliono rimanere sul mercato hanno bisogno di una visione di lungo periodo, che non può ignorare la sostenibilità e, da questo punto di vista, va sottolineato che la finanza ha aiutato a orientare in tale direzione i loro comportamenti. Nello svolgere la nostra attività, incontriamo costantemente aziende, soprattutto italiane ed europee, con le quali svolgiamo attività di engagement. L’impegno nei confronti degli aspetti ambientali, sociali e di governance è ormai un tratto comune, che vede le società di tutti i settori con un atteggiamento di attenzione. Anche i consumatori, che sono poi i nostri sottoscrittori, lo chiedono. Certo, la sostenibilità ha un costo, ma crediamo che gli investimenti che saranno richiesti avranno ritorni positivi. Ce lo insegna anche la nostra esperienza con le imprese italiane, abituate a operare in un paese che non ha materie prime, ma che sono riuscite ad attrezzarsi e dare vita a modelli di economia circolare particolarmente efficienti e virtuosi».

Qual è la vostra asset allocation?

«In questa fase abbiamo assunto una posizione di neutralità, con sfumature positive. Riteniamo che la maggior parte del rialzo dei tassi sia avvenuta e pensiamo che la componente reddito fisso possa attrarre l’attenzione degli investitori, in particolare quella governativa e quella investment grade. Il comparto corporate Hy è potenzialmente più a rischio di debolezza e volatilità. Siamo più cauti sulle azioni, soprattutto dopo l’eccessivo rialzo di inizio d’anno, e attendiamo che vi sia un assestamento. Per questa asset class abbiamo assunto un approccio più tattico e opportunistico».

C’è qualcosa che la preoccupa?

«La dinamica dei prezzi, perché l’inflazione non è facile da dominare. Bisognerà seguire quale ne sarà l’evoluzione in un contesto di rallentamento economico».

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