a cura di Pinuccia Parini

A colloquio con Donatella Principe, director market and distribution strategy di Fidelity international

Quali sono le sue considerazioni sul cambiamento del modello di crescita della Cina?

«La Cina è stata quasi costretta a rivedere il proprio modello di crescita, che risaliva agli anni ‘80 e, di conseguenza, non era più consono alle nuove dinamiche del mercato. Allora, era un’economia poco innovativa e con un tasso di produttività molto contenuto, che aveva bisogno di aprirsi al mondo, esportando beni di bassa qualità e importando know how. Per offrire un metro di paragone, il Pil cinese era circa un decimo di quello americano. Con il passare del tempo, però, la natura dell’attività economica è cambiata e, con l’entrata nel Wto, si è assistito a una vera e propria accelerazione del peso del paese all’interno del commercio mondiale, che, attualmente, vede la Cina come il principale partner del 75% dei paesi sul pianeta. Nell’arco di circa 40 anni, l’economia cinese, a parità di potere d’acquisto, è diventata più grande di quella americana. Si tratta anche di un’economia tra le più produttive e innovative al mondo. È anche cambiato il contesto geopolitico, un aspetto che spesso non viene preso in considerazione per comprendere l’indirizzo economico del paese».

A che cosa fa riferimento?

«Alla nascita di un antagonismo molto forte nei confronti della Repubblica Popolare da parte dell’occidente, che pensava, in base ai famosi impliciti accordi di Parigi 2, di potere finanziare la propria crescita e il tenore di vita attraverso la Terra di mezzo.  La situazione è però mutata dopo lo scoppio della crisi dei subprime, cui ha fatto seguito un’ondata protezionistica mondiale. Con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca, le tensioni si sono acuite notevolmente: i dazi verso le merci cinesi sono passati dal 3,1% al 19,3%, livello attualmente ancora in vigore. Se c’è un aspetto che accomuna l’amministrazione americana attuale con quella precedente, è proprio il confronto anticinese, che si è intensificato e ha toccato un punto nevralgico come quello della tecnologia, dove il caso Huawei è un esempio eclatante». 

È una Cina che si è trovata a “subire” l’occidente?

«Il paese si è trovato in una condizione in cui, mentre affidava i destini della propria crescita ad altre nazioni, in un contesto nel quale aveva subito gli effetti negativi della crisi finanziaria e di quella dei debiti sovrani, non ha potuto fare altro che rivedere il proprio modello di crescita.  L’esempio che veniva dall’occidente non solo metteva in luce una serie di criticità delle economie avanzate, ma imponeva un ripensamento interno che non rendesse il paese strettamente vincolato ai destini altrui. I tassi attesi di crescita del Pil non sono quelli dei decenni passati, ma spesso ci si dimentica le dimensioni raggiunte dall’attività economica e di quanto la base di riferimento sia aumentata, per comprenderne la potenza. Inoltre, la Cina ha avuto un grande privilegio: potere osservare gli errori commessi dall’occidente e decidere di fare altrimenti. Oggi l’obiettivo è svilupparsi puntando alla qualità e alla sostenibilità, avendo come punto di arrivo la “common prosperity”, ovvero rafforzare l’uguaglianza sociale e l’equità economica. Non si tratta solo di puntare sui consumi interni per crescere, bensì di diventare indipendenti acquisendo una leadership tecnologica. La Cina, a differenza dell’occidente, che ha preferito avere beni a basso costo, piuttosto che proteggere il mercato del lavoro, “demanifatturizzando” la propria economia, ha accettato di avere un settore manifatturiero meno efficiente da utilizzare come ammortizzatore sociale».

I recenti dati macro cinesi, però, mostrano una ripresa meno forte delle attese. Che cosa ne pensa?

«La Cina è cambiata e, proprio per questa ragione, diverse sono l’intensità e le caratteristiche della ripresa. È differente per intensità, perché nel 2020 si è passati a una diversa gestione economica, attraverso un percorso più morbido fatto di piccoli aggiustamenti: non più contro-ciclica (alla occidentale), ma cross-ciclica. Chi si aspettava che l’uscita dalla crisi avrebbe comportato un boom in linea con il passato dello stimolo fiscale e della politica monetaria, non ha capito la Cina contemporanea. Non è successo neppure durante il Covid e lo testimoniano i dati che vedono il paese al 65° posto a livello mondiale per spesa fiscale a sostegno delle famiglie e delle imprese, che non rappresenta neppure il 7% del Pil, mentre la Banca centrale cinese ha operato solo pochi interventi mirati. Come successo nel 2022, in netta controtendenza con il resto del mondo, anche quest’anno continueranno le politiche espansive, sia per quanto riguarda la politica monetaria, sia per quella fiscale, con un budget che ha raggiunto quasi il doppio dei livelli pre-crisi. Per quanto riguarda, invece, le caratteristiche della ripresa, bisogna tenere conto di due fattori: si è di fronte a un paese che ha abbandonato le misure di tolleranza zero nei confronti del Covid e che vuole che siano i consumi a trainare la crescita, soprattutto quelli legati ai servizi, fortemente penalizzati durante il lockdown».

La ripresa dei consumi si manifesterà come si è visto in occidente?

«Ritengo che sarà diversa. Mai i cinesi sono stati così pessimisti come oggi: il livello di fiducia è tre volte peggiore rispetto a quello registrato durante la grande crisi asiatica del 1998. Ciò significa che, in assenza di risparmi straordinari e con interventi di stimolo economico circoscritti a situazioni specifiche, non ci sarà una corsa ai consumi personali prima che si consolidi la ripresa economica e che il mercato del lavoro e la produzione ripartano in modo deciso. Solo allora ci si potrà attendere un atteggiamento diverso da parte del consumatore, che permetterà il riavviarsi di un ciclo virtuoso e sostenibile. Tutto ciò, però, comporta anche una ripresa più organica e senza le spinte inflative viste in occidente».

Non vede un rischio di eccesso di dirigismo nella classe politica cinese?

«La Cina sta facendo di tutto perché le sue aziende siano dei campioni internazionali, guidati dal mercato.  A sostegno di questo progetto, ci sono sì investimenti diretti da parte del governo nella ricerca, che a sua volta, tuttavia, ha aperto nuovi mercati azionari dedicati solo alle aziende più innovative, espressione di nuovi settori della tecnologia, con regole semplificate. Si vuole così creare un contesto nel quale le imprese siano competitive a parità di condizioni per i capitali privati. Si è forse di fronte a un dirigismo, ma corretto con le regole di mercato: è il capitalismo cinese. All’interno di questo processo, è interessante osservare l’innalzamento degli standard delle società nella governance e nella trasparenza, tanto che la stessa Msci ha accelerato il processo di inclusione delle azioni A negli indici. Il governo punta a creare un tessuto economico in cui la competizione sana diventi un valore, tanto che sono stati innalzati gli standard contabili delle Soe (Società a partecipazione pubblica), completamente trasformate rispetto a 30 anni fa e che sono diventate, dopo un processo di consolidamento e riorganizzazione, aziende efficienti capaci di stare sul mercato».

Per diventare campioni internazionali, l’innovazione è fondamentale. Quanto pesa il “Chips Act” sulla crescita cinese?

«Penso che si debba cambiare l’angolatura con cui si guarda al “Chips Act”: non è un atto di aggressione degli Stati Uniti nei confronti della Cina, bensì di difesa. Quando è scoppiato il Covid, l’America ha vissuto il suo “Sputnik” moment (il lancio del satellite omonimo nello spazio da parte della Russia che allarmò così tanto Washington da spingerla a correre ai ripari e lanciare il programma spaziale che permise il primo allunaggio al mondo) e si è resa conto di non controllare una tecnologia strategica, perché più del 50% di tutti i chip al mondo e più del 90% di quelli di alta gamma sono prodotti a Taiwan. Gli Stati Uniti si sono trovati così nella trappola di Tucidide, del leader che è costretto, per mantenere la sua leadership, a sfidare l’opponente e, di conseguenza, non hanno altra alternativa se non soffocare la ripresa del Dragone. Nel breve periodo il “Chips Act” è sì una limitazione per la fascia di alto valore aggiunto dei semiconduttori, che la Cina può però compensare con la produzione di memorie di più vecchia generazione, meno veloci, ma capaci di raggiungere lo stesso risultato. Inoltre, bisogna considerare il divario di forze enormi esistenti tra questa misura americana e ciò che la Cina ha messo sul piatto con il XIV piano quinquennale, focalizzato sulla tecnologia e che prevede investimenti in cinque settori specifici: manifattura avanzata, scienza per la vita, aerospazio, quantum It e intelligenza artificiale. Il tutto già partendo con un ruolo di leadership in alcuni segmenti tecnologici: dalla tecnologia per l’energia rinnovabile ai veicoli elettrici e alle smart grid. Inoltre, vorrei ricordare che il paese è ormai leader mondiale nei brevetti tecnologici: in Asia viene controllato oltre il 60% dei brevetti 5G che sono quasi tutti di aziende cinesi e nove dei 10 più importanti centri di ricerca sull’intelligenza artificiale sono cinesi».

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